È morto Peppe Vessicchio, il maestro che ha insegnato agli italiani l’armonia
Vessicchio aveva 69 anni, ed era in piena attività, stava per intraprendere una lunga tournée teatrale con Ron e aveva in agenda diverse iniziative. A stroncarlo le improvvise complicazioni dovute a una polmonite interstiziale per la quale era ricoverato da alcuni giorni. Funerali in forma strettamente privata.
“Amo la musica, mi piace spiegarla. Non è vero che la musica non è per tutti. Così come non è vero che l’accesso alla musica è costoso: ogni scuola dovrebbe avere strumenti musicali gratuiti a disposizione dei suoi studenti, e sale prove, e un buon insegnante che ogni pomeriggio insegni a chi ha davvero voglia di imparare. La musica è un linguaggio universale, il più facile e immediato da insegnare e imparare…”
Addio Maestro….
In questa frase che Peppe (ci teneva a quella P, Peppe e non Beppe) Vessicchio regalò a chi scrive in una intervista del 2017 c’è tutta la straordinaria personalità di un personaggio davvero raro nel mondo della musica moderna. Carattere educato, gentile, rassicurante, un vero galantuomo. Seguì da protagonista assoluto le vicende di Sanremo non solo dirigendo l’orchestra, impegno di grande visibilità, ma soprattutto arrangiando, decine e decine di canzoni dal palco del Festival.
A cena, dopo le esibizioni, era facile vederlo al ristorante con i suoi artisti prendere appunti su agende e block notes pentagrammati per rimettere a punto qualche passaggio che non gli piaceva: “Scrivere una partitura in note è normale come prendere un appunto di una intervista. Tra noi ci capiamo”. E il giorno dopo quella partitura diventava una impercettibile variazione all’orchestrazione di violini o ottoni, che solo gli addetti ai lavori riuscivano a intercettare
Chi era Peppe Vessicchio
Peppe Vessicchio, il “maestro” per antonomasia, è morto oggi a 69 anni all’ospedale San Camillo di Roma, dove era ricoverato in rianimazione dopo complicanze improvvise legate a una polmonite interstiziale che nel giro di poche ore è drammaticamente precipitata. La famiglia ha chiesto il massimo riserbo e ha fatto sapere che i funerali si terranno in forma strettamente privata.
Per il pubblico Vessicchio era molto più di un direttore d’orchestra: merito anche del suo volto estremamente riconoscibile, capello lungo ma ordinatissimo, barba sale e pepe curatissima e inappuntabile, che lo rendevano molto somigliante a un librettista d’opera del 1800. Quando, sempre a Sanremo, un giornalista con un lapsus lo chiamò Giuseppe Verdi, lui rise e rispose… “Beh, non esageriamo…”.
Chi era Peppe Vessicchio
Nato a Napoli il 17 marzo 1956, Giuseppe “Peppe” Vessicchio cresce in una città dove la musica è linguaggio quotidiano. Si diploma in pianoforte, frequenta il Conservatorio, per un periodo studia persino Architettura, ma è il palco a chiamarlo con più forza. I primi passi sono da arrangiatore per i grandi artisti napoletani: compone e arrangia con Nino Buonocore, Eugenio ed Edoardo Bennato, Peppino di Capri, Peppino Gagliardi, Lina Sastri.
La svolta arriva con Gino Paoli: con lui firma e arrangia brani destinati a diventare classici come Ti lascio una canzone, Cosa farò da grande e Una lunga storia d’amore. Paoli lo sceglie perché alcune delle sue canzoni dovevano essere destinate a colonne sonore… “E io volevo il migliore, e tutti sanno che il migliore è lui”. Disse.
Vessicchio mette mano a un arrangiamento essenziale e molto elegante. Non sopportava i virtuosismi: “La musica è equilibrio, anche nel caos c’è equilibrio se ognuno sa esattamente cosa fare e come….” Era un’altra delle sue celebri frasi estrapolate durante le conferenze stampa di Sanremo.

Un talento comico
Ma nel corso degli anni, anche per via di uno spirito goliardico che non rinunciava mai al divertimento e alle battute, ci sono parentesi curiose: la militanza nel gruppo comico-musicale che poi diventerà I Trettré con i quali suona e compone alcune delle canzoni che di lì a poco diventeranno tormentoni.
All’epoca Gino Cogliandro, Mirko Setaro ed Edoardo Romano si chiamavano ancora I Rottambuli, poi quando il trio decide di puntare sul cabaret puro lui fa una scelta controcorrente: lascia tutto per dedicarsi alla musica a tempo pieno.
Quattro vittorie
La sua storia è legata indissolubilmente al Festival di Sanremo, dove debutta sul podio nel 1990. Da allora colleziona 26 partecipazioni e quattro vittorie come direttore d’orchestra:
- 2000 con gli Avion Travel (Sentimento)
- 2003 con Alexia (Per dire di no)
- 2010 con Valerio Scanu (Per tutte le volte che)
- 2011 con Roberto Vecchioni (Chiamami ancora amore).
Una sconfitta
Tra le tante vittorie però preferiva ricordare una sconfitta, quella con gli Elio e le Storie Tese del 1996. La voce di Vessicchio apre il tema de La Terra dei Cachi dicendo “pronti, partenza, via”. Poi nella famosa serata del ‘sample’, con il breve memo della canzone che doveva durare non più di un minuto, Elio convince Vessicchio ad arrangiare tutta la canzone a velocità siderale e a eseguirla nel tempo previsto dal regolamento: “Facciamolo….” dice il maestro. E quel giorno Sanremo offre uno dei momenti più indimenticabili della sua storia.
