Fabrizio de André a quindici anni dalla morte: il ricordo di Soundsblog

L’11 Gennaio 1999 moriva il grande cantautore italiano.

L’11 Gennaio 1999 moriva improvvisamente Fabrizio de Andrè, lasciando un vuoto incolmabile nella musica italiana: detta così sembra l’epitaffio più scontato del mondo, ma a volte sono le parole più banali che riescono a rendere il senso vero di una mancanza così forte.

Quindici anni dopo la sua morte, la sua assenza si è fatta ancora più presente con tributi, premi, concerti, omaggi vari e disparati, più o meno riusciti, più o meno sconvolgenti a seconda di chi si è misurato con la grandezza delle sue canzoni. Fabrizio de André manca, e manca molto: non solo per il suo essere persona e personaggio sempre defilato, perennemente nascosto dietro un sorriso, un ciuffo di capelli lungo sugli occhi, una sigaretta e un bicchiere, ma soprattutto per la sua capacità di manipolare dolcemente la lingua italiana, piegandola a dialetti e suoni mediterranei nell’inseguimento di un esperanto musicale accessibile a tutti.

Nessuno ha cantato l’amore come Fabrizio de Andrè sciogliendo in poesia tutti i patemi, le ironie, le dolcezze del sentimento più indagato della musica. Nessuno ha saputo descrivere in punta di eccellente dizione (altro motivo per il quale ci manca moltissimo, date le slabbrature di molti protocantautori odierni) le scene e i costumi delle epoche che passavano, reinventando linguaggi e dipingendo personaggi immortali da Genova alla Sardegna.

Fabrizio de André ci manca e ascoltare le nostre storie nei suoi capolavori di canzoni è come rifugiarsi in un pensiero: gli amori impossibili, la sensualità potente, il romanticismo dolente, la politica toccata sempre con ironia e disincanto, tutto ci manca. Le sue rime non baciate, la musicalità dei versi, l’eleganza con cui riusciva a pronunciare una rara parolaccia, la naturalezza della sua satira sempre pungente.

Non c’è stato nessuno a sostituirlo degnamente, nonostante emuli e cantautori ispirati dalle sue canzoni. E nessuno ci prova, infatti, perché potrebbe essere un sacrilegio vero, nonostante lui stesso non sopportasse affatto la canonizzazione del cantautore a immortale santo sacralizzato dalla critica e dal pubblico.

Parlo in via del tutto personale: Fabrizio de André, per me, è un pezzo vita. E’ la ninna nanna di quando ero piccola e mi addormentavo pensando ai mille papaveri rossi de La Guerra di Piero, o di quando da adolescente sognavo un amore che venisse e fuggisse come quello cantato da lui.

Sono passati quindici anni. Se ne è andato un pezzo di vita.

Foto | Fondazione De André

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