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Vivere aiuta a non morire, Dargen D’Amico: “Volevo spedire un messaggio, un invito alla leggerezza per chi mi ascolta”

“Leggerezza nell’affrontare tutto ciò che avviene e che riguarda l’essere umano, dalla vita alla morte”

29 Aprile 2013 23:17

Tutti lo vogliono, tutti lo cercano, tutti sembrano voler lavorare con lui. E in questo nuovo disco, dal titolo “Vivere aiuta a non morire” Dargen D’Amico si è davvero speso su mille fronti. Ha collaborato con gli artisti più disparati, appartenenti ai generi più diversi (da Fedez a Enrico Ruggeri, da Andrea Nardinocchi ad Andrea Volontè dei Fratelli Calafuria, senza dimenticare Max Pezzali, J-Ax e i Two Fingerz, fino ai Perturbazione e Michelle Lily).

Abbiamo avuto modo di approfondire con lui cosa c’è dietro questo suo nuovo lavoro.

Come nasce questo tuo nuovo disco?

L’idea è nata mentre stavo lavorando al mio disco precedente, erano solo due brani con nessuna collaborazione. L’idea che mi stuzzicava, per vivacizzare la mia vita artistica, era quella di collaborare. Volevo spedire un messaggio, un invito alla leggerezza per chi mi ascolta. Ci ho messo un annetto a scrivere i pezzi, ho scritto molto. L’invito alla leggerezza era anche per me, ho scritto delle canzoni in totale tranquillità e ho fatto una selezione. Ho cercato di metterne più possibile, per dare più chiaroscuri possibili. La leggerezza nell’affrontare tutto ciò che avviene e che riguarda l’essere umano, dalla vita alla morte. E’ un passaggio un po’ schizo da temi vitali alla morte, questo gioco di ombre e di luci nel quale convivono entrambi. Con naturalezza, con leggerezza come è nell’equilibrio del cosmo, in cui avvengono accadimenti fortemente drammatici, mantenendo una dignità e un equilibrio. Era quello che volevo trasmettere.

Sei passato da una situazione in cui per così dire ‘eri tu e basta’ ad una situazione in cui hai collaborato con artisti anche molto diversi tra loro.

L’ho fatto proprio perchè prima di tutto devo intrattenere me stesso. Volevo trovare qualcosa di stimolante, ho scelto collaborazioni che mi interessavano, nate sul piano personale quando ho conosciuto questi artisti. Che apprezzo umanamente, con i quali ho passato bei momenti in allegria, in compagnia. E da lì nascevano i brani. Quando avevo in mente un brano lo proponevo, avevo sempre le idee molto chiare, ed è sempre andata bene. Ho ricevuto solo due rifiuti per le collaborazioni. Mi sento molto fortunato.

Quella con Max Pezzali è stato quasi uno scambio di favori dato che tu hai collaborato sulla riedizione di “Hanno ucciso l’uomo ragno”.

Max in realtà non aveva nessun favore da ricambiarmi, ma anzi, sono io che devo ancora dei favori a lui. E’ nato tutto da un messaggio su Twitter: gli ho detto “avrei quest’idea, di fare questo brano”, non avevo fatto nemmeno fatto in tempo a concludere che Max aveva già risposto sì. E’ veramente la persona più disponibile a questo mondo. Abbiamo passato tre giorni insieme a Firenze per girare il video di “Hanno ucciso l’uomo ragno”, ci siamo visti a colazione, pranzo, cena…sono stati tre giorni bellissimi.

Poi c’è la collaborazione con Enrico Ruggeri.

Io ho sempre stimato il lavoro che ha fatto a livello autorale. Avere la possibilità di collaborare con lui e sentire dalla sua bocca parole come “finalmente il rap è iscritto nella musica italiana”. E’ un onore essere la prima collaborazione rap di Ruggeri. Sono molto contento di tutto questo e sono anche molto contento del risultato perchè l’idea iniziale, con Marco Zangirolami, il produttore, era quella di invertire i mondi, di stendere la voce di Ruggeri su un ritmica elettronica rap anni Ottanta anzichè lasciare la parte di pianoforte e voce al rap, in modo da creare questo momento di confusione in cui è tutta musica italiana. Il risultato è quello: creare una fluidità tra la musica italiana tradizionale e quella più elettronica, più rap.

