George Harrison: dieci anni dopo la scomparsa del ‘Beatle tranquillo’

George Harrison: dieci anni dopo la scomparsa del Beatle tranquillo

La morale della storia è che, se accetti gli alti, dovrai passare anche attraverso i bassi. Nelle nostre vite abbiamo imparato a conoscere l’amore e l’odio, gli alti e i bassi, il bene e il male, le sconfitte e le vittorie. Era come una versione amplificata di quello che vive chiunque altro. Quindi, essenzialmente, va bene. Qualsiasi cosa sia accaduta è positiva se ci ha insegnato qualcosa, ed è negativa solo se non abbiamo imparato: “Chi sono? Dove sto andando? Da dove vengo?”

George Harrison pronunciò queste parole durante un’intervista. L’ennesima in cui gli venne chiesto di parlare del suo peso ‘minoritario’ nei Beatles. Era il più schivo, tranquillo e riservato dei quattro: nonostante il suo apporto al gruppo – e all’etichetta Apple records – fu fondamentale, il marchio di ‘outsider’ non lo abbandonò mai. Così come non è un mistero che inizialmente, Lennon non lo volesse nella band.

Troppo abile come chitarrista: la superiorità tecnica di Harrison era inammissibile per un ego come il suo. Nei Quarrymen (la formazione pre-Beatles) infatti, George Harold Harrison suonava solo sporadicamente, sostituendo Eric Griffiths quando non era disponibile. Fu McCartney a insistere e a ottenere che George entrasse in pianta stabile.

Il talento di Harrison come autore si manifestò lentamente. Anche se Lennon e McCartney seguivano spesso i suoi suggerimenti sulle parti di chitarra e di basso, le prime canzoni arrivarono dopo qualche tempo. Con la sua inseparabile Gretsch “Duo Jet” compose alcuni brani di “With The Beatles” e “Revolver”, ma rivelò le sue capacità di autore soprattutto nel “White Album”. C’è una ragione specifica: dal 1965 George, timidissimo, si era avvicinato alla cultura indiana e alla figura di Ravi Shankar, il virtuoso del sitar.

L’apporto di questo strumento anche nei dischi del gruppo, lo rassicurò sull’avere maggiore voce in capitolo. L’album, pubblicato dopo il viaggio dei Beatles in India, conteneva molti brani scritti da lui, compresa la storica “While My Guitar Gently Weeps”: una delle canzoni che più gli garantirono l’attenzione di critica e pubblico.

L’amicizia con Shankar continuò negli anni. Fino al famoso “Concert for Bangladesh” del 1971: una delle manifestazioni musicali più importanti dell’epoca. Durante la primavera di due anni prima, Harrison aveva temporaneamente abbandonato i Beatles, era riemerso a fatica dalle session di registrazione di “Let It Be” (attraversate da tensioni insopportabili) e si era rifugiato dall’amico Eric Clapton.

I due suonavano in giardino e ascoltavano i demo incisi da George che si lamentava cupo della situazione. Spuntò un pallido sole e la frase “Here comes the sun” ispirò una delle sue due migliori composizioni. L’altra fu “Something”, che invece nacque dall’incipit di un altro artista della Apple records (“Something in the way she moves”, di James Taylor) l’anno precedente e fu completata sempre nel 1969.

Citiamo questi memorabili episodi perché riassumono in qualche modo la personalità di Harrison. Un musicista molto preparato, abile a produrre altri gruppi valorizzandoli con la sua sincera curiosità per il talento altrui. Una figura capace di rimanere nell’ombra e illuminarsi subito dopo per dare vita a intuizioni musicali di altissimo livello.

Non è un caso che il recente film-documentario di Martin Scorsese sia stato intitolato “Living In The Material Word“: quel mondo ‘materiale’ da cui il quiet Beatle riuscì a mantenersi sempre appena distante, osservandolo con una tranquillità che gli permise di descriverlo al meglio.

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