Antonio Maggio e “Greta”: quando il dolore diventa canzone (e denuncia)
Il nuovo singolo di Antonio Maggio si intitola Greta e vede il cantautore affiancato da Pierdavide Carone in un progetto di grande intensità emotiva che include anche un bel video. Un messaggio legato alla tutela dell’ambiente che con il tempo ha acquisito un significativo emotivamente molto intenso per entrambi
Ci sono canzoni che nascono prima del loro significato. “Greta”, il nuovo singolo di Antonio Maggio con Pierdavide Carone (pubblicato per Dischi dei Sognatori / ADA Music Italy), è sicuramente una di queste. Scritta tre anni fa come riflessione sulla salvaguardia ambientale e sulla qualità dell’aria, “Greta” ha assunto col tempo un peso personale devastante che i due artisti non avrebbero mai voluto conoscere.
Il significato di Greta
“Quando l’abbiamo scritta non l’avevamo direttamente legata alle nostre figure paterne – spiega Antonio Maggio – originariamente doveva essere una canzone sul tema dell’inquinamento, di ecologia. Poi il padre di Pierdavide ha avuto problemi di salute legati proprio all’aria. E incredibilmente, da lì a poco, anche mio padre ha avuto le stesse identiche problematiche, lo stesso identico iter”.
Una coincidenza che va oltre la comprensione razionale e che trasforma quella che doveva essere una canzone d’amore…. “in una storia che prescinde un po’ dai ragionamenti terreni più immediati ed evidenti e che si presta a cominciare dalla nostra storia personale a diverse interpretazioni”, come la definisce Maggio con quella delicatezza che non nasconde il dolore.
È vero che Greta racconta tutto questo attraverso una storia d’amore, scegliendo la poesia invece della didascalia, l’emozione invece della denuncia frontale: “A me serviva una canzone che parlasse in modo meno didascalico e più fruibile e accessibile a tutti – spiega Antonio Maggio – in questo credo che la canzone sia sempre la maniera più poetica per far arrivare temi importanti alle persone”. E il simbolo scelto è forte: Greta, ovvero Greta Thunberg… “Una figura che riscuote grande successo e consenso ma in grado anche scatenare forti antipatie”.
Greta Thunberg, divisione emozionale
Anche se… “Io non capisco il perché di tanta ostilità – continua Maggio – d’altronde quando c’è di mezzo un fattore scomodo come la verità, questa dà molto fastidio a degli interessi che ci sono a latere. Greta sta dicendo una cosa semplice: dobbiamo fare tutti più attenzione. Il nostro rapporto singolo con l’ambiente fa star bene la coscienza, ma se diventa qualcosa di collettivo si possono produrre risultati positivi. Basta guardare il lockdown: il Covid ha abbattuto dal 40 al 70% i dati degli inquinanti locali. Non servono tragedie locali a scatenare il buonsenso. C’è qualcosa che possiamo fare tutti”.
La frase più dura arriva senza giri di parole nel bel mezzo della canzone, il cancro siamo noi: “Inconsapevolmente? Neanche tanto. Ormai se ne parla talmente tanto che dire che siamo inconsapevolmente un cancro è sbagliato. Troppo egoismo, troppo menefreghismo. Serve solo un po’ di impegno, buona volontà, un giusto movimento delle coscienze. Bisogna scuotere chi sta un po’ più su, oltre che noi stessi”.
Il videoclip, diretto da Luana Fanelli e girato nello splendido contesto dell’Area Marina Protetta di Porto Cesareo, usa l’immagine di una bambina con il suo peluche come metafora del futuro da proteggere. Un archetipo fiabesco – Cappuccetto Rosso riletto in chiave contemporanea – che diventa viaggio interiore, presa di coscienza: “La bambina rappresenta le nuove generazioni, gli eredi di un ambiente che oggi siamo chiamati a proteggere se non per noi per loro – spiega la regista Luana Fanelli – un messaggio che con il passare degli anni si fa ancora più forte: salvaguardare la natura significa prendersi cura del domani dei nostri bambini”.

Altro che giovani…
Ma l’intervista con Antonio Maggio non può fermarsi alla canzone. Perché alla base della pubblicazione di Greta c’è un percorso lungo tredici anni – da X Factor nel 2008 a Sanremo Giovani nel 2013 con la vittoria di “Mi servirebbe sapere” – che lo porta a una lucidità rara nel guardare al sistema musicale italiano di oggi.
Senza fare sconti: “Sanremo Giovani quando ci sono andato io mi sembrava ancora un prodotto credibile – dice senza mezzi termini Antonio Maggio – ma alla lunga ho visto eliminare canzoni piacevoli, ragazzi che avevano qualcosa da dire. Mi sembra che siamo tornati all’omologazione, a quello che passa sui social, sui reel”.
Anche il tema dei limiti d’età lo fa arrabbiare: “Nel 2013, con le regole di adesso, non avrei potuto partecipare. Avevo 27 anni, dunque ero oltre il limite. Ma pensa a quanti altri non avrebbero avuto il diritto di esserci… Ermal Meta, Francesco Gabbani… Con questi limiti nemmeno loro avrebbero mai fatto conoscere la loro arte. Parliamo di gente che ha 28, 29, 30 anni, non sono vecchi. È che non hanno mai avuto una propria occasione prima. E se non concedi loro un veicolo, sarà impossibile ascoltarli o vederli in scena. Questo andare incontro a tendenze e stili che abbassa l’età si traduce in altre mancanze: e non mi piace….”
Tempi moderni
Si può ridurre il messaggio di una a una forma sintetica perché diversamente la gente la scrolla…? “Stiamo esagerando. A cominciare proprio dalla durata delle canzoni, tutte compresse in non più di due minuti per via di algoritmi e reel. È un assimilarsi a rischi che nessuno ci ha imposto ma di cui siamo tutti vittime. Io me ne sbatto: sto preparando canzoni che durano ben oltre quattro minuti, come ce ne sono un paio che durano due minuti e mezzo ma solo perché in quel tempo avevo detto tutto quello che avevo da dire. Ho vinto Sanremo con una canzone di 2.25”, ma avevo detto tutto. Non era per rientrare in canoni imposti dalla discografia”.
E poi c’è la caccia alla cover giusta, forse perché è sempre più difficile trovare la canzone giusta? “Le cover non sono un peccato mortale, anzi. Come in tutte le cose dipende da come le fai. Se è un copia-incolla fai solo una brutta figura. Se invece metti il tuo fattore artistico al servizio dell’opera, dando un punto di vista personale, anche la reinterpretazione ha valore artistico. Ma se ti limiti a rifare l’opera così com’è, inevitabilmente sbagli. E poi, che gusto c’è? Siamo sicuri che sia solo un omaggio?”.
La canzone come messaggio
Non ci resta che fare quello che riteniamo giusto, per noi stessi: “Il concetto di libertà deve essere rivalutato nella creatività. Tutto è ciclico: le cose brutte lasciano il posto a qualcosa di più bello, e viceversa. Spero che questo momento passi presto”.
“Greta” è la prima di una serie di canzoni che Maggio pubblicherà nel 2026, tutte legate al filo conduttore della sensibilizzazione attraverso storie d’amore. “Credo sia la maniera più poetica per parlare di temi importanti”, conclude Antonio Maggio.