Home Recensioni musicali Mani, il basso che ha insegnato a ballare al rock inglese: ci lascia Gary ‘Mani’ Mounfield

Mani, il basso che ha insegnato a ballare al rock inglese: ci lascia Gary ‘Mani’ Mounfield

Il bassista degli Stone Roses e dei Primal Scream, Gary “Mani” Mounfield, uno dei musicisti più dinamici e influenti degli ultimi anni, è morto a 63 anni: Manchester in lutto.

pubblicato 21 Novembre 2025 aggiornato 25 Novembre 2025 18:17

La scena musicale inglese piange Gary “Mani” Mounfield, storico bassista degli Stone Roses e, per quindici anni, colonna portante dei Primal Scream. La notizia della sua morte, a 63 anni, è stata resa pubblica dal fratello Greg sui social, con un messaggio brevissimo e straziante in cui annunciava il “triste passaggio” di Mani, così come era soprannominato e conosciuto da sempre.

Nessun dettaglio sulle cause del decesso, ma un’ondata immediata di cordoglio che da Manchester si è allargata a tutto il mondo della musica.

Chi era Mani Mounfield

Da tempo non era attivo a tempo pieno e le band con cui aveva suonato quasi tutta la vita erano ferme. Tuttavia Mani si dedicava a piccole produzioni: insegnava e suonava con gli amici e con band emergenti che di tanto in tanto produceva o incoraggiava. Ma nelle ultime settimane era tornato a farsi vedere e sentire, tra podcast e interviste, per raccontare una vita passata al centro di almeno due rivoluzioni sonore cui aveva offerto un contributo davvero importante.

Mani aveva anche annunciato un tour di incontri dal vivo previsto tra il 2026 e il 2027, una sorta di racconto itinerante dei suoi anni con gli Stone Roses e con i Primal Scream. Quel viaggio, però, non ci sarà e ogni ricordo sarà affidato ai suoi dischi e alle linee di basso decisamente molto dinamiche

Chi era Mani: il cuore ritmico degli Stone Roses

Nato a Crumpsall, un popolarissimo sobborgo di Manchester, nel 1962, Gary Mounfield entra negli Stone Roses nel 1987 e cambia immediatamente il destino della band. Ian Brown lo ha sempre detto senza giri di parole: con l’arrivo di Mani “tutto è cambiato quasi da un giorno all’altro”. Quel basso elastico, imbevuto di northern soul, funk e reggae, trasforma un gruppo indie promettente in una macchina da groove capace di parlare sia ai giovanissimi dei club che agli amanti del rock più tradizionale.

Basta riascoltare l’esordio della band per capire perché, per tanti, Mani sia stato il vero segreto del suono Stone Roses. È lui a guidare l’ingresso ipnotico di I Wanna Be Adored, a far saltare il battito cardiaco in She Bangs The Drums, far cambiare pelle a I Am The Resurrection quando il brano si scioglie in una sorta di ispiratissima jam psichedelica. E soprattutto è il suo giro di basso, sinuoso e insistente, a tenere in piedi Fools Gold, uno dei pezzi simbolo dell’epoca baggy: per molti, il momento esatto in cui l’indie rock capisce che si può davvero ballare.

La Madchester dei Primal Scream: un bassista che reinventava le band

Dopo il difficile secondo album Second Coming e il prematuro scioglimento degli Stone Roses nel 1996, Mani non rimane fermo a guardare. Entra subito nei Primal Scream in un momento di stanchezza creativa per la band di Bobby Gillespie e, di fatto, contribuisce a rianimarla. Il suo basso diventa più sporco, distorto, industriale, ma conserva quella capacità di “spingere” i brani in avanti che lo aveva reso unico.

Lo si sente benissimo in Kowalski, Kill All Hippies, Swastika Eyes: linee di basso che non si limitano a fare da fondamenta, diventano più dinamitarde, guardando con curiosità anche all’elettronica.

Nel 2011 lascia i Primal Scream per partecipare alla reunion degli Stone Roses. Le date di Heaton Park a Manchester e i successivi tour tra 2012 e 2017 riportano sul palco la formazione storica con Ian Brown, John Squire, Reni e Mani. L’attesissimo terzo album della band non arriverà mai, ma l’impatto fisico di quei concerti fu straordinario.

Gary Mani Mounfield
Come spesso accade i fan lasciano un messaggio di cordoglio sulle bacheche della metropolitana di Londra – Credits Soundsblog.it

Il cordoglio della scena brit e l’amore di Manchester

La notizia della morte di Mani ha scatenato un’ondata di messaggi di cordoglio da parte di colleghi e amici. La voce degli Oasis Liam Gallagher ha scritto di essere “sotto shock e devastato” per la scomparsa di uno dei suoi eroi, mentre gli Stone Roses lo hanno salutato come “il più grande bassista e amico” che avrebbero potuto desiderare. Paul Weller (Jam e Style Council), Richard Ashcroft (The Verve), Peter Hook (New Order e Joy Division), Tim Burgess (The Charlatans): tutta la generazione britpop perfettamente rappresentativa della colonia artistica Madchester sta ricordando in queste ore un musicista considerato da molti un fratello maggiore.

A Manchester la comunità musicale è in lutto. Ma anche quella sportiva: Mani era un appassionatissimo tifoso dello United, socio da tutta la vita, come suo padre.

Chi lo ha conosciuto ne racconta il carattere generoso, l’umorismo tagliente, la capacità di mettere tutti a proprio agio, dal fan timidissimo al collega più famoso. Nelle interviste recenti, Mani si diceva “in un grande momento personale”, pronto a tornare a raccontare dal vivo la sua storia, dopo il lutto per la morte della moglie Imelda nel 2023 e gli anni difficili della pandemia.

Gary Mani Mounfield
Una immagine giovanile di Gary Mani Mounfield – Credits X @stoneroses (Soundsblog.it)

L’eredità di Mani, tra baggy, Primal Scream e oltre

La grandezza di Mani non sta solo nei dischi che ha inciso, ma nell’effetto che il suo modo di suonare ha avuto su un’intera scena. Il suo basso ha insegnato a una generazione di band indie che si può essere psichedelici e danzerecci, politicizzati e allo stesso tempo fisici, senza mai perdere il gusto per la melodia. In un certo senso, è stato lui – prima ancora di tanti DJ e producer – a fare da ponte tra pista e palco.

Oggi i tributi lo mettono accanto a nomi come Peter Hook, Kim Deal, Andy Rourke, la stessa Tina Weymouth dei Talking Heads: bassisti riconoscibili al primo giro, capaci di trasformare una band con il solo suono del proprio strumento, l’unico monocorde e monotonico di una rock band.

Mani, però, aveva qualcosa in più: la sensazione costante che, dietro ogni linea di basso, ci fosse la passione di qualcuno che dietro il suo strumento aveva voglia di divertirsi e anche di sorprendere.

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