Baby Gang, ascesa e cadute di Zaccaria Mouhib: un ritratto tra musica e cronaca
Dalle radici familiari e l’infanzia tra Lecco e la Valsassina alla ribalta della trap, fino agli arresti e alle condanne: la parabola di Baby Gang parla di un talento inquieto sospeso tra palco e tribunale che rischia di pagare carissimi gli atteggiamenti provocatori di video e canzoni
On line vanta un vero esercito di fan e di appassionati. Quasi tre milioni di suoi follower su Instagram. I quali, tra messaggi di solidarietà e di affetto, non solo lo perdonano ma quasi lo giustificano.
Messaggi che al momento è impossibile leggere sul suo account ufficiale, deserto e senza post. Ma tra le fanpage sono tanti quelli che parlano di ‘persecuzione giudiziaria’.
Molti sostengono addirittura che anche l’ultimo arresto di ieri sia frutto di una montatura da parte di chi lo vuole penalizzare per le sue scelte artistiche. Ma chi è davvero Baby Gang?
Baby Gang, alias Zaccaria Mouhib
Zaccaria nasce nel 2001 da una famiglia di origine marocchina e cresce tra Lecco e l’hinterland, in particolare a Calolziocorte. L’educazione sociale avviene in strada e nei cortili dei caseggiati popolari, linguaggio duro e amicizie non sempre limpidissime, solidarietà intermittente, così come l’integrazione.
È lì che si forma l’immaginario di “Baby Gang”, nome d’arte che diventerà presto un marchio d’autore nel panorama trap italiano. La musica arriva come un mezzo di espressione ma anche di riscatto, una valvola di sfogo che sublima rabbia e rimpianti in un racconto sonoro fatto di tagli netti, ritmi scuri e immagini crude prese dalla quotidianità.
Dalla camera al microfono: l’impatto sulla scena
La traiettoria artistica di Baby Gang prende quota nel giro di pochi anni: brani e videoclip autoprodotti con mezzi di fortuna. Un lessico che salda slang di periferia e ambizioni pop, un’estetica che gioca a volte in modo troppo spunto con provocazione e ostentazione ma che spesso denuncia il prezzo di quel luccichio. Tutto è facile: basta correre il rischio. Soldi, amicizie, fama: tutto si può raggiungere, anche facilmente se sei pronto a vivere pericolosamente. Sono argomenti che tra gli adolescenti ‘spaccano’.
I numeri in streaming crescono in fretta e piazzano Baby Gang accanto ai nomi più discussi e seguiti della nuova ondata. La voce è aspra, l’intonazione volutamente tagliata, i ritornelli diventano cori da stadio. In parallelo si consolida un personaggio magnetico e divisivo, capace di attrarre folle e polemiche, di riempire club e bacheche social con la stessa intensità. Il tutto condito con una gestualità forte ed esplicita, quasi sempre minacciosa.

Baby Gang, le ombre giudiziarie
Mentre la musica avanza, la cronaca entra con prepotenza nella narrazione. Il nome di Baby Gang ricorre in inchieste legate a risse, aggressioni e, soprattutto, armi. Il punto di non ritorno arriva con la sparatoria dell’estate 2022 nella zona di corso Como, a Milano: un episodio che segna un prima e un dopo nella sua vicenda pubblica e che, tra processi e gradi di giudizio, sfocerà in una condanna definitiva a due anni, nove mesi e dieci giorni.
Nel frattempo, misure restrittive e provvedimenti di sorveglianza speciale ne scandiscono gli spostamenti e la libertà, disegnando un confine sottile tra palco e carcere, tra tournée rimandate e udienze. In questo contesto rappresentarlo è difficile, organizzare tour e promozioni è quasi impossibile. Ma ogni volta che Baby Gang esce allo scoperto, fa il pieno. Come nel dicembre scorso: al Forum sold out per festeggiare con la prima grande arena due miliardi di stream – italiano più ascoltato all’estero nell’anno solare – con due ore di concerto ad altissimo livello.
L’arresto del 2025 e l’inchiesta di Lecco
Ieri l’ennesimo episodio clamoroso. Un arresto in flagranza in un albergo dell’area milanese, dove gli investigatori rinvengono una pistola con matricola abrasa. Le perquisizioni si estendono alla sua abitazione di Calolziocorte, dove vengono sequestrate altre armi clandestine: in casa un amico, segnalato anche lui.
Intorno a Zaccaria restano i legami familiari e una cerchia affollata di amici e collaboratori, croce e delizia di un ragazzo che a 24 anni si ritrova a gestire successo, pressioni e scelte ad alto rischio. L’impressione, guardando la traiettoria della sua parabola artistica, è quella di un talento che ha trovato nella musica la lingua più sincera e nel personaggio un amplificatore imprevedibile. Con un contraccolpo pericoloso: perché a ogni ricaduta giudiziaria corrisponde un ritorno in classifica, a ogni titolo di cronaca un singolo che risale la china.
Baby Gang, promesse e rischi
Il bilancio provvisorio è quello di una figura ormai simbolica delle contraddizioni della trap italiana: da una parte la musica come strumento di affermazione, ma dall’altra il rischio che il prezzo di quell’affermazione rischi di diventare insostenibile. Anche se le sue parole dal palco del Forum del 14 dicembre scorso risuonano ancora come una speranza più che come una condanna: “Venivo da un buco e ora sono qui, non cercate scuse, non è fortuna, tutti ce la possono fare, il cuore è tutto, la vita è una sola”.
L’ultimo episodio giudiziario, ancora tutto da valutare, rischia però di costargli molto caro.