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Matteo Macchioni, il tenore pop: “Un disco atteso con pazienza oltre dieci anni”

Chiacchierata in esclusiva con Matteo Macchioni, giovane voce lirica che si è fatta conoscere anche ad Amici e che sta alternando esibizioni classiche in teatri di prestigio con opere immortali (Nabucco, Traviata, Cenerentola) ma anche con in disco pop di spessore internazionale

18 Luglio 2025 10:05

Ci sono voluti più di dieci anni e un percorso lunghissimo, addirittura tortuoso. Ma Matteo Macchioni alla fine è riuscito a realizzare il sogno di un album pop e di canzoni che sentiva profondamente sue. Nel frattempo ha lavorato molto, viaggiato moltissimo ma soprattutto studiato. Imparando tanto anche di se stesso.

Una strada che ha previsto una evoluzione molto elaborata nonostante la sua partecipazione ad Amici, nona edizione. Una delle più competitive e forse una delle migliori in senso assoluto dal punto di vista della qualità dei talent in gara.

Matteo Macchioni ad Amici

Era il 2010. Matteo, voce potentissima ma anche un lungo percorso di studio che lo rende un po’ una mosca bianca nell’accademia televisiva di Maria De Filippi rispetto a talenti molto più grezzi ma di facile impatto televisivo e mediatico, fa collezione di primi posti e piazzamenti fino ad arrivare in finale. Qui perde il primo confronto, con Pierdavide Carone e finisce ‘quarto’ assoluto nell’edizione vinta da Emma Marrone su Loredana Errore.

Cinque i cantanti che erano usciti da quella stagione con un disco. Tra questi anche Enrico Nigiotti, che tutti ricorderanno non essere andato in finale per scelta, rifiutandosi di esibirsi contro Elena, la ballerina con la quale stava vivendo una bella storia d’amore.

In tutto questo Matteo ebbe il merito di cantare molto e forse di essere poco personaggio televisivo. Da allorta sono già passati quindici anni… “Una vita – ammette Matteo – sono cambiate moltissime cose e devo dire che da allora è cambiata molto anche la trasmissione. Ci esibivamo in uno studio televisivo grandissimo, facevamo ascolti impressionanti e tutto era molto veloce. Ma forse non veloce come il pubblico lo percepisce oggi”.

Matteo Macchioni, da Amici in poi

Cosa è rimasto a Matteo di quella edizione e di quella esperienza? “Per me è stata comunque una scelta importante ed estremamente formativa. Oggi non so se avrei avuto la possibilità di arrivare fino alla finale e di fare le cose che ho fatto. All’epoca studiavo molto e avevo sempre la valigia in mano. L’unica cosa che mi rendeva ‘solido’ era la mia laurea magistrale al conservatorio. Io ho cercato di essere me stesso e di imparare il più possibile”.

Matteo doveva essere la versione 2.0 di Bocelli. O meglio… forse questo era quello che il format si sarebbe aspettato da lui: “La TV ovviamente privilegia storie, personaggi. Io probabilmente ero un po’ troppo naif e non molto smaliziato per quel genere di programma. Ma l’ho affrontato con quello che avevo in dotazione. Mi sono esposto e ho cercato di fare tesoro di ogni singola settimana ed esibizione. Oggi, se so stare davanti a una telecamera, o se mi stresso un pochino meno di fronte a ritmi di lavoro che possono mettere sotto pressione, è anche merito di Amici. Ricordo con grande affetto le prime sessioni con il maestro Peppe Vessicchio, dal quale ho imparato tantissimo. Fu dopo di lui che hanno cominciato a definirmi ‘tenore’.  Mi ha consolidato tantissimo in questo senso”.

Stefano Macchioni
Stefano Macchioni, voce lirica con una doppia attività di interprete, tra pop e classico – Credits Stefano Muzzarelli (Soundsblog.it)

I talent e il talento

Matteo sapeva già cosa avrebbe fatto da grande? “Per la verità avevo la percezione di vivere una grande occasione. L’impatto che ti dà la popolarità di una trasmissione del genere quando sai di essere visto da milioni di persone può essere davvero devastante. Un’altra cosa che ho imparato è stata l’autocontrollo, il non essere sovrastato dall’ingerenza di una diretta televisiva. Sono cresciuto molto. Mi sono divertito e ho imparato a giocare con una grande orchestra, cosa entusiasmante. Mi sono confrontato in modo magari un po’ ingenuo e immaturo con un mondo che solo con gli anni ho capito che sarebbe diventato il mio”.

Molti ne escono male, o non ne escono proprio e finiscono per cambiare mestiere: “Lo vediamo sempre più spesso. Nell’animo di Maria e di chi lavora con lei c’è davvero l’intenzione di offrire delle occasioni e una opportunità a ragazzi che sicuramente meriterebbero di averla. Ma poi, per quanto tu sia protetto, fuori c’è il mondo. E non sempre si ha la solidità di reggere il successo, o l’insuccesso. Occorre tempo. E forse, se il rischio è quello di farsi prendere troppo dal meccanismo televisivo, è meglio tornare alla base. E ricominciare a studiare. Ripartire da se stessi e dalle proprie esigenze”.

