Paolo Belli, l’intervista: dall’addio a I Ladri di Biciclette ai nuovi progetti. “I talent show? Applausi finti, possono essere pericolosi”
Soundsblog incontra Paolo Belli, qui per presentare il nuovo brano Voglio tutto l’amore che c’è. Un viaggio verso la bellezza della vita.
Paolo Belli è un artista a 360 gradi, che negli anni si è fatto spazio in vari ambiti dell’arte. Musica, tv, teatro. Dopo aver debuttato nello storico gruppo Ladri di Biciclette, ha intrapreso una carriera da solista mostrandosi sempre fedele a sé stesso e, tra brani e partecipazioni televisive, non ha mai smesso di intrattenere il pubblico. Volto fisso di Ballando con le Stelle, Belli rappresenta oggi un vero punto di riferimento per le nuove generazioni. “Sono stato spinto da un senso di libertà“, dice lui in questa intervista a Soundsblog riferendosi al periodo in cui ha lasciato il gruppo. Poi spiega il suo concetto di musica, il ruolo dell’arte nella società odierna e presenta il suo nuovo brano Voglio tutto l’amore che c’è, che incarna perfettamente la sua personalità energica e il suo sound “frizzante“.
Ladri di Biciclette, Sanremo, Festivalbar fino ai tanti brani iconici pubblicati. Si può dire che la musica è sempre stata il suo primo amore. Cosa l’ha spinto a sperimentare negli anni anche altre esperienze, come la tv o il teatro?
Io da bambino sognavo di fare esattamente quello che faccio. In realtà sono pienamente consapevole di essere un privilegiato, anche perché sono riuscito nell’intento di essere showman. Non so se sono capace di farlo e non sta a me giudicarlo, ma sono davvero felice di fare questo lavoro con tante persone che mi ruotano attorno, dai musicisti ai tecnici fino a manager o consiglieri. Sono convinto del fatto che accanto ci debba essere una persona che crede nel valore del gruppo. Io ho sempre avuto intorno professionisti validi, ed è proprio questo che mi porta ad avere un senso di responsabilità verso di loro e a sperimentare tante sfaccettature di arte. Alla fine questa gioia di lavorare mi permette di realizzare quello che desideravo dall’inizio. Ho dei grandissimi punti di riferimento – americani e italiani – e, nonostante mi piacerebbe essere un Arbore o un Fiorello, arrivo ai miei obiettivi solo avendo un gruppo e mai da solo. I miei limiti vengono superati proprio con questo, consapevole del fatto che è un grande privilegio ma anche una grande responsabilità.
Perché ad un certo punto ha preferito la carriera da solista, lasciando per sempre il gruppo Ladri di Biciclette?
Sono stato spinto dal senso di libertà. Chi ha fuoco dell’arte dentro lo stomaco, deve essere innanzitutto sincero con sé stesso. La gente capisce sempre se c’è un fondo di verità, e negli anni ho compreso che quando le cose non sono fatte in maniera sincera, si sgretola tutto. Ho quindi voluto dare spazio alla mia anima. Quando ero con i Ladri di Biciclette e scalavamo le classifiche, ti posso garantire che mi obbligavano a non andare in mezzo alla gente e a non avere questo stile di vita. Ho deciso di andare via, per iniziare dall’inizio, e ho chiamato dei musicisti che hanno subito creduto in me.
Sono stati questi episodi che l’hanno reso il personaggio che è oggi, autentico e sempre fedele a sé stesso?
Ho sempre avuto la fortuna di avere una famiglia, e parlo anche di musicisti che hanno condiviso con me questo stile di vita. A me piace andare in mezzo alla gente e avere il senso assoluto di libertà. Una volta Mogol mi disse: “La tua grande fortuna è che sei riuscito a restare immortale“. Quando si scrivono le canzoni, è sempre un po’ così. Durante i miei concerti, canto i grandi classici e vedo spesso ragazzi giovani che conoscono il brano a memoria. Proprio questo mi ha fatto credere nella libertà. Io ho lavorato in fabbrica, come barista, e anche in campagna, ma non c’era niente che mi desse soddisfazione. Posso però garantire che il nostro lavoro è il più precario che ci sia. Se si è mossi dalla passione, si riescono in realtà a raggiungere grandi obiettivi.