Però Elio arriva secondo dietro a Ron (Vorrei incontrarti tra cent’anni) e soprattutto si arrabbia perché il premio per il miglior arrangiamento andrà a Letti, scritta da Renato Zero per Umberto Bindi su partitura del grande Renato Serio.
Il ritorno a Sanremo
Dirige, tra gli altri, Mia Martini, Mango, Le Vibrazioni, Grignani, Arisa, Ron, Bocelli, Zucchero. Vince più volte il premio come miglior arrangiatore, una giuria presieduta da Luciano Pavarotti gli assegna poi un riconoscimento speciale.
Negli ultimi anni il suo ritorno all’Ariston è diventato un piccolo rito collettivo: quando le telecamere lo inquadrano, il teatro scattava in piedi.
Memorabile la standing ovation del 2022, al suo rientro dopo il Covid, ma anche qualche anno prima la gag con Claudio Baglioni che lo definisce scherzosamente “un eversivo” sul palco di Sanremo. Vessicchio aveva cambiato alcuni arrangiamenti: e l’orchestra era andata in straordinario. I musicisti lo adoravano.
Persino il suo cognome diventa un verbo: “vessicchiare”, modo ironico in cui il pubblico indica un certo tipo di arrangiamento “alla Vessicchio”. “È diventato un verbo perché la gente mi vuol bene”, commentava lui, divertito.

Amici, armonia naturale e il lato “filosofo” della musica
Dal 2001 al 2012, e poi di nuovo dal 2018, Vessicchio è docente e direttore d’orchestra ad Amici di Maria De Filippi. È lì che il grande pubblico scopre il suo lato pedagogico: tono pacato, ironia asciutta, correzioni severe ma sempre gentili.
Più che di tecnica, gli piaceva parlare di persone: “Ogni persona è come una corda e possiede una capacità di vibrazione. Quando incrociamo le nostre vere passioni, iniziamo a suonare davvero”.
La sua parola chiave è “armonia naturale”: “L’ottimale condizione degli elementi di un insieme” non solo nella musica ma nella vita. Ripeteva spesso che “il silenzio è il tessuto in cui il suono si intrufola” invitando i ragazzi di Amici a trovare “la propria sintonia, non quella del mercato”.
Nel 2024 l’Orchestra del Teatro alla Scala esegue una sua composizione da camera, Tarantina: per un musicista nato nella “leggera” è il suggello di un dialogo mai interrotto con la musica colta.
Vino, frequenze e progetti fuori dagli schemi
Negli ultimi anni il Maestro si diverte a portare la sua idea di armonia fuori dai teatri. In Abruzzo, con l’imprenditore Riccardo Iacobone, fonda Musikè Vini: una cantina dove i vini vengono affinati al suono di frequenze armoniche. Per molti è una follia, per lui la sintesi perfetta tra natura e musica. Parte dei proventi finanzia borse di studio per giovani musicisti e progetti sociali legati alla musica “nei luoghi degli ultimi”.
Dirige l’orchestra del Cremlino in un omaggio a John Lennon, partecipa al progetto Rockin’1000, la “più grande rock band del mondo”, entra nella commissione dello Zecchino d’Oro e ne cura anche la direzione artistica.
Aveva in calendario un tour teatrale con Ron dal titolo Ecco che incontro l’anima e recentemente stava promuovendo un libro su Mozart, che avrebbe dovuto presentare a Che tempo che fa: è lo stesso Fabio Fazio a raccontare, sconvolto, che Vessicchio lo aveva chiamato per rimandare l’ospitata di “un paio di settimane” per una brutta tosse.
La battaglia (vinta) con la Rai per i diritti d’autore
Tra gli aneddoti che raccontano il suo carattere c’è anche la lunga causa contro la Rai che per lungo tempo gli era costata l’amatissimo palco del Festival. Vessicchio chiedeva il riconoscimento dei diritti d’autore e dei cosiddetti diritti connessi per le musiche composte e utilizzate nel programma La prova del cuoco, sua pure quella.
Nel 2023 il Tribunale di Roma gli dà ragione: una sentenza definita storica perché ribadisce che anche per quel tipo di sfruttamento musicale l’emittente deve pagare diritti a musicisti, arrangiatori e produttori.
In alcune interviste Vessicchio aveva spiegato come proprio quel contenzioso gli fosse “costato” diverse chiamate televisive: dopo la causa, raccontava, la Rai aveva smesso di coinvolgerlo in programmi, persino a Sanremo. Nonostante tutto, lui parlava di quella vertenza senza rancore, quasi come di un dovere verso la categoria.
Un’eredità di gentilezza
Al dolore del mondo musicale si aggiunge quello di colleghi e amici, da Fazio a Carlo Conti, che parlano di lui come di un “uomo dolce e gentile una vera istituzione della musica italiana”
Amava citare Vinícius de Moraes: “La vita è l’arte dell’incontro”. La sua lo è stata davvero: tra musica colta e pop, tra tv generalista e teatri, tra talent show e La Scala, tra botti di vino e cori da migliaia di voci.
Nella speranza che il termini vessicchiare, l’arte dell’incontro senza compromessi e con il sorriso, diventi parola riconosciuta dal nostro vocabolario. La Treccani oggi elenca bando, swag, thick, bufu. Vessicchiare darebbe equilibrio.