Bohemian Rhapsody, 50 anni dopo: il brano che ha insegnato al rock a essere opera
I Queen celebrano il mezzo secolo di Bohemian Rhapsody con una serie di video sul loro canale ufficiale. Ma la storia del brano è molto più lunga e sorprendente di quei 5 minuti e 55 secondi che all’epoca sembravano interminabili e impossibili da trasmettere sulle radio, che pretendevano singoli non più lunghi di tre minuti.
Quando oggi ascoltiamo Bohemian Rhapsody ci sembra un oggetto alieno: sei sezioni diverse, un’introduzione quasi da operetta, una parte operistica, un intermezzo hard e una coda malinconica. E invece, come raccontano Brian May e Roger Taylor nella nuova serie The Greatest pubblicata proprio per il cinquantesimo anniversario del loro più grande successo, per i Queen del 1975 non fu una rottura, ma la naturale evoluzione di quello che avevano già scritto prima.
I Queen e Bohemian Rhapsody, la genesi
Sul primo album c’era già My Fairy King; su Queen II c’erano March of the Black Queen e The Fairy Feller’s Masterstroke: pezzi incentrati su una parte di piano, teatrali, con cambi d’umore continui e sovraincisioni vocali esasperate. Mercury, spiegano May e Taylor, venne in sala prove dicendo più o meno…“C’è questo pezzo, ha più parti, c’è un segmento operistico, dovremo sovraincidere tanto”. E la macchina-Queen si mise in moto.
Una ricostruzione ripercorsa in modo piuttosto rispettoso dal film biografico sui Queen, altro grandissimo successo, nel quale il ruolo di Mercury viene affidato al premio Oscar Rami Malek.
Bohemian Rhapsody, 180 sovraincisioni e il nastro che si scioglieva
La registrazione di Bohemian Rhapsody viene effettuata ai Rockfield Studios in Galles e fu un mezzo tour de force anche tecnico. Il produttore Roy Thomas Baker ricordò che Freddie arrivò con il pezzo praticamente completo in testa, comprese le armonie di Galileo Scaramouche e Fandango, parole inventate ma che suonavano bene nella metrica della canzone.
Lavorarono a blocchi: prima la ballad per piano e voce, poi la sezione operistica, poi il finale hard. Per le voci incollarono decine di tracce fino al limite della tecnologia dell’epoca: tanto che Baker disse che “si vedeva letteralmente il nastro diventare trasparente” anche perché tutto veniva inciso su una bobina tradizionale multipista. Roger Taylor per fare gli acuti richiesti perse quasi completamente la voce per tre giorni.
In quella fase il titolo provvisorio era The Cowboy Song, perché la coda con “nothing really matters” aveva ancora un sapore western e Mercury stava cercando la tonalità giusta ma non aveva ancora ben chiaro come la canzone si sarebbe dovuta concludere.

Il no della EMI
Ma la parte più famosa della leggenda di Bohemian Rhapsody arriva dopo. La EMI all’inizio non voleva pubblicare il brano come singolo: quasi sei minuti, niente ritornello tradizionale, troppe parti, nessun DJ l’avrebbe passato. C’è una lite furibonda nell’ufficio di Ray Foster, il pezzo grosso della EMI che rifiuta di fare uscire il brano come singolo.
Un ruolo che nel film verrà affidato a Mike Myers, grande ammiratore della band, che dirà… “voglio una canzone che la gente ascolti a tutto volume in macchina scuotendo la testa” che è esattamente quello che fanno i protagonisti del suo Fusi di Testa (Wayne’s World) sulle note di Bohemian Rhapsody.
Il sì di Kenny Everett e il video rivoluzionario
A quel punto Freddie Mercury fece ascoltare il pezzo a Kenny Everett, deejay e amico della band, che lo mandò in onda a ripetizione su Capital Radio dicendo che era “solo un provino”. In pochi giorni i fan lo richiedevano tutti e la EMI fu costretta a cedere. Per promuoverlo i Queen girarono un filmato con Bruce Gowers: quattro ore di riprese, poche sterline, tantissima inventiva.
Quello che oggi chiamiamo “videoclip musicale” – riprendere la band che suona, montarla con effetti e usarla in tv al posto dell’ospitata – nasce praticamente lì, nel novembre 1975. Per questo i siti celebrano oggi non solo la canzone, ma il suo modo di essere lanciata.
Curiosità, ritorni e un impatto che non finisce
Ci sono almeno tre aneddoti che spiegano quanto Bohemian Rhapsody sia diventata più grande degli stessi Queen. Il primo: nel 1975 molti critici inglesi la stroncarono, considerandola “eccessiva e pretenziosa”. Eppure restò al numero 1 delle classifiche inglesi per nove settimane e nel 1991, dopo la morte di Freddie, tornò in vetta per altre cinque.
Il secondo: nel 1992 è proprio il film Wayne’s World a riportarla addirittura nelle classifiche USA facendola conoscere a una generazione che non sapeva neppure cosa fosse A Night at the Opera. Mercury era morto da un anno…
Il terzo: per incidere la parte operistica dal vivo sarebbe servito un coro troppo grande, così i Queen decisero che dal vivo avrebbero usato il nastro originale uscendo di scena per qualche secondo, lasciando il palco completamente vuoto e inondato di giochi di luce per rientrare in scena solo per la parte rock. Mercury disse… “Non è playback, sono i Queen”.

Bohemian Rhapsody oggi
Una classifica riporta Bohemian Rhapsody al primo posto tra i brani rock inglesi di tutti i tempi, davanti a Stairway to Heaven dei Led Zeppelin e a Come Together di Beatles.
Al momento è tra le prime tre canzoni più trasmesse nella storia delle radio inglesi e ha fruttato ai Queen il disco di diamante, dieci milioni di copie vendute, negli USA, prima band britannica a conquistare questo riconoscimento. Il film ha incassato in due settimane quasi un miliardo solo al botteghino dei cinema di tutto il mondo.