
Arcade Fire - The Suburbs: non avrà freschezza e l’importanza storica di “Funeral”, ma “The Suburbs” è la conferma definitiva della grandezza degli Arcade Fire. Un disco maturo, eterogeneo, che cresce con gli ascolti e curato nei minimi particolari ma che in alcuni frangenti (un po’ anonimi e blandi) fa rimpiangere la formula dei primi tempi, una formula riconducibile esclusivamente a loro, mentre qui alcuni brani potrebbero essere scritti da chiunque (“Month Of May”). Non sorprende quindi che i pezzi che rimangono maggiormente impressi siano quelli più vicini alle origini (”Ready To Start”, “Empty Room” e “We Used To Wait”), senza dimenticare l’inaspettato esperimento/gioco pop (fra Abba e Blondie) di “Sprawl II (Mountains Beyond Mount)”. (z.) Voto: 7/8
Iron Maiden - The Final Frontier: gli Iron Maiden la storia della musica l’hanno fatta… negli anni ‘80. Che senso ha continuare a fare dischi dopo tanti anni e con l’età che inizia a farsi sentire? Un conto è se realizzi un disco valido come “Brave New World” (l’ultimo grande album della band), un conto è se vai avanti solamente per dare in pasto ai fan (che comprerebbero di tutto) album mediocri, per poi andare in tour sempre più sold out. Bruce Dickinson (probabilmente penalizzato da una produzione poco riuscita) sembra essere fuori fase in più di un brano. Escludendo i due dischi con Blaze alla voce, “The Final Frontier” è probabilmente il disco meno riuscito della band… e poteva andare anche peggio considerato i due brani presentati prima della release (la titletrack e “El Dorado”), invece qualcosa di salvabile c’è (”When the Wild Wind Blows”)… non abbastanza però. (z.) Voto: 5
Katy Perry - Teenage Dream: probabilmente Katy Perry è consapevole di proporre musica trash, ma se ne interessa poco, perchè è la prima a non prendersi troppo sul serio, con provocazioni talmente banali (ma allo stesso tempo furbe) da risultare quasi ironiche… un po’ come certi film alla Scary Movie. Però purtroppo qui si parla di musica e quindi tutte queste “doti” (a cui vanno aggiunte quelle regalate da madre natura), finiscono per cadere miserabilmente nel superfluo. Se volete un sogno adolescenziale targato 2010, meglio passare a “Teen Dream” dei Beach House. (z.) Voto: 4
Best Coast - Crazy for You: Quello dei Best Coast era probabilmente uno dei debutti più attesi dell’anno: i singoli che ne anticipavano l’uscita (su tutti “When I’m With You”, qui presente come bonus track) facevano intravvedere grandissime potenzialità. Il risultato delude in parte le aspettative principalmente per un motivo: mancanza di varietà. Tutte le tracce di “Crazy for You” seguono gli stessi stilemi: fuzz pop, beach-gaze e surf pop. Comlessivamente si è comunque davanti ad un debutto di tutto rispetto, il disco perfetto per questa estate che sta finendo. (z.) Voto: 7
Wavves - King Of The Beach: forse non ce ne rendiamo conto, ma siamo nel bel mezzo di un movimento musicale che si rifà al vecchio surf pop, reso più interessante da una veste punk e lo-fi. Con l’atteggiamento di chi se ne frega di tutto e vive all’insegna del fancazzismo, Nathan Williams ci presenta la sua terza prova, con la quale dimostra di aver aumentato sensibilmente la capacità di scrivere “canzoni”. In più di una occasione infatti si ha l’impressione di essere davanti a dei veri propri inni generazionali, che ci mostrano la via più party-oriented del mixare il rumore con la melodia pop. Come per i Best Coast, anche l’album dei Wavves è da consumarsi prefiribilmente prima che inizi l’autunno. (z.) Voto: 7
