Intervista Esclusiva, Francesco Maria Mancarella: “Il mio piano dipinge emozioni, e disegna stati d’animo”
Una vera e propria opera d’arte nell’opera d’arte, è la resa con la quale il pianista e compositore salentino Francesco Maria Mancarella ha realizzato l’album What I Felt, arricchito da una chiave di lettura estremamente innovativa che si traduce in quadri disegnati direttamente dal suo pianoforte
Quel pianista è un pittore. A volte si dice quando il tentativo è quello di descrivere la capacità di un musicista di illustrare con la sua musica atmosfere che si possono immaginare, se non direttamente visualizzare. Ma nel caso di Francesco Maria Mancarella questa definizione è assolutamente la più corretta.
Chi è Francesco Maria Mancarella
Salentino di Lecce, 35 anni, Francesco Maria Mancarella ha inventato e brevettato un pianoforte capace di trasferire su una tavola colori che vengono stesi direttamente dal suo pianoforte. Pianista e compositore di fama internazionale, Mancarella ha pubblicato a ottobre What I Felt, album anticipato dai singoli As freedom called e In Friends company.
Il video illustra meglio di qualsiasi sforzo narrativo un’idea tanto inconsueta quando suggestiva: in che modo un brano può diventare arte figurativa? “Tutto parte da come decido di strutturare la mia composizione – spiega il compositore – quando ho deciso di adattare il mio pianoforte a coda Kawai, con feltri di diversa qualità, intinti in colori acrilici, avevo in mente non solo quello che doveva essere il risultato del brano, ma anche quello che avrei voluto realizzare sulla tavola. È un altro modo di pensare le cose, meno automatico e un po’ più creativo”.
I colori sui martelletti del piano
Sono nati così i brani di What I Felt che richiama il doppio significato della parola “felt” in inglese: da un lato il feltro, materiale inserito tra la martelliera e le corde del pianoforte per smorzarne le vibrazioni, ma dall’altro il sentire, l’emozione che prende forma nella musica.
Francesco Maria Mancarella cita ispirazioni illustri: “Mozart, come Kandinsky, ma tutto parte da una estensione del ragionamento creativo. Da una parte non posso limitarmi a trovare la nota giusta, nello spazio e nel tempo. Devo anche pensare a cosa voglio tradurre nel disegno. Anzi… spesso è proprio questo secondo obiettivo che prende il sopravvento”.
La tavola corrisponde anche a una certa ampiezza di suoni: foglio da 20 centimetri richiede una tastiera meno estesa rispetto a quello da 50. La nota sbagliata non è improvvisazione: rovina anche il quadro: “È assolutamente vero, quando ho deciso di realizzare questo genere di opera, che poi ho brevettato, l’idea non era quella di creare una baracconata da fiera. Volevo che fosse davvero una forma d’arte nuova e mai tentata. I due aspetti non si possono suddividere, devono coesistere, da una parte la musica e dall’altra il quadro. Nascono insieme e hanno senso esclusivamente insieme”.
Un’opera ancora più unica nel suo genere
Il paradosso è evidente: è come pensare di voler scrivere qualcosa e ad ogni lettera si compone un disegno immaginario che alla fine del percorso narrativo diventa a sua volta opera. Cambiare i colori su una stessa identica composizione cambierebbe anche la resa pittorica? “Fino a un certo punto se la mia ispirazione è l’estate e compongo qualcosa che debba richiamare questo stato d’animo i colori dovranno essere vivaci, solari, pieni. Il quadro non è solo una estensione di quello che suono, ma è una vera e propria seconda declinazione della parte musicale”.
Il tutto in un mondo artistico che sottolinea quanto a definire un’opera sia la sua unicità: “Quando ho avuto modo di parlare con un collezionista che aveva appena speso un sacco di soldi per acquistare un’opera importante, mi venne spontaneo chiedergli perché… e mi rispose che la sua soddisfazione era essere l’unico in possesso di qualcosa di così straordinario”.

What I Felt
What I Felt è un album molto elaborato, arricchito da elettronica, con una produzione orchestrata che coinvolge anche diversi altri strumentisti.
Un lavoro che sembra quasi anacronistico in un momento in cui la musica è immediata, rapida, deve lasciare un segno entro cinque secondi e non durare più di due minuti e mezzo. Pena lo skip.
Come convive Francesco Maria Mancarella con questo genere di pubblico sempre più frettoloso, poco attento e se vogliamo anche molto meno esigente? “Continuo a considerare il bicchiere mezzo pieno. È vero. Spotify rispetto alle distribuzioni tradizionali ha tolto tantissime cose importanti. Ma ne ha offerte anche altre. Puoi arrivare a un pubblico immenso che diversamente non puoi raggiungere: in attesa di farti notare puoi intanto farti ascoltare. Che è l’unica cosa che mi interessa davvero”.
La musica che fa stare un po’ meglio
Il tutto in modo molto generoso, dedicandosi anima e corpo a una scommessa ambiziosa e non facile in cui Francesco Maria Mancarella mette un po’ di tutto: riletture classiche, molto jazz, un po’ di soft pop, qualche richiamo soul e addirittura funky: “Ho scelto di creare un disco che potesse parlare a quante più persone possibili, che fosse non solo di stimolo ma anche di rifugio, che potesse in qualche modo coccolare, proteggere e limitare quel rumore di fondo che a volte ci sovrasta e rende tutto molto più complicato. La musica deve guarire dicono, ma io sono contento anche se ci fa stare solo un pochino meglio….”
Francesco Maria Mancarella sarà live con la presentazione del nuovo album nel corso dei prossimi giorni.
Il tour
14 novembre – Teatro San Leonardo – Bologna
16 novembre – Teatro Franco Parenti – Milano
21 novembre – Teatro Paisiello – Lecce
La tracklist di What I Felt
As freedom called
As I was feeling
As time brought rain
As time grew quiet
In Friends’ Company
In moments of pride
In the flow of the river