Robbie Williams, Take The Crown, la recensione

Leggi la recensione in anteprima del nuovo album di Robbie Williams, Take the crown, su Soundsblog

Robbie Williams, dopo tre anni, è tornato con il suo nuovo album.

Era il 2009 quando vedeva la luce “Reality Killed the Video Star”, ottavo lavoro in studio per il cantante e chiaro omaggio/riferimento a Video Killed the Radio Star dei The Buggles. In questi tre anni sono cambiate molte cose per lui: un matrimonio, la nascita di sua figlia, il ritorno nella boyband e il successivo tour

Poi, l’annuncio del suo Lp inedito, con il primo singolo Candy e il titolo impegnativo del nuovo lavoro, Take The Crown. Perché è questo l’interrogativo del suo comeback: sarà in grado Robbie di rientrare in scena e riprendersi il ruolo di popstar? Sarà nuovamente suo lo scettro? Nel corso degli anni, alcuni suoi brani sono diventati veri e propri classici (da quelli più energici alle romantiche ballad). Riuscire a reinventarsi senza ripetersi non è semplice. La stella brilla ancora, l’album è un buon risultato -per chi ama Robbie, la sua musica e il genere- un prodotto discreto, ben curato con alcuni pezzi che risaltano più di altri. Dopo il salto, la recensione dell’album tanto atteso dai fan e dai media:

Fin da subito, dalla traccia d’apertura, lo stesso Robbie cita questa attenzione con “Be a Boy” attraverso una frecciatina/riferimento alla stampa (They said it was leaving me, The magic was leaving me, I don’t think so, I don’t think so) che gridava al suo comeback e al suo successo di un tempo, apparentemente difficile da replicare. Ma lui, come già anticipato proprio dal titolo, è intenzionato a (ri)prendersi il posto.

Diciamolo, il suo è uno dei nomi più importanti del pop britannico ed europeo, con una serie di successi nella memoria di tutti. Il ruolo di re è sempre suo? Anche oggi? Di certo ribadisce di essere un bad boy -diciamo man, ormai- come la seconda traccia “Gospel” che graffia più a parole che a ritmo (“Those who won’t go fuck yourselves”). Terzo pezzo è proprio “Candy“, brano di apertura progetto che non ci aveva particolarmente convinto, dato la banalità del sound e anche del video in sé, troppo leggero. Punta a tormentone ma è vittima delle propria semplicità

Arriviamo a “Different“, il suo secondo singolo, il brano più simile ad una vera e proprio classica “ballad” che potete incontrare nel suo nuovo lavoro. Se ascoltate il Cd speranzosi di imbattervi in una Angel o una Eternity 2.0, rassegnatevi: non sarà così. Allo stesso tempo, con “Different”, siamo lontani dalle melodie di Candy e già questo è sicuramente un passo avanti per un brano più intimo e meno sfacciatamente commerciale del primo singolo. Cresce man mano che passano i minuti d’ascolto. E convince. “Shit On The Radio” martella volutamente fino a ripetere continuamente il titolo della traccia, cadendo però nella trappola di risultare davvero troppo ripetitiva.

Con “All That I want” entriamo nella electro-dance per poi passare alla più raffinata e intensa “Hunting For You” (“I won’t fall apart again, Don’t test my heart”) idealmente perfetta e coinvolgente per una futura esibizione in tour (con coro del pubblico pagante già scontato). “Hey Wow yeah yeah” riporta il ritmo iniziale dell’album, spingendolo al massimo con la voce energica del cantante che, di certo, non si risparmia in questa traccia e ribadisce ancora una volta anche il suo ruolo di showman. E coinvolge. Nella penultima traccia torna ‘bad’ con “Not like the others” (“Naughty boy with a dirty habit”) a ricordarci che, sebbene sposato, Robbie è sempre quello scanzonato, il ragazzaccio tatuato ed estroverso dei Take That.

A chiudere l’album è “Losers“, duetto con Lissie, nel quale c’è l’accettazione di non poter essere sempre primi, la fama non è tutto (“There will always be someone better than you, Even if you’re the best So let’s stop the competition now Or we will both be losers”) e il sound strizza l’occhio anche al country.

Un album ben articolato con momenti di grande energia, pezzi che mirano ai primi posti delle classifiche e -allo stesso tempo- anche brani non del tutto convincenti. Ma i punti di forza prevalgono, nonostante tutto. Personalmente, un passo avanti rispetto all’album precedente.

Voto: 7-

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