Klaxons - Surfing the Void: Ci sono stati un paio di mesi, circa tre anni fa, in cui i Klaxons non sembravano “uno dei” gruppi del futuro, ma IL gruppo del futuro. Era stato coniato addirittura un nuovo termine (”new rave”) per loro e sembrava che fosse arrivato il momento di un nuovo movimento generazionale (alla “madchester” per intenderci). Ma il gioco durò troppo poco, complici gli stessi Klaxons che sul disco di debutto frenarono le accelerazioni dance-rock in favore di un suono più psichedelico e decisamente pop. Si riparte quindi da “Golden Skans” in questo “Surfing the Void”, esplorando ed esasperando tutti gli aspetti di quel brano, finendo per suonare come una sorta di una futuristica opera fanta-pop. Un disco che, nonostante alti e bassi, ci mostra una band che ha voglia di lasciare il segno con un sound personale, sempre pericolosamente in bilico fra genialità e facilonerie da classifica. (z.) Voto: 6/7
Black Label Society - Order Of The Black: due sono i motivi per cui sarà giusto ricordare questo disco: che è sicuramente meglio del precedente “Shot to Hell” (probabilmente non solo di quello) e che, nonostante i problemi di salute, il buon Zakk Wylde è in forma. Per il resto nulla di nuovo: soliti riff possenti e la solita indiscutibile tecnica. Una piccola rivincita su Ozzy Ousborne, che senza di lui alla sei corde, ha da poco pubblicato l’evitabilissimo “Scream”. (z.) Voto: 6+
Buckcherry - All Night Long: la loro missione è sempre stata quella di mantenere vivo il vecchio e sporco “rock & roll”, o meglio quel “tamarrock” che ha fatto sfracelli negli anni ‘80. Riff alla Joe Perry e atmosfere vicine agli ultimi (evitabili) Stone Temple Pilots. Con “All Night Long” non aggiungono nulla alla loro, rispettabile per carità, carriera iniziata più di dieci anni fa. Il disco infatti scorre via senza problemi fra pezzi più tirati (la title-track) e le classiche ballate del caso, ma risulta essere banale e obsoleto. Consigliato solo ai fan. (z.) Voto: 5
The Hoosiers - The Illusion of Safety: destino da “one hit wonder” quello degli Hoosiers. Anche se i più bravi probabilmente ricorderanno anche “Goodbye Mr A”, la maggioranza di voi ricorderà sicuramente Happy Tog… ah no, scusate, di “Worried About Ray”. Pura pop music scanzonata e senza pretese guidata dai vocalizzi emo-at-the-disco di Irwin “Ben Stiller” Sparkes. Con il secondo disco si ripresentano in una versione leggermente più moderna che però probabilmente non regalerà alla band la stessa fortuna. (z.) Voto: - 5-
!!! - Strange Weather, Isn’t It?: Giù il cappello!!! Non è da tutti continuare a fare musica nonostante la tragedia che ha colpito la band qualche mese fa e nonostante la scena musicale di cui sei stato uno dei gruppi simbolo sia quasi completamente svanita. Già, perchè a metà dello scorso decennio in piena esplosione “dance-punk” (o nuova “funk-punk”), loro erano il gruppo di punta del lato più funk e black della scena, grazie alla capacità di creare dei groove semplicemente irresistibili. Nei tre anni passati dall’ultimo “Myth Takes”, sono cambiate tante cose e oggi sembra che ci sia poco spazio per un album come “Strange Weather, Isn’t It?”, se possibile ancora più danzereccio dei precedenti. Onesto. (z.) Voto: 6,5
