Guè e Clementino rispondono a Ghali: “Meno post, più donazioni” | Il rap si divide su Gaza
Dopo lo sfogo di Ghali (“il rap è morto”), Guè pubblica gli screenshot delle donazioni pro Palestina e invita: “Fate come me”. Clementino attacca i “rapper da classifica” senza posizione. Ma ci sono anche attacchi più duri in una scena che si spacca tra sostegno e critiche.
Guè replica a Ghali mostrando donazioni pro Palestina: “Meno Instagram e più fatti” mentre Clementino punta il dito sui “rapper da classifica”. Tra appoggi e polemiche, il rap italiano discute sul ruolo e la responsabilità degli artisti.
L’accusa di Ghali che ha acceso la miccia
Tutto parte da un post di Ghali che culminava con un’accusa significativa nella quale coinvolgeva molti artisti e colleghi: “Il rap è ufficialmente morto. Il silenzio dei rapper ha ucciso il genere”. Un atto d’accusa contro chi, a suo dire, evita di esporsi sulla Palestina per convenienza o paura di perdere sponsor e posizioni. Parole che hanno acceso il dibattito pubblico e messo in discussione l’idea stessa di rap come musica di denuncia.
Guè: “Fate come me, donate”
La replica di Guè è netta e pratica: “Rapper da classifica che non ti esponi, fai come me. Dona, manda il grano. Questo è molto meglio”.
Il rapper milanese accompagna il messaggio con screenshot delle donazioni a sostegno della popolazione palestinese. Meno proclami, più bonifici: la sua linea è quella del gesto concreto che non cerca passerelle social.
Una polemica indiretta con Ghali che tra i suoi quasi È milioni di follower social ha subito attecchito e che indirettamente risponde anche a Fabri Fibra, solidale con Ghali: “Lo capisco, le sue parole sono di chi si è sempre sentito straniero anche qui, a casa sua. Ma dividersi in polemiche è inutile. Sulla Palestina siamo comunque tutti d’accordo”.
Clementino: il mirino sui “rapper da classifica”
In parallelo interviene Clementino, che da giorni richiama la scena a prendere posizione e punta il dito contro i “rapper da classifica nascosti dietro i numeri e le strategie per accontentare il loro algoritmo”. Il napoletano sposa l’impostazione di Ghali sull’impegno e alza il volume della discussione: esporsi – sostiene – non è marketing, ma responsabilità.
Le sue parole sono pesantissime: “Avete perso una cosa importante, la dignità. Andate alle vostre sfilate da sfigati, ma non siete nulla. Siete immondizia…”
Sotto commenti, anche illustri – come quello di Frankie HI NRG, uno che più di venti anni fa aveva scritto Fight da Faida e Quelli che Benpensano che si limita a poche icone di consenso. Ma c’è anche il dissenso di diversi fan che ironizzano…

Reazioni a catena (e contraccolpi)
L’onda si allarga: c’è chi invita a evitare la “guerra tra colleghi”: come Artie 5ive, “puntare il dito non ci pulirà dai peccati di ieri”) e chi invece attacca Ghali frontalmente anche su un piano artistico come Inoki: “Il rap è morto e ti ringraziamo per averlo ucciso”. Una frattura che conferma come la contesa non sia solo politica, ma anche identitaria: che cosa debba essere il rap oggi, a cosa serva e a chi parli.
Che poi questo serva, ancora una volta a muovere il consenso dei fan e alimentare hype dissing non è chiaro. Sul profilo Instagram di Gué questa mattina il post più evidente è dedicato alla promozione di una vodka.
Impegno vs. immagine: il nodo vero
Al fondo resta una domanda: contano di più i post o le pratiche? L’appello di Ghali chiama la scena a usare la propria voce; Guè risponde spostando il baricentro su trasparenza e denaro destinato agli aiuti; Clementino chiede coerenza oltre le classifiche. Ma alla base c’è un movimento di artisti e di fan che si interroga sulla credibilità di tutto questo.
Al netto degli schieramenti, la discussione ha rimesso al centro il rapporto tra musica e responsabilità sociale. Se sia più “rap” un post, una donazione o una canzone di denuncia lo dirà il tempo. Intanto, il dibattito è uscito dalla bolla: e per un genere nato per prendere posizione, per lo meno nei suoi esempi più illustri nati con Public Enemy e De La Soul, forse non è un male.