Baby Gang come non l’avete mai visto: “Con me è solo un ragazzo di 24 anni con tanta rabbia”. Il racconto inedito sul trapper lecchese.
Il passato difficile del trapper riemerge sotto una nuova luce attraverso il racconto del suo amico e confidente.
Sono giorni concitati per Zaccaria Mouhib noto al grande pubblico come Baby Gang, che resta dietro le sbarre. La decisione della gip di Milano è arrivata dopo l’interrogatorio di convalida che si è tenuto il 12 settembre scorso presso il carcere di San Vittore, dove il 24enne si trova in custodia cautelare. L’arresto risale a pochi giorni fa: la polizia ha trovato tre pistole, tra cui una calibro 9 con matricola abrasa, nella sua abitazione di Calolziocorte (Lecco) e nella stanza di un albergo milanese in cui soggiornava.
La giudice Fiammetta Modica, dopo aver ascoltato le spiegazioni di Baby Gang, ha convalidato l’arresto su richiesta della pm Maura Ripamonti. La Procura ha sottolineato la “assoluta indifferenza ai provvedimenti dell’autorità giudiziaria” e l’”elevatissimo rischio di reiterazioni criminali” legato al possesso di armi. Secondo le autorità, il giovane non solo detiene illegalmente armi comuni da sparo, ma si serve di una rete criminale per la loro reperibilità.
Durante l’interrogatorio, come si legge su Rai News, il trapper ha fornito una versione inaspettata. Come ha dichiarato, l’arma trovata in hotel era a scopo difensivo: “La pistola mi serviva perché avevo paura di essere derubato della collana che indosso, del valore di oltre 200mila euro”, ha spiegato, aggiungendo che si trattava di una scacciacani modificata e non di un’arma vera. Ha precisato di averla lasciata in hotel per maggiore sicurezza durante il soggiorno e di averla precedentemente nascosta in un macchinario di una fabbrica. L’arresto è avvenuto dopo un concerto con Emis Killa, e la flagranza del reato ha permesso alle forze dell’ordine di intervenire immediatamente. Non è la prima volta che Baby Gang finisce in carcere.
Don Burgio parla di Baby Gang
Mentre Baby Gang occupa le pagine dei giornali per questo caso che lo vede nuovamente nel mirino della giustizia, una voce si solleva fuori dal coro ed è quella di Don Burgio.
Chi lo ha visto davvero lontano dai social e dai palchi sa che c’è un mondo silenzioso e complesso dietro Zaccaria Mouhib, un ragazzo con un passato difficile e una rabbia che non sempre riesce a controllare. Il sacerdote del carcere minorile Beccaria di Milano, da anni lo segue come amico e confidente. Le parole di Don Burgio dipingono un giovane che non si sente divo, che non considera la musica come la sua identità definitiva, e che ha ancora molto da elaborare rispetto a ciò che ha vissuto da bambino e adolescente.
“All’inizio, nella sua cella, in silenzio, sul letto, girato dalla parte verso il muro, gli occhi aperti di giorni e di notte, neppure mi rispondeva, era trincerato in una chiusura assoluta; fu trasferito in un penitenziario fuori Lombardia, dopodiché lo rividi sempre in prigione, e iniziò a scoprire che avevo sincero piacere ad ascoltarlo, si stupì che potesse esistere un adulto che addirittura si metteva lì, attento e incuriosito, senza giudicarlo come un balordo da schifare, senza offenderlo per il gusto di offendere…” Ha fatto sapere il sacerdote al Corriere della Sera raccontando il loro primo incontro nel carcere minorile.
In un racconto che alterna delicatezza e realtà cruda, emerge un ritratto inedito del trapper: non solo come artista o protagonista di cronaca giudiziaria, ma come persona in crescita, fragile e combattiva, alla ricerca di un senso al suo percorso.
La rabbia, ammette Don Burgio, è ancora presente. Non è una rabbia generica, ma radicata in un vissuto segnato da episodi traumatici e scelte sbagliate. Cresciuto tra fughe, piccoli furti e notti trascorse senza sicurezza, Zaccaria ha imparato presto la durezza della vita. La musica, per lui, non è stata una salvezza immediata: è un mezzo, uno strumento con cui dare voce a chi spesso resta invisibile, in particolare ai ragazzi di seconda generazione, figli di genitori immigrati, spesso etichettati come “problematici”.
Dietro i video virali e le canzoni di successo, c’è un ragazzo che sogna di diventare regista, di raccontare storie, di mostrare il lato nascosto della vita che conosce così bene. Non vuole essere solo un trapper: vuole essere un testimone, uno specchio di una generazione spesso giudicata senza comprensione.
“Ho la mia idea, cioè che fatichi a svincolarsi dall’ambiente che lo segue, a distaccarsi da talune figure che forse non gli fanno bene, anzi… È fortemente sotto stress, in questi giorni avevo come la percezione che stesse per succedergli qualcosa di negativo, lo sentivo preoccupato… Prima di quei primi tempi in carcere, aveva messo una canzone sul canale “You Tube”, gli si disse che aveva duecentomila visualizzazioni, stando in cella non poteva verificarlo, e non fidandosi di nessuno era convinto che lo stessimo illudendo per deriderlo appena ce ne fossimo andati via.”
In questa luce, Baby Gang smette di essere il protagonista delle cronache scandalistiche e diventa un giovane in cerca di riscatto. Intanto il suo futuro rimane incerto. Con la conferma della custodia cautelare, dovrà affrontare le indagini per porto e detenzione di armi, mentre i fan continuano a seguire da vicino ogni aggiornamento.