Ghali contro il silenzio su Gaza: “Il rap è morto. Parlate”
Post durissimo del rapper milanese Ghali che accusa la scena rap di indifferenza, opportunismo con la paura di perdere posizioni e quote di mercato. Nel mirino anche la politica: “Menzogne e complicità”.
Il post è lungo, viscerale e non fa sconti a nessuno. Ghali, rapper e cantautore nato a Milano da genitori tunisini, ha scritto che “il rap è ufficialmente morto perché il silenzio dei rapper ha ucciso il genere”. Non un semplice sfogo, ma un vero e proprio atto d’accusa che riporta al centro l’idea di hip hop come linguaggio di denuncia.
Ghali e l’atto di accusa al rap italiano
Secondo Ghali, restare neutrali di fronte a quanto accade a Gaza equivale a rinnegare l’identità stessa del rap. In più punti l’artista lega la poetica del genere e la responsabilità civile: chi “riempie le strofe senza prendere posizione sulla Palestina non può definirsi un rapper”.
Nel mirino non c’è solo la prudenza dei colleghi, che secondo Ghali sono spaventati dal rischio di perdere consenti e quote di mercato. L’accusa diretta è quella di schierarsi perdendo soldi, posizioni e lavoro, l’attenzione agli algoritmi e degli sponsor. “Ma soprattutto – dice Ghali – c’è l’idea generale, direi la scusa, che questa sia troppo complessa per essere affrontata in pubblico”.
Ghali contro tutti
Il messaggio individua tre bersagli comuni: l’indifferenza (“non vi interessa, non è nel vostro algoritmo”), l’ambiguità (“non schierarsi è comunque sostenere l’ingiustizia”) e l’opportunismo (“temete di perdere qualcosa”).
E infine un avvertimento: “Il genocidio in Palestina ricadrà anche sulla vostra arte, sulla vostra salute mentale e sulla vita delle future generazioni”. È il passaggio chiave con cui Ghali prova a spostare il tema dal campo politico a quello culturale, sostenendo che l’arte non possa chiamarsi fuori.

“Il conto arriverà per tutti”
Nel post c’è spazio anche per la politica, accusata di mentire con fermezza e di rendersi complice attraverso le scelte e i silenzi istituzionali. Da qui la chiosa: “Prima o poi il conto arriva”. Un finale che suona insieme come minaccia etica e promemoria storico.
Il tempismo non è casuale: tra le massicce proteste di piazza, gli appelli i cortei e gli scioperi, la questione Gaza è tornata a occupare lo spazio pubblico. E Ghali la riporta dentro il perimetro del rap, rivendicando che quel perimetro sia, per definizione, permeabile ai conflitti del presente. La sua è una richiesta di ritorno alle radici: meno estetica, più sostanza; meno neutralità, più assunzione di rischio.
Il rap come rivendicazione sociale
In effetti non è che il rap italiano che si ascolta brilli per argomenti, tra autoreferenzialità, trash, dissing e riferimenti sessuali Ma il rap nasceva proprio come forma di protesta sociale. Basta farsi un giro tra Public Enemy, Run DMS; De La Soul o Cypress Hill per avere dei riferimenti di straordinario valore. Certo, il genere è stato contaminato più volte e in modo diversi: le gang e gli affari delle major hanno spesso preso il sopravvento.
In questi giorni negli Stati Uniti tiene banco il caso di Sean Combs, condannato a quattro anni e due mesi per reati legati alla prostituzione. Ma lo sfogo di Ghali è pesante e parla italiano: “Se nemmeno in questo momento si ha il corraggio di parlare e di prendere posizione, il rap è morto…”