Wish You Were Here, 50 anni dopo: il disco dei Pink Floyd che ha messo in scena l’assenza
“Wish You Were Here” compie 50 anni: genesi, aneddoti su Syd Barrett, il significato dell’album e la storia della copertina incendiariaUscito nel settembre 1975, “Wish You Were Here” è il punto in cui i Pink Floyd trasformano il successo in autocoscienza: un concept sull’assenza, un saluto a Syd Barrett, una critica feroce all’industria. Cinquant’anni dopo, quelle canzoni e quella copertina in fiamme continuano a parlarci.
Dopo “Dark Side of the Moon” i Pink Floyd sono forse alla prima vera svolta della loro vita. Hanno toccato il vertice, sono in cima, e ci sono arrivati senza Syd Barrett, nel frattempo precipitato nel vuoto di una mente geniale ma devastata da insicurezze, frustrazioni, disagio mentale, farmaci e droga. All’interno della band ci sono tensioni, soprattutto tra David Gilmour e Roger Waters, le due anime spesso in contrapposizione nella band, anticipando la crisi di qualche anno dopo.
Pink Floyd e Wish you were here: tormento ed estasi
Potrebbero aspettare, prendere tempo, capitalizzare un successo che renderà loro miliardi, forse addirittura espanderlo con un seguito rassicurante. Ma scelgono un’altra strada: un disco che parla di assenza. Assenza come mancanza fisica e mentale, come distanza fra l’artista e il suo pubblico, ma anche come freddezza dell’industria discografica.
È un lavoro che rifiuta la celebrazione del sé e mette a nudo l’alienazione del mestiere: “Have a Cigar” sferza l’ipocrisia del music business, il sigaro offerto è quello che il manager propone al musicista, che nemmeno fuma, tanto per rabbonirlo.
“Welcome to the Machine” è un macchinario che ingoia e restituisce individui deformi e senza volto; comparirà di nuovo nella tritacarne di The Wall. La title track stringe propone un abbraccio: ma dall’altra parte non c’è nessuno.
Wish you were here: l’uomo che brucia
Quando la band incontra Hipgnosis, un’agenzia creativa incaricata di realizzare lo studio per la copertina del disco, viene fuori l’immagine che ancora oggi è una delle più famose di sempre nell’industria del disco. Due uomini in giacca che si salutano: uno prende fuoco, metafora di chi “si brucia” pur di chiudere l’affare. L’altro si ustiona soltanto…
Inizialmente l’immagine viene addirittura considerata eccessiva. Non vogliono che sia esposta nelle vetrine. Alcuni distributori la rifiutano: l’album arriva nei negozi in vetrina avvolto in una guaina nera, con l’artwork nascosto, coerente con il tema dell’assenza.
Come nacque una copertina leggendaria
Per incarnare visivamente l’album, Aubrey “Po” Powell e Storm Thorgerson di Hipgnosis decidono di scattare davvero “una stretta di mano che brucia”. La troupe vola ai Warner Bros Studios di Burbank: due stuntman, Ronnie Rondell e Danny Rogers, provano la scena decine di volte. La tuta e la parrucca sono impregnate di ritardante, il gel protettivo è steso ovunque, ma il rischio resta.
In una delle ultime prove una folata di vento avvolge il volto di Rondell: l’equipe si getta su di lui con le coperte, lui perde un sopracciglio e parte dei baffi, ma lo scatto è lì, perfetto, con il fuoco che lecca la stretta di mano. Tornati a Londra, Hipgnosis completa il cortocircuito concettuale: nascondere l’immagine dentro un cellophane nero, così che l’acquirente debba togliere un velo per far apparire ciò che il disco racconta, l’assenza.
Un mese fa Ronnie Rondell è mancato… e nelle sue immense collaborazioni con cinema e arte quella foto è ancora la cosa più famosa che ha fatto…

Wish you were here : l’ombra gentile e dolorosa di Syd Barrett
Il cuore emotivo del disco è Syd Barrett, fondatore e primo genio visionario dei Pink Floyd, allontanato anni prima per il tracollo psichico. Aveva scritto capolavori difficili da comprendere ancora oggi: come Astronomy Domine.
Il suo fantasma abita tutto “Wish You Were Here”, e prende forma nella lunga suite “Shine On You Crazy Diamond” che apre e chiude l’album come due sponde dello stesso fiume. Ma l’aneddoto che ha consegnato alla storia la genesi del disco è un altro: durante una sessione ad Abbey Road, nell’estate del 1975, un uomo appesantito, con la testa e le sopracciglia rasate, entra in studio. Nessuno capisce chi sia e cosa voglia.
Ci vuole un attimo da parte di tutti per riconoscerlo: è Syd. Saluta, si siede, appoggia un sacchetto di plastica a terra; dentro due fettine di pollo e due arance comprate al supermercato. Chiede di sentire i ragazzi che suonano. Ascolta, sorride piano, fa qualche commento disarmante: “La chitarra non è troppo forte?” oppure “mi sembra lunga questa canzone…” poi si alza e svanisce. Non lo rivedranno più.
Tutti andranno al suo funerale quando morirà stroncato dal cancro nel 2006, a 60 anni, ammettendo che i medici stessi gli avevano chiesto di non avvicinarlo più. Era ricchissimo: morto per scelta in povertà perché non sapeva come amministrare il denaro.
La forma del suono: distanza, carne e metallo
Musicalmente “Wish You Were Here” è un equilibrio insolito fra tecnologia e respiro umano. I synth sembrano corridoi d’acciaio, ma le chitarre di David Gilmour hanno uno spessore soffuso e ovattato, come se arrivassero da una stanza accanto. La title track nasce come una confidenza sussurrata, un arpeggio che pare intercettato da una radio in un’altra stanza prima di entrare a fuoco; è uno degli intro più belli mai scritti.
“Welcome to the Machine” è un ventre meccanico che pulsa ma ti inghiotte. “Have a Cigar” prende in giro il cinismo di chi chiede “by the way, which one’s Pink?” trasformando l’autoironia in atto d’accusa: chi discuteva i loro contratti non sapeva nemmeno perché si chiamassero Pink Floyd.
È un disco che non offre facili soluzioni immediate: all’ascoltatore chiede tempo, chiede fiducia. In cambio, gli consegna un modo diverso di intendere il rock: meno esplosione, più risonanza; meno posa, più coscienza. Cinquant’anni dopo, quella dialettica fra calore e distanza continua a sembrare modernissima.