Home Interviste Renato D’Amico: “Bacio Piccolino è nato senza secondi fini. Il pop italiano degli anni ’70 era meglio” | Intervista esclusiva

Renato D’Amico: “Bacio Piccolino è nato senza secondi fini. Il pop italiano degli anni ’70 era meglio” | Intervista esclusiva

Il cantautore siciliano racconta a Soundsblog la sua esperienza a Sanremo Giovani, la passione per Battisti e Carella e il suo rapporto controverso con Spotify: “Se non ci sei, non esisti. Ma ai colossi della musica non è mai fregato niente”

4 Febbraio 2026 14:00

Renato D’Amico è un personaggio divertente con il quale chiacchierare è davvero piacevole. Ama il pop almeno quanto la canzone d’autore, le sue citazioni sono interessanti e colte senza alcun desiderio di voler apparire a tutti i costi un intellettuale…

“Bacio Piccolino”, che D’Amico ha presentato a Sanremo Giovani è un manifesto piacevolmente pop che uno spazio all’Ariston lo avrebbe anche meritato. E invece,…

Bacio Piccolino: fuori sul più bello

…E invece “Bacio piccolino” è rimasto fuori dall’edizione di Sanremo Giovani di questa edizione. Un brano che ha una storia lunga: “Era solo un provino – racconta oggi Renato D’Amico, 27 anni, cantautore, produttore e polistrumentista trapanese che oggi vive tra Carrara e Milano –  poi ho deciso di completarlo con Ivan Rossi, un produttore con cui mi sono trovato molto bene e che ha perfettamente interpretato quello che avrei voluto fare. Per la verità non è stato scritto con l’idea di portarlo a Sanremo, dunque il fatto che non ci sia arrivato non è un trauma. Anzi… tutto sommato è coerente con la genesi del brano che è nato in modo spontaneo, senza secondi fini“.

“Bacio Piccolino”, un brano che fonde italo disco e scrittura d’autore, con cori che sembrano rubati a Jamiroquai e Incognito e un bel groove che non stona con parole sulle quali fermarsi un attimo a pensare, ha comunque portato D’Amico tra i 24 finalisti di Sanremo Giovani, anche se poi non ha conquistato i due posti per l’Ariston. Un risultato che il cantautore siciliano accetta con serenità matura: “Può sembrare scontato, ma la mia vittoria l’ho già raggiunta. Già il fatto di essere lì con un brano che è rimasto due anni nel mio hard disk e poterlo portare in televisione per me è incredibile”.

Forse è per questo che una delle sue chiose, spassose, si rifà a un classico della commedia italiana anni ’80: “Ho interessanti prospettive per il futuro” dice come Renato Pozzetto in Ragazzo di Campagna.

La leggerezza dopo l’introspezione

Prima di “Bacio piccolino”, il progetto di Renato D’Amico era diverso: “Molto cantautorale, introspettivo, non goglio dire impegnato perché c’è impegno e molto anche in quello che faccio oggi. Solo che la chiave che ho cercato in seguito è stata invece la leggerezza. Una leggerezza che ritengo necessaria per affrontare quasi qualsiasi argomento. In questo momento della mia vita la musica è un supporto che mi porta attraverso una fase di up: mi tira su. In passato mi aiutava invece a navigare in mezzo alle paure. Ma oggi quando scrivo penso a qualcosa che mi faccia ballare, che mi faccia prendere bene”.

Il brano parla di un amore vissuto più nei sogni che nella realtà, ispirato anche alla filosofia di Georges Gurdjieff, mistico vissuto tanto abbastanza da influenzare molti artisti e studiosi. Battiato lo citava spesso con il suo studio sui dervisci danzanti. Ma che c’entra un filosofo con una canzone pop? “Ogni pensiero porta qualcosa di buono nella vita di un artista. Georges Gurdjieff, nel bene e nel male, mi ha aiutato a trovare un equilibrio, sia personale che artistico. In questo senso Bacio Piccolino è diventata importante perché al di là del contenuto mi ha consentito di pensare a una prospettiva, a un nuovo progetto, concretizzando una nuova linea musicale che ora sento davvero molto vicina”.

