Eman a Blogo: “A me stesso dodicenne direi “Vedi che si può fare?”. Sul palco sono quello che voglio essere”

L’intervista a Eman su Blogo: il cantante fa un bilancio a un anno dall’uscita del suo disco, Amen.

È passato un anno dall’uscita di “Amen” (pubblicato dalla Sony Music Italia nel 2016), il primo album ufficiale di Eman che, con 10 brani inediti e 2 bonus track, ha raggiunto il 37esimo gradino della classifica FIMI. Lui, all’anagrafe, è Emanuele Aceto, classe 1983. Il cantautore calabrese con la sua versatilità compositiva rappresenta un’interessante novità all’interno della scena musicale italiana. Il suo repertorio, difficilmente etichettabile, esplora mondi musicali spesso opposti tra loro: dal reggae al dark, passando per l’electro-rock fino alla musica d’autore contemporanea e d’ispirazione internazionale. I suoi brani sono testi impegnati – spesso veicolo di messaggi di carattere sociale o di denuncia (come nel caso di “Amen” o “Chiedo Scusa”) – ma anche ironici e provocatori (come nel caso de “L’amore ai tempi dello spread”, “Svegliati” o “Polvere e Ossa”).

Durante l’intensa attività live del 2016, l’AmenTour ha registrato diversi sold out a Roma, Milano, Bologna, Cosenza e Catanzaro (dove ha realizzato un doppio sold out al Teatro Politeama). Vi avevamo già presentato il cantante nei mesi scorsi, in un’intervista.

Oggi, ecco la nostra chiacchierata con Eman, pochi giorni prima della data milanese di venerdì 24 febbraio al Memo Music Club.

È passato un anno dal rilascio del tuo disco d’esordio, Amen. Nei mesi scorsi, intanto, hai inanellato una serie di concerti a Roma, Milano, Bologna, Cosenza e Catanzaro. Che primo bilancio fai?

«Sono stati mesi intensissimi, devo ammetterlo, fra un cambiamento e l’altro. Tre città in cui vivere e l’uscita del disco si sono sommati a tanti impegni e aspettative. Queste ultime, a volte esaudite, altre no. Sono capitati avvenimenti inaspettati, ci siamo messi costantemente alla prova. Il pubblico è cresciuto e noi con lui, insieme alla musica, alle esibizioni e al lavoro costante fatto su noi stessi. Un po’ come quando si diventa maggiorenni… Anche se io l’ho superata da un pezzo quell’età! (ride, ndr)».

Hai cambiato tre città in questi mesi?

«Sì, mi sono diviso per un oltre un anno tra Roma e Catanzaro. Ora, invece, vivo a Milano.

Dopo Amen ci sarà un nuovo disco?

«Sì. Negli ultimi mesi ho vissuto tante emozioni e novità delle quali mi sono nutrito per riempire di contenuti e di musica il nuovo disco».

Si sa già quando uscirà?

«L’anno è sicuramente questo, non abbiamo ancora una data precisa. Stiamo valutando alcune proposte. Posso però anticipare che siamo “maturati” e con noi anche il suono. Perciò sarà un disco decisamente diverso dal precedente».

C’è qualche episodio in particolare, legato ai live che hai fatto, che ti ricordi maggiormente?

La prima data del tour. Avevamo pensato di farla a Catanzaro, nostra città d’origine, al Teatro Politeama che può ospitare un ampio pubblico (900 posti). Non avrei mai pensato di riempirlo tutto e, invece, i posti della prima data si sono esauriti talmente presto, da richiedere il bis il giorno successivo. Due sold out così vicini mi hanno riempito il cuore di gioia e orgoglio (sorride, ndr)».

Se avessi la possibilità di avere te stesso, davanti, all’età di 12/13 anni, cosa ti diresti?

«Sai che è una domanda che non mi avevano mai fatto? Pensando me a quell’età, ho un ricordo in particolare: ero molto, molto più balbuziente di oggi. La forte balbuzia di cui soffrivo faceva sì che il mio rapporto con il mondo esterno fosse limitatissimo. Stavo in strada con i miei amici ma non interloquivo con loro particolarmente. Osservavo tanto. Avevo effettivamente molti sogni, ma pensavo che uno che non riusciva a dire nemmeno “Mi passi l’acqua, per favore?”, non avrebbe mai potuto parlare di fronte ad un pubblico. Oggi, con queste nuove consapevolezze, direi invece a me stesso tredicenne: “Vedi che si può fare?”».