Eels - Tomorrow Morning: quando si pubblica tanti dischi in poco tempo, o sei in piena di idee o semplicemente sei un po’ confuso. Mark Oliver Everett probabilmente sta in una via di mezzo. Questo “Tomorrow Morning” non verrà di certo ricordato come il miglior disco di Mr.E., ma comunque presenta un cambio di direzione rispetto al precedente e dimesso “End Times”, un cambio di direzione che assume spesso l’aspetto di una retromarcia, verso certe intuizioni dei (gloriosi) esordi. (z.) Voto: 6,5
Disturbed - Asylum: l’evoluzione sonora dei Disturbed è praticamente una linea piatta: certo, sono cresciuti come musicisti e in certi versi anche come compositori, ma il risultato finale è praticamente lo stesso da anni… da quando debuttarono, in piena era nu metal, con “The Sickness”, ancora oggi il loro album “simbolo”. Ma alla fine cosa gli si può dire… continuano ad avere tantissimi ammiratori e continuano a vendere bene pur essendo decisamente “fuori tempo massimo”. Che abbiano ragione loro? (z.) Voto: 5/6
The Goo Goo Dolls - Something for the Rest of Us: Partiti, più di venti anni fa, come gruppo clone dei mitici The Replacements, hanno, una volta raggiunti i primi successi a metà degli anni ‘90, smussato sempre più gli angoli verso un soft-rock da classifica. Una foruma che fino al buon “Dizzy Up the Girl” (1998) poteva anche starci, ma che poi ha iniziato a mostrare tutti i limiti. In “Something for the Rest of Us” non c’è nulla che cerchi di cambiare questa tendenza: pop rock di maniera e pulito da una produzione fin troppo cristallina. (z.) Voto: 5
Ra Ra Riot - The Orchard: Voto: 6,5
Autolux - Transit Transit: Voto: 6,5
The Black Crowes - Croweology: Voto: 6
Avenged Sevenfold - Nightmare : Voto: 5-
Blind Guardian - At the Edge of Time: Voto: 6,5
Roberta Bonanno - Roberta Bonanno: Voto: 4
serovina
02 set 2010 - 08:51 - #1Ottima rubrica.
Diciamo che sono abbastanza daccordo sulle recensioni date…
threedaysgrace
02 set 2010 - 09:35 - #2Il nuovo dei disturbed é uscito ieri?
splupi91
02 set 2010 - 10:19 - #3Scusate… Ma le Uscite di Agosto Non Erano Solo Queste…. Avete Dimenticato per Esempio l’Album dei The Pretty Reckless - Light Me Up che su iTunes UK Sta Andando Fortissimo….
daniele85
02 set 2010 - 10:33 - #4Sono assolutamente d’accordo per la recensione sugli Iron,
rikstyle
02 set 2010 - 10:39 - #5A me ha fatto davvero pena l’ultimo dei Klaxons.
Già il primo non era un granchè, però almeno si affidava a qualche melodia orecchiabile e da ballo e nel complesso era ascoltabile, col secondo invece hanno provato a “sperimentare” ma hanno fatto una pessima figura.
D’altronde erano una delle tante “next big thing”, il classico gruppo lanciato come “il meglio del momento” dai tabloid britannici ma che poi ha fatto molta fatica a mantenere le attese.
Mi sorprende moltissimo che Pitchfork non abbia sfruttato l’opportunità di dargli un bel voto basso, visto che alla musica inglese danno sempre sufficienze abbastanza scarse.
rikstyle
02 set 2010 - 10:42 - #6Bravissimi a consigliare l’ultimo dei Beach House, quello si che è un pop di altissima qualità.
homogenic
02 set 2010 - 10:47 - #7Rubrica interessante,io volevo ascoltare gli album degli arcade fire, wavves e klaxons. Grazie per le dritte!
carter
02 set 2010 - 10:51 - #8Il caso degli Iron Maiden è eclatante; non c’è rivista specializzata che non stia incensando l’album, ma in giro la gente lo massacra più o meno dovunque. Mi chiedo se a questo punto sia davvero il caso di un album che cresce con gli ascolti o se semplicemente la casa discografica abbia sborsato parecchi soldi per assicurarsi recensioni positive!
thenameless
02 set 2010 - 10:52 - #9ma che c’azzeca la recensione di katy perry?