L’amore per il pop italiano vintage

“Vivo nell’illusione che negli anni ’70-’80 il nostro pop fosse meglio di quello che si sente oggi”  – confessa il cantautore. E infatti il suo studio di registrazione è una collezione di analogico: “Adoro lavorare con macchine vintage” confessa D’Amico che elenca passioni musicali bizzarre. Cita Enzo Carella, la cui Malamore era un vero capolavoro anni ’70 con strumenti desueti e un ritmo sinuoso che avrebbe raccolto successo grazie a una colonna sonora solo quarant’anni dopo la sua pubblicazione. Poco prima che Carella morisse per un attacco cardiaco. E così accanto a Lucio Battisti e Franco Battiato c’è anche Pino D’Angiò, la cui dance anni ’80 è tornata in auge lo scorso anno, proprio a Sanremo con i BNKR44, poco prima che anche lui ci lasciasse: ”Mi piace riscoprire il pop italiano del passato. Inseguo il suono di certe colonne sonore alla Stelvio Cipriani, il mood di certe cose di Pino D’Angiò, il passato offre non solo una chiave di lettura giocosa ma anche uno stile che all’epoca forse pochi hanno colto e che oggi non fa male riscoprire”-

Ma perché un 27enne trova ancora oggi qualcosa di così affascinante in cose che le radio non trasmetterebbero più? “Non lo so, come non so davvero perché mi facciano innamorare certi tipi di ragazze – risponde con sincerità Renato D’Amico – ci sono cose che diventano parte integrante del tuo modo di essere e di vedere le cose. Amo quell’uso della parola, il suono di certi strumenti che non si trovano più, mi piace come lo studio di registrazione diventi parte integrante del tuo suono. Stessa cosa per Battiato, che si produceva anche i dischi. Oggi tanti non lo fanno più. Ti viene servita una base strumentale pronta e tu ci canti di sopra. Anche in ambienti indie dove si pensa che questa cosa non succeda, succede”.

È per questo che lo cogliamo in una pausa nel suo studio… “Eravamo dietro a suoni da recuperare, il bello dell’analogico è che quando trovi il suo che cerchi, ti tocca capire come recuperarlo e memorizzarlo per non perderlo più. Il banco sul quale lavoro è lo stesso sul quale hanno registrato capolavori come Hotel California. Ma servono le idee: gli strumenti non scrivono musica, e il banco richiede teste e mani”.

Renato d'Amico Bacio Piccolino
Renato d’Amico sulla copertina di Bacio Piccolino – Credits Ufficio Stampa (SoundsBlog.it)

Il produttore che produce sé stesso

D’altronde prima di essere cantautore, D’Amico è produttore. Ha lavorato al disco d’esordio di Emma Nolde e a quello de Il Postino, che ha superato i 28 milioni di ascolti: “Produrre un disco di un altro significa indossare i panni di un’altra persona – spiega – per il tempo in cui lavori al disco di un artista, sei quell’artista, entri in simbiosi con la sua personalità. Socraticamente devi tirare fuori le sue emozioni, puntare un obiettivo preciso”.

Questa esperienza lo ha aiutato nel suo percorso da artista: “Essere produttore mi ha insegnato come si sta in studio e dunque rispettare le scadenze, scegliere i suoni giusti, avere una visione chiara. Oggi voglio fare musica pop, canzoni, ma con un’attenzione particolare alla ricerca sonora. A Carrara, dove produco oggi, abbiamo un banco meraviglioso sul quale giocheremmo per ore e ore…”

Spotify, Sanremo e il mondo della musica oggi

Sul rapporto con le piattaforme streaming, Renato D’Amico non usa mezzi termini: “Non ho mai pagato una versione premium di Spotify. La cifra che mi paga Spotify per i dischi che ho prodotto è la stessa che dovrei pagare io per avere un abbonamento premium”. E aggiunge provocatoriamente: “D’altronde credo che a Spotify della musica non sia mai fregato niente, fanno investimenti nelle più disparate direzioni, fra cui la produzione di armi. Ma se il tuo disco non viene pubblicato lì, tu non esisti. Le date non le trovi, di concerti non ne fai. L’alternativa qual è? Bandcamp? La gente non sa cos’è”.