In un certo senso Pezzali e Ruggeri sono stati i primi ad ‘aprire le porte’ al rap – tra mille virgolette -. Però, occupandoci di musica, sappiamo bene che questa considerazione è un po’ limitante, ed tutto un problema legato ai preconcetti insiti dei generi, perchè la musica non è a compartimenti stagni. O per lo meno, io personalmente non la considero così.

Assolutamente sì, anche perchè poi la collaborazione è nel codice genetico del rap, è sempre stato così. Io poi, in tutta sincerità ti dico, conoscendo sia Pezzali che Ruggeri, loro ragionano solo sul piano musicale, tutto il resto non ha importanza. Tutte queste collaborazioni sono tutte state fatte perchè dal loro punto di vista, e anche dal mio, i brani avevano un senso solo in quel modo, sfruttando l’alternanza di toni e di scelta di parole che poteva esserci tra un cantante più tradizionale italiano. Pezzali ma anche Ruggeri sono stati dei grandi innovatori: Pezzali è uno che ha introdotto prima di tutti gli altri la quotidianità nei testi. Quando uscì “Hanno ucciso l’uomo ragno”, che io acquistai in cassetta, capivo che c’era qualcosa di diverso da tutto quello che avevo ascoltato prima. Ed era molto rap, la scelta di temi, anche le metriche. C’è molto del rap: non a caso Pezzali aveva avuto come prima esperienza un gruppo rap in cui rappava in inglese.

Tornando alle collaborazioni, c’è anche J-Ax tra i nomi. E’ un po’ il tuo ‘padrino artistico’?

Non so se sarebbe contento di questo termine, ma è stato il primo a dedicarmi dello spazio, del tempo, ti parlo del ’95. Per me era importante avere la possibilità di collaborare con lui. L’idea era di questo brano molto italo-disco: era la persona adatta perchè la prima volta che ho sentito parlare di Pino D’Angiò, che è maestro di questo genere, di questo parlato su musiche italo-disco-funky, è stato in un brano di Ax. Mi sembrava il coronamento di questo percorso.

Adesso che ti sei messo in gioco sia da solo che con le collaborazioni, che situazione preferisci?

Credo nessuno dei due. Non preferisco. Sono brani anche molto diversi, che hanno bisogno del loro spazio, della loro dimensione, bisogna assecondare anche il proprio istinto. In questo momento il mio istinto mi diceva di fare questo, e l’ho assecondato. Non ci sono altri tipi di ragionamenti, non c’è una politica dietro. Il disco era già così quando l’ho presentato alla mia etichetta.

Ora, da un punto di vista esterno: sembra quasi che tutti vogliano collaborare con te. Tu sei a conoscenza di questa cosa, e come la vivi?

Sì, ne sono a conoscenza. Io credo che in gran parte questa cosa sia dovuta al fatto, soprattutto, che io ho sempre cercato di portare avanti un discorso abbastanza personale, che quindi incuriosisce. Poi quando passa il momento della curiosità, ti assicuro che le persone non vogliono più collaborare. Mi fa molto piacere comunque.

Invece il tuo rapporto con i fan com’è?

Credo di avere un rapporto molto buono, ci punzecchiamo a vicenda. -alcuni di loro sono molto attenti e mi impressiona la lucidità con la quale interpretano i testi. Spesso trovano anche i significati che io cerco di lasciare un po’ in secondo piano, giocando con le parole, non dettando direttamente il significato della canzone a chi la va ad ascoltare. Ma loro lo trovano, e io sono veramente impressionato positivamente. Sono contento delle persone che mi ascoltano, molto contento.

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