THEICE
02 set 2010 - 11:13 - #10In Disaccordo sul voto dato all’album di Roberta Bonanno,che reputo uno degli album piu belli usciti quest’anno . 12 pezzi uno piu bello dell’altro,Roberta è un talento come pochi ci sono in tutta italia e anche nel mondo . Credo che hai dato un voto troppo frettoloso,poi vabbè ognuno ha il suo pensiero !
shinichi2
02 set 2010 - 11:14 - #11haha stupenda questa rubrica ma alquanto impegnativa x chi deve fare tutte queste recensioni
mileythebest
02 set 2010 - 11:20 - #12#8 Peccato che Roberta Bonanno sia ancora inadeguato per fare un album ed infatti il risultato e’ un album orribile con voce da ragazzina nemmeno ben riuscita.Se ti vai a leggere le recensione su questo album mi capirai… In Italia e’ un talento,ma dire che nel mondo ce ne sono poche come lei e’ un insulto al mondo della musica!!!!’TI PREGO,PIETA’!!
threedaysgrace
02 set 2010 - 11:29 - #13Gli iron maiden come i metallica, invece di fermarsi fanno album uno più penoso dell’altro.
skin89
02 set 2010 - 12:16 - #14Mi unisco anch’io ad elogiare il dream pop dei Beach House. Grandissimo album. Uno dei miei preferiti quest’anno (secondo me) insieme anche a, permettetemelo, “The ArchAndroid” di Janelle Monae. Purtroppo devo ancora ascoltare “The Suburbs”….
dome_
02 set 2010 - 14:40 - #15Ho scoperto gli Arcade Fire soltanto la notte scorsa, mi meriterei un sacco di meno. Posso solo dire che sono straordinari. Il video di ‘The wilderness downtown’ (o esperimento, non so come definirlo… quello che hanno messo su internet) è la cosa più bella che abbia visto, nel mondo musicale, negli ultimi 10 anni almeno.
holmes
02 set 2010 - 15:05 - #16Sono più o meno d’accordo con le recensioni date anche se, personalmente, difendo l’album dei Klaxons che mi sembra un lavoro degli MGMT più caotico e veloce (e non necessariamente è un male). A dire il vero, avevo trovato il primo disco abbastanza innocuo; mentre questo, perlomeno, ha un’identità ben definita. Coraggiosa ma ben definita.
Katy Perry può produrre qualsiasi sbobba musicale abbia in mente; sono totalmente annebbiato dalla sua figaggine quando la vedo. (però conservo un po’ di lucidità per dire che la preferivo quando cantava Hot’N'Cold e non con quel pappone di Snoop Dogg al fianco)
Sui Ra Ra Riot, mi allineo al 6,5 (magari 1/2 punto in meno): un po’ insipidi e senza un brano che ti colpisca al primo ascolto, cosa che invece c’era nel disco d’esordio (Dying Is Fine ma anche Too Too Fast erano molto catchy)
Bella rubrica, comunque! :D
PS: Passi Katy Perry, ma vedere Roberta Bonanno co-recensita insieme ai Disturbed e agli Iron Maiden è bizzarro O__O
saretta!!
02 set 2010 - 15:15 - #17mi dispiace non poter leggere la recensione dell’album di roberta bonanno e vedere solo un 4 senza motivazione, perchè lo ritengo un valido album, a parte il singolo sorelle d’italia che si poteva evitare sia di metterlo nel cd e sia di sceglierlo come primo singolo..
kirametal
03 set 2010 - 07:20 - #18Concordo sui Maiden.
kirametal
03 set 2010 - 07:28 - #19Beh,alla fine i Disturbed sono quelli che sono riusciti a discostarsi meglio degli altri del Nu Metal però non è che siano chissà quale grande band come molti dicono,fanno le classiche canzoni modern rock o hard rock con i chitarroni puntando molto all’orecchiabilità,sono carini,diciamo,ma non di più;invece i Buckcherry non ho mai avuto modo di ascoltarli,dovrebbe essere rock molto anni 70 tipo black stone cherry e wolfmother.