Da ragazzo eri quindi schivo, timido, nel modo di essere?

«Sì, osservavo tanto, mi incuriosiva molto la gente. Tutt’oggi è così. Osservavo. Oggi questa cosa si riflette sulla mia scrittura. Mi guardo intorno e capisco che ho una certa empatia. Ho iniziato a capire che ogni persona che hai intorno vive un dramma o qualcosa di particolare. Approcciare con delicatezza gli altri era ed è un punto di partenza fondamentale. Allora ero molto timido. Lo sono ancora oggi. Non sono un tipo da locali, vita mondana…».

Però trasmetti te stesso con le parole dei tuoi testi e la tua musica.

«Sì, è vero. Io salgo sul palco e sono quello che volevo essere, senza intoppi, senza alcun pensiero. L’unico trucco che ho pensato di usare è di non usarne nessuno, di essere vero».

Ci sono molti ragazzi – nelle grandi città o in quelle di provincia – che sognano di diventare cantanti e di vivere di musica. La passione, la fame, la voglia di farcela, quali sono secondo te gli ingredienti fondamentali o quelli a cui tu potresti dire “grazie”, oggi?

«Guarda, io penso che la fame sia una delle caratteristiche fondamentali. Ma anche essere lucidi, capire quali sono i propri limiti. Possiamo credere in noi stessi ma crederci troppo, sopraelevarci: no! Secondo me ci vuole una buona dose di umiltà, ripetersi “Non sei così bravo, migliora ancora un po’”, può dare una mano. In un lavoro come questo, ciò che conta davvero è arrivare al pubblico, mentre la maggior parte dei nuovi artisti pensa solo al passaggio in radio e alla visibilità in tv».

E il modo migliore è, appunto, riversare se stessi in un album e in una serie di concerti come hai fatto tu.

«Proprio così. Quando canto lassù sono chiaramente “nudo”, ne sono convinto, ne sono certo anche dal modo in cui il pubblico si sente partecipe delle canzoni. Sono stato onesto nello scrivere e forse troppo nel descrivermi nei testi, ma sono fatto così».

A proposito di testi, in una tua canzone ha scritto: “Nulla cambia, nulla si trasforma se al tuo volo opponi certi limiti”. Ti è mai successo, hai rimpianti, è una verità nata col tempo?

«Siamo capaci di fare tante, tantissime cose e di poter dare qualcosa a questo mondo. Ognuno di noi deve dare qualcosa. A volte i limiti ci sono imposti, ti impongono le idee, ti dicono come devi vivere, quali sono le cose importanti da cercare e avere. Per farti un esempio, per essere ricchi non bisogna per forza esserlo… in quel modo, con uno yacht. Io penso che essere ricchi sia fare la cosa che più ti piace. E se questa cosa arriva ad avere dei limiti, come nascere in Calabria, – dove la musica è sommersa, non esce dai confini, non viene ascoltata fuori – fare musica lì e crederci è superare un limite, tanti limiti. Sentirsi libero di parlare in un posto come la Calabria dove, a volte non ci si sente liberi di poter dire alcune cose, equivale a superare più di un limite, credimi».

Quando ha iniziato a seguire la tua passione e a voler diventare cantautore, ricordi il riscontro o la reazione delle persone intorno a te?

«Non ho avuto subito un riscontro positivo. I miei cari, però, con il tempo si sono abituati ad ascoltare quello che volevo dire. All’inizio facevo musica reggae, ho puntato a fare una cosa che piaceva al territorio, ma mettendo settaggi e andando oltre ai soliti cliché – come la marijuana. Ho cercato di trovare una strada in grado di arrivare ai giovani e ai più grandi insieme. I riscontri sono stati a volte positivi, a volte meno. Fa parte anche questo del “gioco”».

Concludiamo parlando del concerto di venerdì 24 febbraio al Memo Music Club, in via Monte Ortigara 30 dalle 22.

«Il live di venerdì proporrà una commistione di vecchio spettacolo con l’esecuzione di alcune canzoni del nuovo disco. Nello specifico, il nostro è un viaggio: accompagniamo i brani con monologhi che vengono recitati da un attore, Mauro Lamanna, che segue il nostro tour da un anno intero. Questi monologhi hanno il compito di introdurre e spiegare il filo conduttore che unisce ogni pezzo. È una bella esperienza, alla quale abbiamo lavorato tanto. Da non perdere insomma (ride, ndr)».

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