Il David Bowie Centre apre al VA East: l’archivio segreto diventa patrimonio pubblico
A Hackney Wick – Londra – si alza il sipario sul centro che custodisce oltre 90mila pezzi della collezione privata di David Bowie: dai costumi di Ziggy Stardust agli appunti per il musical inedito “The Spectator”, in un’architettura pensata come archivio vivo, accessibile e di studio.
Una stanza chiusa a chiave, un tavolo di lavoro, migliaia di foglietti adesivi con idee appuntate a mano. L’archivio di David Bowie, per anni, è stato anche questo: un luogo privato, creativo, fragile. Da oggi diventa un centro pubblico, dentro il V&A East Storehouse di Londra, progettato da IDK come spazio di studio e conservazione in cui la memoria non è mai statica.
Apre il David Bowie Centre
Il David Bowie Centre non nasce come mostra tradizionale, ma come archivio vivo: leggii e tavoli per consultare materiali, una sala di lettura, scaffali a vista e un percorso che si trasforma nel tempo, perché l’opera di Bowie è soprattutto un processo, più che un risultato finito.
I numeri sono imponenti ma qui contano soprattutto le storie. Ci sono i quaderni di lavoro, le fotografie, i bozzetti, i provini, le grafiche degli album, i costumi che hanno ridefinito l’idea stessa di popstar, gli strumenti passati di mano tra studio e palchi.
L’opera incompiuta di David Bowie
Per la prima volta si vedono da vicino le carte del progetto rimasto incompiuto “The Spectator”, l’opera londinese del XVIII secolo immaginata da Bowie nei suoi ultimi mesi: una mappa di idee, riferimenti all’enigma dei Mohocks, a “Honest” Jack Sheppard e a Jonathan Wild, a metà tra cronaca, satira e teatro.
Sopra le teste, in semplici sacche d’archivio sospese, sfilano venti silhouette iconiche: da Freddie Burretti a Thierry Mugler, uno sguardo verticale che racconta l’ossessione di Bowie per il corpo come superficie di scrittura. Tra gli strumenti spunta una chitarra dell’era Ziggy Stardust; tra i capi più amati, il celebre frock coat disegnato con Alexander McQueen per il suo cinquantesimo compleanno al Madison Square Garden.

David Bowie, un racconto che si rigenera
Intorno alla spina dorsale del centro scorrono nove micro‑mostre a rotazione che scandiscono temi, influenze e collaborazioni. Alcune sono affidate a curatori ospiti che con Bowie hanno intrecciato vite e linguaggi: Nile Rodgers – leggendario chitarrista degli Chic e produttore che lavorò a lungo con Bowie – rilegge l’amicizia creativa nata con “Let’s Dance”, mentre la band The Last Dinner Party mette in scena il laboratorio delle canzoni, tra taccuini, manuali di sintetizzatori e fotografie di studio.
È una regia orizzontale, chiamata a cambiare ogni pochi mesi, a cui si sommano filmati di concerto e installazioni che inseguono l’evoluzione di un artista capace di attraversare generi e identità come stazioni di un viaggio più grande.
Come si visita: prenotazione, studio e “Order an Object”
Il centro è gratuito ma si entra su appuntamento, con biglietti rilasciati periodicamente. Oltre ai circa duecento pezzi esposti in vetrina, chi vuole può prenotare una consultazione individuale grazie al servizio “Order an Object”: si richiedono specifici materiali del deposito e li si studia da vicino, assistiti dal personale d’archivio. È la traduzione concreta dell’idea di accessibilità che il V&A rivendica: aprire il dietro le quinte senza trasformarlo in spettacolo, fare spazio a studenti, ricercatori e semplici curiosi.
La stanza di lavoro di Bowie, ricostruita con la sua scrivania, ha il valore di una scena madre: mostra come nascevano le cose, prima di diventare suono, immagine, gesto.
Dieci anni dopo
A quasi dieci anni dalla sua scomparsa, l’impatto di David Bowie non si misura solo nei dischi e nella quantità degli streaming. È nel modo in cui ha mescolato arti, discipline e linguaggi per interrogare l’identità contemporanea. Il David Bowie Centre lo rende palpabile e lo affida al futuro.
“Bowie era un creativo multidisciplinare in anticipo sui tempi”, dicono le guide del museo; qui lo si vede al lavoro, tra lampi e tentativi, mentre unisce estro e cultura pop, teatro d’idee e canzone. Non è un mausoleo, è un laboratorio: un invito a entrare, studiare, collegare. E possibilmente a capire per mantenere vivo il ricordo di un artista davvero inimitabile nelle sue evoluzioni e nelle sue fragilità.