IL GIUSTO
03 set 2010 - 07:34 - #20mileythebest, ti prego non dire altro -.-’
proprio tu giudichi in maniera gratuita e cattiva la Bonanno???Tu che sostieni una ragazzetta banale e da asilo???Non farmi ridere…posso anche capire un sostenitore di Michael Jackson o Celine Dion… ma da un fan di quella no eh -.-
Parolaio di Favore
04 set 2010 - 12:40 - #21che recensioni poco consone….la tuttologia sta divenendo malattia…vi prego lasciate perdere per favore…
Mario Andretti
05 set 2010 - 08:33 - #22il recensore è povero ignorante privo di cultura musicale…capita incazzarsi a leggere cose di questo tipo…
Mario Andretti
05 set 2010 - 08:35 - #23The Final Frontier
Iron Maiden
2010, EMI
Heavy
Pubblicata in data: 25/08/2010
Anno Domini 2010, quindicesimo studio album per la leggenda Iron Maiden, il quarto dal rientro alla base dei figlioli prodighi Bruce “Air Raid Siren” Dickinson e Adrian Smith; nuovo corso per una band che è leggenda con o senza The Final Frontier. Il punto è proprio questo: con tutto quello che di meraviglioso gli inglesi hanno composto un nuovo studio album è solo qualcosa di guadagnato, il cosiddetto “grasso che cola”. Piace? Tanto meglio. Non piace? Pazienza, basta andarsi a ripescare dalla propria collezione uno dei tanti capolavori del passato.
The Final Frontier è il quindicesimo sigillo, di livello o meno poco importa, di una band che ha insegnato a tutti cosa sia l’heavy metal e come vada suonato, tanto in studio quanto, se non maggiormente, sulle assi che pavimentano un palco. Vengono i lucciconi solo a recitare, anche senza espressione, come la poesia imparata a memoria alle elementari, “Dickinson-Harris-Smith-Murray-McBrain” (Gers è un caso a parte); vengono i lucciconi perchè, piaccia o meno, questi nomi sono l’heavy metal.
Ma bando ai sentimentalismi, c’è il seguito del controverso A Matter Of Life And Death da ascoltare! Controverso, già, capace come nessun album da 7th Son of a 7th Son in poi di dividere pubblico e critica, o, addirttura, di mettere in crisi anche il singolo ascoltatore. Odi et amo, recitava Catullo; odi et amo recitano tante metal-heads oggi. Il perchè si spiega da solo sin dai primi giri del platter nel lettore.
L’attacco è affidato a Satellite 15, un intro prolisso oltre l’umana comprensione fatto di percussioni ossessive e chitarre in salsa pseudo-psichedelica. A metà arriva Dickinson a fare da narratore e il tutto lascia più d’un interrogativo, ovviamente irrisolto, sull’effettiva utilità di tale incipit; soprattutto considerando il fatto che è legato (anti skip?) alla vera opener del disco: la title track, la quale si muove lungo riff hard rock (eh?) affatto male, nonostante un chorus scontato quanto la messa in onda del tg serale. El Dorado (soprav)vive di canonica cavalcata al basso di Harris e chitarre ancora una volta più hard rock che heavy; la mente viaggia a ripescare sensazioni simili, e si imbatte in No Prayer For The Dying (oh no!…). Ancora una volta il chorus sembra scritto col manuale del bravo metaller davanti, e qualche sbadiglio comincia ad affiancarsi alla perplessità. Possibile che nel 2010 gli Iron Maiden siano tutti qua? Fortunatamente Mother Of Mercy accende una (fioca) luce sulle speranze di ripresa: l’intro restituisce un Dickinson grande interprete, con un pre-chorus molto ben concepito e nonostante un refrain nel quale Bruce pensi più a sgolarasi che a cantare, difetto già riscontrabile nella precedente uscita della band. Quando comincia ad affiorare il timore che arrivare alla fine sarà dura irrompe Coming Home, mid-tempo dalle linee melodiche coinvolgenti e vincenti che, sia chiaro, sa di già sentito, ma fa piazza pulita di tutta la mediocrità precedente. Sin troppo semplice riconoscere le idee del Dickinson solista in questa traccia; sin troppo evidente che le carte giocate sono le stesse dei suoi brani più melodici quali Navigate The Seas of The Sun; qui in più c’è un bellissimo assolo che ancora una volta pesca più dalla tradizione del rock duro che dall’abc dell’heavy metal. Da qualsiasi parte lo si prenda Coming Home è comunque un brano splendido, capace inoltre di restare in testa dopo i primi ascolti.
