“Brave” di Jennifer Lopez: una noia mortale, delude ogni aspettativa

Jennifer Lopez ha deciso di tornare sui suoi passi, e con “Brave” sceglie la strada facile, quella dei suoni ovvi senza sperimentazione: lo dimostra fin dalla prima traccia dell’album, “Stay Together”, che per essere un brano di imbastitura del disco, insomma, è piuttosto banale. Ma la speranza di trovarci ancora “certe cose” è ancora forte.

Jennifer Lopez ha deciso di tornare sui suoi passi, e con “Brave” sceglie la strada facile, quella dei suoni ovvi senza sperimentazione: lo dimostra fin dalla prima traccia dell’album, “Stay Together”, che per essere un brano di imbastitura del disco, insomma, è piuttosto banale. Ma la speranza di trovarci ancora “certe cose” è ancora forte. Con “Forever”, stessa solfa: sembra abbia ricercato i suoni più modaioli e non proprio nuovissimi per farsi ascoltare senza stupire. Nel terzo brano, “Hold it, don’t drop it”, siamo a cavallo tra gli anni ’80 e gli anni ’90, forse il primo brano con un minimo di mordente, seppur latente.

Sorpassiamo con velocità il singolo di lancio dell’album, “Do it well” ( e la versione con Ludacris nella traccia finale), di cui abbiamo già parlato tempo fa: brano molto interessante, circuito di suoni e testo incisivi come chiodi, ma si poteva fare di più. Certo che criticare male in un album pop anche il brano in “vetrina” crea poche speranze sul futuro, non credete? “Gotta be there”? In questo pezzo Jennifer Lopez arriva persino a rendersi vocalmente meno riconoscibile, ricoperta dai cori, con un brano che nella migliore delle ipotesi serve a fare numero. Sarà che mi aspettavo di più e finora sono nettamente deluso?

“Never gonna give up” arriva come un piccolo raggio di sole nella tempesta. Ballad delicata accompagnata da archi e una voce delicata ma ritmata, cambia identità (purtroppo) dopo il secondo minuto, distinguendosi un po’ (per quell’inizio interessante), peccato che il totale del brano duri più di quattro minuti, stufando da poco dopo la metà fino al finale. Brano tranquillamente riassumibile. Dove sono i brani tosti? Forse “Mile in the shoes”? Macché, è quasi inascoltabile. “The way it is” riconferma la sensazione di vuote piattezza dei brani precedenti, se non per qualche idea sonora retrò interessante.

“Be mine” ha un bel ritmo, ma non si tratta del classico brano “da sfondamento” che ci si aspetterebbe a questo punto dell’ascolto dell’album per far cambiare idea dopo tutto ciò che l’ascoltatore si è subito fino a questo momento. Sensuale leggerezza e convincente musicalità (finalmente!) nel brano “I need love”, che sembra avere tutto al posto giusto: ricorda in alcune sfumature “Real Girl” di Mutya Buena, ma non dispiace. Altra ballad, altra corsa: si tratta dell’undicesima traccia del disco dal titolo “Wrong when you’re gone”, pezzo che si presenta romantico ma con un bel ritmo nell’incedere delle strofe, meno bene il ritornello, ma si fa piacere. Ultimo brano inedito, “Brave”, ha il suo perché, ma è un perché troppo debole per permettersi di dare il nome all’album. Che noia! Questo nuovo album della Lopez è un vero disastro: delude qualsiasi aspettativa e fa rimpiangere la piacevole svolta romantica e impegnata di “Como ama una mujer”. Non c’è altro da dire.

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