È scomparso il batterista dei Pretty Things Vivian Prince: il drummer selvaggio
Considerato un autentico caposcuola della batteria che nel corso degli anni avrebbe definito il suo di band storiche come Rolling Stones e The Who, Vivian “Viv” Prince è scomparso a 84 anni, famoso per il suo stile pesantissimo e per uno stile di vita decisamente avventuroso
Vivian “Viv” Prince, batterista dei Pretty Things e figura chiave dell’R&B britannico anni ’60, è morto a 84 anni. La notizia è stata rilanciata da diversi media britannici e accompagnata dal tributo di Jack White, frontman dei White Stripes che su Instagram lo ha definito “un batterista incredibile, selvaggio e pieno di abbandono”, ricordando come avesse influenzato musicisti come Keith Moon.
Vivian Prince, il batterista selvaggio
Jack White ha anche raccontato di averlo incontrato “mentre lavorava nella sua fattoria in Portogallo”, dove viveva ormai da alcuni anni e dove sembrava aver trovato un certo equilibrio rispetto ai numerosi eccessi degli esordi. Le cause del decesso non sono state rese note.
Nato a Loughborough nel 1941, Prince entra nei Pretty Things nel 1964 e imprime subito il suo marchio a una band che, insieme ai primi Rolling Stones, porta l’urgenza del rhythm & blues americano nei club londinesi. Con lui dietro i tamburi arrivano il debutto “The Pretty Things” e poi “Get The Picture?” (1965), mentre i singoli “Don’t Bring Me Down” e “Honey I Need”.
In un panorama rock che esaltava l’educazione dei Beatles, i Pretty Thing erano rabbiosi. Con lui stringono amicizia Keith Moon (The Who) e John Bonham (Led Zeppelin) che purtroppo pagheranno il loro stile di vita ai limite morendo giovanissimi. Una sorte cui Viv Prince sfuggì con qualche fortuna considerando il suo stile di vita che lui stesso definiva “selvaggio e senza regole”.
Influente e autorevole
Era un musicista molto amato. Anche da personaggi profondamente diversi da lui. David Bowie ne resterà così colpito da includere alcuni brani dei Pretty Thing in “Pin Ups” (1973). Ma la fama musicale di Prince era seconda solo ai suoi eccessi: concerti interrotti, eccessi al limite del sabotaggio, un’aura di pericolo che lo rende un personaggio estremo e incontrollabile.
Secondo i racconti d’epoca, proprio osservando lui, Keith Moon avrebbe definito – e spinto oltre – l’idea del batterista-showman; non a caso varie ricostruzioni gli attribuiscono un ruolo nel coniare o alimentare il soprannome “Moon the Loon”. Il Guardian lo ha ricordato come il musicista che ha inaugurato il ruolo del drummer fuori dagli schemi.

Vivian Prince, troppi eccessi
A causa di questi suoi atteggiamenti, però, i Pretty Things lo allontanano. Dick Taylor, chitarrista e cofondatore, ha raccontato che “la goccia finale” fu una serata al Twisted Wheel di Manchester, quando Prince si rifiutò di suonare per una lite con un pub di fronte al locale dove aveva fatto il pieno di birra che non avrebbe voluto pagare. È l’epilogo di una scia di episodi che alimentano il mito ma minano l’affidabilità del gruppo in studio e sul palco.
Fuori dai Pretty Things, Prince resta un batterista ricercato e sfrontato: prende il posto di Moon negli Who, suona con gli Honeycombs e, più avanti, con gli Hawkwind, sempre in bilico tra talento puro e caos autodistruttivo. La stampa popolare dell’epoca ne fa un personaggio, le cronache successive un simbolo d’una stagione in cui l’R&B inglese diventa rock elettrico e comportamenti sopra le righe fanno parte dello spettacolo.
Il buen retiro in campagna
Negli ultimi anni Prince viveva in Portogallo, lontano dai riflettori, e secondo vari profili e ricordi di amici e colleghi continuava a suonare dove capitava e a lavorare in campagna. La sua morte chiude il cerchio di una parabola irripetibile: quella di un batterista che ha trasformato la sezione ritmica in spettacolo e l’imprevedibilità in estetica. Per molti resterà “uno dei veri batteristi che hanno dato un senso a questo ruolo nelle rock band”, come ha scritto Jack White.