The Alchemist è un pezzo tirato e diretto come se ne sentono pochi nella discografia recente della Vergine di Ferro (siamo dalle parti di Tailgunner, per intendersi, nonostante un chorus molto più melodico), ma poco toglie e meno ancora aggiunge al valore di The Final Frontier, sebbene, finalmente, il piedino inizi a fare quello che dovrebbe: battere il tempo. Sicuramente degna di nota la linea di basso che segue riff e soli, nonostante sia ancora poco per apprezzare il platter. Ma attenzione…a questo punto succede qualcosa di imprevisto: finisce la prima parte di The Final Frontier ed inizia un altro disco. E’ un po’ quello che accade in Full Metal Jacket di Stanley Kubrick: il secondo tempo sembra appartenere ad un altro film rispetto al primo.
Da qui in poi i brani cominciano ad avere un minutaggio decisamente più elevato, pescano meno dalla carriera solistica di Air Raid Siren, e si rifanno di più a quanto sentito in A Matter Of Life And Death, del quale questa seconda parte di The Final Frontier sembra essere in qualche modo il seguito naturale, o almeno il degno erede. Da Isle Of Avalon in avanti è possibile riconoscere gli Iron Maiden del nuovo millennio, capaci di proporre brani lunghi e dagli arrangiamenti ben studiati e messi a punto, con un Dickinson che finalmente può dar fondo alle sue enormi risorse espressivo-interpretative e le tre asce che, alla buon’ora, vengono sfruttate se non appieno almeno in maniera convincente. Harris aveva già imboccato una strada simile in fase compositiva, almeno in parte, a partire da The X Factor; percorso poi portato avanti anche nelle ultime uscite; svolta stilistica che sembra essere stata appoggiata da Adrian e Bruce dopo il loro rientro in formazione. La traccia in questione si snoda tra lunghe strofe nelle quali il vero spettacolo è dato, più che dall’atmosfera inquietante nella quale Dickinson si muove come un cobra pronto a scattare, da un drumming del buon Nicko che, finalmente, si merita il premio di “valore aggiunto” grazie al gran lavoro sul charleston. Air Raid spinge ancora una volta al massimo durante il refrain e qualche perplessità sulla scelta resta, ma tant’è. L’ampia sezione strumentale deve molto, ancora una volta, al rock d’un tempo, mentre un basso carico di groove contribuisce ad una combinazione non proprio ususale per il Maiden-style.
Starblind è tra le più riuscite dell’intero full length, un brano finalmente heavy condito da una enormità di idee e con degli arrangiamenti da lode. Di più: ha uno dei chorus più incisivi di tutta la discografia recente della band, e Bruce gioca bene le proprie carte nell’alternanza delle linee vocali tra l’alto ed il basso. Le chitarre si dividono bene i compiti e anche la tastiera svolge un egregio lavoro in appoggio durante il refrain. A metà brano, ad introdurre la parte solistica, irrompe un riffone rock seventies che fa sobbalzare sulla sedia. Sicuramente tra le migliori dell’intero lotto, Starblind da sola fa dimenticare tutto ciò che aveva destato perplessità in precedenza. Ma le sorprese sono lungi dall’essere terminate, e l’iniziale arpeggio folk-oriented di acustica, accompagnato dalla voce quasi sussurrata, è un buon indizio del fatto che anche The Talisman abbia molto da offrire. Quando fa irruzione il gallop di McBrain, naturalmente accompagnato dal buon vecchio Harris, arriva la prova che mancava a conferma del sospetto iniziale. Ciò che non convince è lo spingere al massimo di Dickinson, il quale sembra non ne voglia proprio sapere di risparmiarsi quando c’è da salire, anche se sarebbe auspicabile qualche linea vocale in meno sugli alti registri, pena la perdita d’espressività nella quale ha, ancora oggi, pochi rivali. Ad ogni modo altro grande pezzo, più diretto e meno vario rispetto ai precedenti (il che non sempre è da considerarsi un difetto). E’ con The Man Who Would Be King che prendono corpo le ormai note velleità progressive di Mr. Harris; la struttura è piuttosto complessa e la canzone dinamica grazie ai diversi cambi di tempo e ai diversi umori che la attraversano: dall’ormai immancabile intro arpeggiato alle strofe supportate da riffoni heavy, dal pre-chorus che fa la differenza (come vuole la miglior tradizione maideniana) ad un’ampia sezione strumentale che lascia da parte le scale veloci per dar più peso all’atmosfera, senza tralasciare il finale che sembra accompagnare per mano l’ascoltatore fuori dal brano. Una goduria per chi ha voglia di goderne.
