Ludovico Einaudi, tra silenzio e ribellione: l’anima segreta del maestro raccontata da Enzo Gentile
Il giornalista Enzo Gentile ripercorre le tappe meno conosciute della vita di Ludovico Einaudi nel libro Ludovico Einaudi. La musica, le origini, l’enigma (Cluster-a), raccontando il percorso dell’artista prima del successo: i primi incontri con il pubblico, il suo stile unico, la riservatezza che lo contraddistingue e il connubio tra romanticismo e spirito ribelle che anima la sua musica.
Ludovico Einaudi, prima del successo e poi i primi anni del suo incontro con il pubblico. La sua Musica, la sua Arte, il desiderio di riservatezza, il suo essere schivo ma anche il suo spirito romantico e ribelle. Il giornalista Enzo Gentile ha raccontato momenti inediti della vita dell’artista in Ludovico Einaudi, La musica, le origini, l’enigma.
Enzo, come è nata l’idea di questo libro?
Ludovico non voleva che si facessero cose su di lui. Del resto, lui non ama molto che si scriva in linea generale su di lui. So che tempo fa voleva fare un progetto suo editoriale, con foto e racconti. Forse si riferiva proprio a qualcosa di autobiografico. Vedendo poi che di ciò non se ne vedeva traccia, gli ho proposto di scrivere qualcosa insieme, ma lui mi disse che preferiva proseguire in quel suo progetto. Magari uscirà tra un anno o due. Alla fine ho deciso di farlo da solo. Comunque sia per adesso il mio libro è l’unico che lo riguarda da vicino. E tra l’altro tra le pagine si trovano racconti di quelle parti della sua vita che lui, ad oggi, non ha mai raccontato. Sono comunque momenti importanti perché hanno determinato poi quello che è diventato lui come artista.
Lei, come si è avvicinato a Einaudi?
Innanzitutto va detto che noi ci conosciamo da circa quarant’anni. Ci siamo frequentati anche per motivi non professionali. La sua musica, perciò, l’ho conosciuta in parallelo alla persona. Banalmente accompagnavamo i nostri figli nella stessa scuola. E così al mattino facevamo colazione insieme, ci prendevamo un caffè o un cappuccino, dopo aver consegnato i pargoli. Dunque ci si vedeva, ci si frequentava non per un’intervista o una recensione. La sua musica c’era sì, ma non aveva ancora assunto importanti riscontri né a livello nazionale né tanto meno internazionale. Aveva fatto degli studi e aveva incominciato a comporre, ma la sua musica non la suonava in proprio. Per questo passo ha aspettato la seconda metà degli Anni Novanta.
E a quel punto qualcosa cambia…
Io inizio ad ascoltare da privilegiato, da vicino di casa, quelle prime composizioni che mi incuriosiscono fin da subito perché c’erano racchiuse in esse tanti ascolti di tanti compositori che io stesso amo. Siamo, d’altronde, coetanei. In sostanza siamo cresciuti con la stessa musica e abbiamo fatto dei percorsi paralleli, ascoltando gli stessi dischi e amando le stesse figure a livello internazionale. Alla fine mi sono avvicinato alla musica di Ludovico sì con curiosità, che è lo stesso sentimento che, seppur in maniera diversa, vive pure nelle menti dei musicisti, ma anche con apprezzamento soprattutto per quanto concerne alcuni dischi, quelli, tanto per intenderci, che hanno lanciato il personaggio e che lo hanno fatto conoscere. Io ho trovato che lì ci fosse un’idea, un’originalità tutta sua. Poi certo, con il trascorrere del tempo, un po’ di cose si sono ripetute, mentre altre solo ribadite e ci sono pure stati dei passaggi felici e altri meno. Tuttavia quel che è certo è che c’è stata una crescita esponenziale per quanto riguarda il favore del pubblico nei suoi confronti.
Un pubblico che oggi lo ama ancora anche se c’è chi non lo applaude…
Ludovico o lo sia ama o lo si odia.
Infatti è divisivo. Diciamo che nell’ambito della musica classica molti hanno delle riserve rispetto alla sua musica ma, per adesso, i numeri e i consensi gli stanno dando ragione.
Possiamo definirlo un innovatore?
Il maestro ha consentito a tante persone ad avvicinarsi al pianoforte. Lui ha fatto da apri strada per alcuni generi, per alcune applicazioni. Prima di lui c’era molta meno attenzione verso quella musica che lui invece propone e pure con grande successo. Dunque il suo grande merito è quello di essersi prodigato per una conoscenza maggiore. È stato, indubbiamente, molto coraggioso.
Altro aspetto molto apprezzato dai suoi estimatori è il fatto che lui non ami le definizioni nette…
Sì, infatti è davvero molto difficile definirlo e, anche se uno guarda in Rete, trova molte etichette che provano a descriverlo ma senza riuscirci pienamente. Basti pensare a Wikipedia, dove ne troviamo tantissime e in nessuna, tra l’altro, lui si riconosce. In ogni caso sono tutte quante, almeno in parte, attendibili, perlomeno se parliamo di uno spicchio di una sua produzione musicale.