Anche su Sanremo Renato ha le idee chiare: “All’inizio l’ho vissuto come un’imposizione, poi ho preferito vederlo come un’esperienza nuova. Io vedo Sanremo soprattutto come un programma televisivo. È l’unico palco che ti fa cantare live davanti a un grande pubblico. Il Sanremo di oggi non è diversissimo da quello di prima, si è solo tolto il vestito elegante, è meno impostato, più radiofonico”.

“È piaciuta, mi fanno fatto io complimenti”

Bacio Piccolino, che Renato ha scritto da solo – parole e musica – è piaciuta: “Sono rimasto sorpreso quando mi hanno fatto i complimenti perché ero anche l’autore del mio brano. Io pensavo fosse una cosa normale. Quanto alla gara, come detto, ho cercato in tutti i modi di fare la mia esperienza in quello che mi è sembrato davvero un mondo del tutto a parte. A Sanremo Giovani, dove i giovani ormai sono più vicini ai 30 che ai 20, si ha sempre la sensazione di essere lì quasi per caso e di non essere completamente convinto di cosa stai andando a fare. Io per esempio sono saluto sul palco senza alcuna consapevolezza del format. Non avevo mica capito che si andava avanti nella competizione vincendo delle sfide testa a testa. E poi non ho mai cantato su una base, forse giusto al karaoke”.

Il tutto in una competizione, perché di questo si tratta, con tutte le tensioni del caso: “La TV inganna, diciamo che l’ambiente così amicale forse era a vantaggio delle telecamere. Ma va benissimo così. C’erano molti artisti interessanti, alcuni dei quali con un discreto bagaglio di esperienza che avevano già fatto TV tra talent e altro. Ma è un mondo cui non ho mai guardato con interesse. Io voglio suonare: chiudermi in sala con i miei amici, lavorare e fare uscire qualcosa che valga la pena di dire… questa è mia. L’ho fatta proprio io”.

Ospite della prima serata Renato d’Amico, uno dei pochi che in un’era di acronimi, slash, nomi d’arte e bizzarrie ortografiche si è presentato con un nome e un cognome, è uscito subito. Pazienza: “Il mio percorso è ancora all’inizio. Non ho fretta, camminare mi piace, un passo per volta. Ora voglio lavorare a un EP che spero di fare uscire presto, cinque canzoni, tre delle quali inedite, che saranno un altro passo. E poi vedremo”.

Il futuro e il primo album

Renato D’Amico ha già pronto il suo primo album vero e proprio, con BMG: “Stiamo solo cercando di capire come e quando uscire – anticipa – di questo disco mi interessa che mantenga questo senso di leggerezza ritrovata, quel respiro mediterraneo che incontra l’italo disco, ma con uno sguardo rivolto ai grandi maestri del passato.

E Milano? “Mi piace tantissimo, è super-stimolante. È il sogno americano trapiantato in Italia. Però per una mia costruzione personale, sono cresciuto su un’isola, in un paesino molto piccolo, e ho sempre avuto l’esigenza di trovare uno spazio dove c’è silenzio, tranquillità, dove si corre meno. A Milano torno spesso: ma poi ho bisogno di spazi che siano miei”.

Renato d’Amico presenterà le sue canzoni il 7 febbraio a Milano – ARCI Bellezza –  nel corso di una serata dedicata alla musica d’autore. E suonerà con la sua band. Senza basi…

 

 

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