Finalmente un disco pop

Che è quello che ha fatto Matteo Macchioni: “Ho pubblicato un disco, ed è stata una grande soddisfazione. Ma poi sono tornato al mio mondo, alla lirica. Ho fatto quello che avrebbe fatto qualsiasi altro giovane cantante con il mio curriculum e le mie ambizioni: audizioni, contratti di una stagione, poi due, ho affrontato i ruoli di sostituto, poi quelli sempre più impegnativi in cast sempre più prestigiosi fino a mettere a frutto anni di studio. Ho lavorato in grandi teatri, con grandissimi artisti. Ho continuato a imparare. E a coltivare la mia passione sapendo che prima o poi il mio desiderio di fare pop sarebbe stato accontentato. Ho avuto pazienza…”

Molta pazienza… Quindici anni di pazienza. Tanto lunga è stata la gestazione del suo nuovo album, pubblicato il mese scorso, con nove inediti e due cover dei Queen: “Il disco nacque dopo una trasferta in estremo oriente. Ero ospite insieme a tante superstar italiane di un grande evento dedicato alla musica italiana. Io ero una matricola in mezzo a dei mostri sacri, viaggiavo in seconda classe e mi esibivo all’inizio dello spettacolo. Sono andato a fare il mio sound-check. E non sapevo che ad ascoltarmi in un teatro deserto c’era Piero Cassano, uno dei fondatori dei Matia Bazar, che si sarebbe esibito tra gli highlights della serata. Sul volo del ritorno mi ha contattato, abbiamo chiacchierato e deciso di fare qualcosa insieme. Siamo andati in studio e abbiamo registrato molto. Il disco sarebbe stato già pronto: ma c’erano altri teatri, altri impegni, altre opere liriche e vincoli che hanno costretto a lasciare tutto in stand by”.

Stefano Macchioni
Stefano Macchioni presenta il suo nuovo album pop – Credits Stefano Muzzarelli (Soundsblog.it)

“Non chiamatele cover….”

Il disco prende forma sotto la produzione di Cassano e Fabio Perversi, oggi ‘erede’ del progetto Bazar ma senza nessuno dei fondatori dopo la morte di Aldo Stellita e Giancarlo Golzi e gli addii definitivi prima di Carlo Marrale e poi dello stesso Cassano.

Il singolo Prendi le mie mani, firmato da Giancarlo Golzi, batterista storico della band genovese scomparso ormai dieci anni fa: “Sono sempre felice di cantare questa canzone che è un esercizio pop piacevolissimo con tanto di cassa in quattro quarti e uno spessore davvero originale. Giancarlo aveva scritto un brano davvero splendido che sembra essere stato composto l’altro ieri nonostante siano in realtà passati anni. Il lavoro di produzione in questo disco è davvero di altissimo livello, e io mi sono divertito a metterci qualcosa di mio”.

Nella tracklist spiccano un onorevolissimo e ambizioso medley di One Vision. Bohemian Rhapsody dei Queen. Ma per favore non definiamole cover: “Con tutto il rispetto affronto ogni sera il compito di cantare queste canzoni con grande dedizione ed estrema umiltà. Ma lo faccio con il mio strumento. E dunque le rileggo e reinterpreto. Non mi metto a imitare nessuno che per definizione è davvero inimitabile. Ma la stessa cosa vale quando canto Caruso di Dalla o La Cura di Battiato…”

Matteo Macchioni: tra pop e lirica

Nel frattempo però l’agenda di Matteo Macchioni resta fittissima: una estate di esibizioni a Verona con i classici verdiani dell’Opera Festival – Nabucco, Traviata e Rigoletto, La Cenerentola a Klagenfurt in Austria, L’Heure Espagnole di Ravel a Parigi e a novembre di nuovo il Filarmonico di Verona con Turco in Italia. Poi diverse serate nelle quali il repertorio classico si accavalla alle cose che Matteo ama cantare e cui non vuole rinunciare: “Quando attacco Bohemian Rhapsody o qualcosa dei Queen mi rendo conto che una delle cose che amo di questo mestiere è la sua varietà. Ho avuto la fortuna di avere a disposizione uno strumento versatile mettendoci anche qualcosa di mio, con la curiosità di studiare e avvicinare generi anche profondamente diversi tra loro. La cosa che mi piace di più è che il pubblico mi ascolta senza pregiudizi, senza pensare – ‘ecco un altro tenore che avrebbe voluto fare un disco pop’. Sono molto felice di questo mestiere e delle occasioni che mi dà. Anche se a volte si concretizzano come in questo caso dopo molto tempo…”.

 

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