Questo suo eclettismo musicale rappresenta anche il suo carattere di uomo?
Certamente. Aggiungerei poi che il fatto che lui proponga musica strumentale ci permette di interpretare con ancora maggior più libertà un brano rispetto a quando ne abbiamo innanzi uno con un testo e dunque dotato di parola. Avviene dunque un esercizio di fantasia in grado di liberare la mente e il cuore dell’ascoltatore.
Una libertà che la si nota anche nella scelta del maestro di non accettare la suddivisione netta tra musica colta e popolare…
Sì, non ne ha mai voluto sapere, lo ha ribadito nel corso di alcune rare interviste che ha rilasciato. La sua musica è una miscela di tanti stili ispirati non solo ai moti del suo cuore e alle sue sensazioni ma anche ai suoi viaggi. Quando, ad esempio, io e lui ci siamo messi ad ascoltare i musicisti del Mali, da parte mia c’era la curiosità di sentirli, mentre da parte sua il desiderio di comprenderli fino in fondo. Alla fine lui è riuscito con la sua musica a fare una sintesi di componimenti con il suo pianoforte e con ritmi, colori e atmosfere che riguardano quella terra. Non per nulla in alcuni album e in alcune tournee l’elemento africano è stato, indubbiamente, molto presente.

Tuttavia lui ama profondamente il pianoforte e in concerto si esibisce suonandolo, diventando un tutt’uno con questo strumento. Potremmo dire che il maestro sia un romantico nel senso etimologico del termine?
Assolutamente sì. E questo suo modo di essere lo si nota molto anche in alcuni film, in alcune colonne sonore che lui ha creato. Un lavoro che lui ama molto. Pensate che sono ben ottanta le pellicole in cui possiamo trovare suoi componimenti. E sono film di svariati generi. Si passa infatti da quelli più drammatici e ricchi di pathos, alle commedie brillanti. Non mancano nemmeno documentari. Inoltre alcuni suoi brani sono stati inseriti in alcuni servizi televisivi. In ogni caso c’è da dire che le sue musiche vengono perlopiù utilizzate in quei momenti in cui il sentimento o la versione più romantica o struggente necessitano di un supporto oltre l’immagine. Ergo, lo ribadisco: si può dire che Ludovico sia anche un romantico.
Un vero romantico è anche un vero ribelle?
Sicuramente il fatto di voler rimanere distante dalla famiglia di origine da giovane, con il padre non ci fu un rapporto semplice, ma, poi, la decisione di collaborare oggi con i suoi figli più grandi, Leo e Jessica, indica la sua scelta di, da una parte, presentare qualche apertura, ma dall’altra di non voler parlare del suo privato in nome della sua grande riservatezza. Il suo è un desiderio di protezione, anche di gelosia, nei confronti delle persone che ama. È anche per questo motivo che, come già detto, non ama molto rilasciare interviste. E poi non apprezza le etichette, così come le recensioni.
Per quale motivo non apprezza queste ultime?
Perché essendo una persona tanto schiva non ama che si parli di lui. Inoltre quando un artista è così conosciuto e acclamato, se arriva qualche commento non completamente positivo, è difficile per lui accettarlo. Diciamo che le critiche non sono molto accettate. Tuttavia questo vale in linea generale per gli artisti così famosi. Parlando di lui nello specifico, direi che lui non sente affatto la mancanza di gente che lo giudica però questo è normale che capiti quando si fa qualcosa di importante. È il classico rovescio della medaglia.
Un po’ come il doppio volto di tutti quanti i personaggi famosi…
Ovviamente sì, anche perché tutti, chi più, chi meno, sono narcisisti, altrimenti non farebbero il lavoro che fanno.
Tuttavia il Maestro, come lei stesso ci rivela nel suo libro, ha pure un’anima rock…
Diciamo che ha iniziato suonando la chitarra elettrica da giovane. Non per nulla inizialmente aveva abbracciato musiche ben diverse da quelle che ci propone oggi. Se ha scelto di avvicinarsi alla chitarra elettrica era in nome della sua grande passione nei confronti di Jimmy Hendrix. Poi le sue prime registrazioni sono avvenute con un gruppo di Torino, i Venegoni & co. Proponevano musica strumentale ma molto orientata sul jazz- rock e prog.
Però poi il pianoforte lo ha conquistato e in lui “ha trovato una casa che gli sembrava di aver costruito con le sue mani…”
Lui ha un rapporto fisico con lo strumento in questione. Questo suo modo di essere ha portato, dopo il raggiungimento del successo, all’arrivo di tanti imitatori ma anche di semplici appassionati.
Altro aspetto romantico dell’essere del maestro è la grande importanza che lui attribuisce al silenzio...
Per lui è fondamentale e ha con esso un bellissimo rapporto. Non per nulla ci sono alcuni dischi dotati di suoni rarefatti e che inducono dunque l’ascoltatore attento e accorto all’ascolto pure di se, in silenzio per l’appunto. Nel contempo però questo invito lo fa a lui stesso mentre suona. E, alla fine, l’artista vuole invitarci ad andare oltre il silenzio, nonché oltre ogni suo singolo disco e alla sua stessa musica.