Nel corso della sua carriera, ha ottenuto diversi riconoscimenti e ha anche vinto due edizioni del Festivalbar. Ritiene che ci sia ancora così tanto spazio per gli artisti emergenti? Cosa pensa del mondo discografico odierno?
Adesso la gente vuole diventare famosa, parte da quel presupposto; quando facevamo musica noi, la si faceva perché si avevano delle cose da dire. Il diventare celebri è una conseguenza di un percorso; essere al primo posto della classifica fa piacere ma esiste anche l’ultimo posto. Noi venivamo da una gara esagerata, e per suonare bisognava essere più bravi degli altri. Per essere chiamato in una band o in una manifestazione dove c’erano tanti artisti che si esibivano, bisognava essere il più bravo oppure avere più appeal rispetto agli altri. La mia esperienza mi porta a dire che è necessario prima di tutto studiare. Il primo esempio da fare è Jovanotti, che canta proprio bene. Io mi ricordo quando aveva iniziato: era più indietro di molti anni, ma si è impegnato tantissimo e ha studiato molto. C’è gente che invece dà per scontato di essere arrivato ma non è così. Il pubblico non è ignorante e, se non si riesce ad andare avanti dopo due o tre anni, è perché non si ha una giusta preparazione.
Cosa pensa invece dei talent show?
Ritengo che gli artisti bravi emergono anche senza il talent. In realtà si tratta di un prodotto in cui ci sono applausi finti e che può anche diventare pericoloso. Uno studio televisivo con luci, costumi e suoni meravigliosi dovrebbe essere un punto di arrivo, non di partenza. Io consiglio ai ragazzi di fare tanta gavetta e di studiare; non ho nulla contro i talent, ma mi piacerebbe che i giovani capissero questo concetto.
Parliamo di presente. Il 20 giugno è uscito il suo nuovo brano Voglio tutto l’amore che c’è. Lei stesso l’ha definito “un inno alla gioia, alla vita e alla stagione del cuore”. Come mai ha preferito questi temi? Dove nasce l’idea?
A me piace molto dare spazio ai giovani, e quando loro mi propongono delle canzoni io li accolgo subito. Anche in questo brano c’è molto di me; d’altronde chi mi porta i propri brani vede la vita come me e ha il dono di trasmettere ciò che c’è dentro di me. Mi piace farlo, perché se sono venuti da me vuol dire che mi stimano e mi conoscono bene, ma anche che do loro la possibilità di ricevere un feedback.

Questa canzone è stata scritta insieme a Valerio Carboni, Samuele Casale, Niccolò Coveri e Giulio Gaudenzi, giovani ragazzi di Firenze con cui sono stato a stretto contatto per dieci giorni. Quando ci sono queste collaborazioni si esce insieme, si mangia, ci si confronta, si chiacchiera. Questo diventa molto stimolante, e loro sono oggi felicissimi di quello che è venuto fuori. A me piace sempre dare agli altri un senso di felicità e di libertà. Noi sessantenni continuiamo a vivere la vita per come deve essere, con l’odore e il sapore dell’incontrarsi.
Pensa che anche i testi delle canzoni siano cambiati?
Non è un caso che la mia generazione era tutta gente che non vedeva l’ora di andare in spiaggia a condividere una canzone attorno a un falò. Adesso ci si chiude, si diventa tristi, non c’è quella voglia di cantare Battisti. Erano brani che parlavano di condivisioni, e credo che con la pandemia sia generato un po’ tutto e la nuova generazione si sia sentita più isolata. La vita non è però questa, ma è quello che succede là fuori. Bisogna avere coraggio.
Le piacerebbe lavorare in tv con un programma musicale tutto suo e dare spazio ai giovani artisti?
Questo è uno dei miei sogni, perché non è solo un dare a loro lo spazio, ma è anche un modo per crescere. Per me è una grandissima sensazione, e mi piacerebbe tanto. C’è però il brutto vizio di portare delle cose già confezionate; mi piacerebbe portare invece in tv le esibizioni live, quelle che si facevano un tempo quando si frequentavano i famosi locali in cui hanno debuttato moltissimi cantanti.
Futuri progetti?
Lavorare, perché mi piace tantissimo. Ho un gruppo di lavoro fatto di 30 persone e lo faccio anche per loro. Mi auguro inoltre di fare ancora tanta televisione, perché l’effetto domino che dà il piccolo schermo è bellissimo. Vorrei continuare a giocare in maniera molto seria, sperando che il mio gruppo resti compatto.