Il finale riprende la tradizione dei grandi epiloghi presente in gran parte della discografia della Vergine; When The Wild Wind Blows è un altro pezzo da incorniciare, con l’espressività di Dickinson che raggiunge vette da mancanza d’ossigeno lungo linee melodiche che regalano le stesse emozioni provate da bambini sull’altalena. I soli di chitarra fondono benissimo sonorità e stile hard rock (grazie di esistere Adrian…) a melodia maideniana come più non si potrebbe desiderare, ma è quando riattacca il cantato che ci si smarrisce e si ricomincia a dondolare. Si può discutere su tutto ciò che riguarda il combo inglese, ma negare che sia sbalorditivo comporre un pezzo come questo dopo trent’anni di onorata carriera equivarrebbe a mentire sapendo di mentire: When The Wild Wind Blows è una chiusura egregia, ottima più di quanto sarebbe lecito chiedere e attendersi.
The Final Frontier galleggia su di un mare heavy metal tipicamente Iron Maiden (con le canoniche galoppate, gli acuti di Dickinson, i soli alternati tra le chitarre), sotto un cielo hard rock che ne sfuma i lineamenti e accarezzato da una legger(issim)a brezza progressiva che ne smussa gli angoli.
Sicuramente l’ampio contributo in fase compositiva di Adrian Smith, l’anima più rock tra i sei, ha contribuito a differenziare la nuova uscita dalle precedenti; inoltre c’è un lavoro certosino sugli arrangiamenti, soprattutto nelle seconda parte del disco, per mezzo del quale sembra che i nostri abbiano capito, qui più che in precedenza, come sfruttare al meglio il fatto di avere tre chitarre in formazione.
Tornando al punto cardine iniziale: sembra che oggi, A.D. 2010, scrivano e suonino ciò che vogliono, liberi da qualsiasi vincolo. The Final Frontier piace? Non piace? Ai Maiden (o Iron, come si era soliti chiamarli ai tempi d’oro) interessa ben poco; o almeno è fantastico pensare che sia così.
Massimo Ecchili
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Tracklist:
01. Satellite 15….The Final Frontier - 8:40 (Smith-Harris)
02. El Dorado - 6:49 (Dickinson-Smith-Harris)
03. Mother Of Mercy - 5:20 (Smith-Harris)
04. Coming Home - 5:52 (Dickinson-Smith-Harris)
05. The Alchemist - 4:29 (Dickinson-Gers-Harris)
06. Isle Of Avalon - 9:06 (Smith-Harris)
07. Starblind - 7:48 (Dickinson-Smith-Harris)
08. The Talisman - 9:03 (Gers-Harris)
09. The Man Who Would Be King - 8:28 (Murray-Harris)
10. When The Wild Wind Blows - 10:59 (Harris)
Line-up:
Bruce Dickinson: voce
Dave Murray: chitarra
Adrian Smith: chitarra
Janick Gers: chitarra
Steve Harris: basso, tastiere
Nicko McBrain: batteria, percussioni
Mario Andretti
05 set 2010 - 08:38 - #24http://www.musicradar.com/news/guitars/iron-maiden-the-final-frontier-review-track-by-track-264423#content
Mario Andretti
05 set 2010 - 13:14 - #25il recensore è un poglione
Paolino Del Piero
06 set 2010 - 19:17 - #26Il recensore non ha le competenze necessarie per esprimere giudizi.