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The Cure, è morto Perry Bamonte, storico chitarrista e tastierista della band di Robert Smith

Il polistrumentista britannico Perry Bamonte, 65 anni, è morto  dopo una breve malattia: per oltre trent’anni è stato una delle colonne silenziose della storia dei The Cure, autore di alcune delle più importanti canzoni della band

26 Dicembre 2025 21:27

“Non sono mai una persona che farà notizia. Preferisco fare musica”. In questa frase che sintetizzava una sua intervista di alcuni anni fa rilasciata alla BBC si sintetizza la personalità di Perry Bamonte, per oltre 35 anni anima quieta e silenziosa ma estremamente prolifica nel mondo dei The Cure.

Chi era Perry Bamonte

Perry Bamonte è morto oggi a 65 anni, dopo una breve malattia che lo ha colpito poco prima delle le festività di Natale. A dare l’annuncio è stata la stessa band, con una breve nota diffusa sul sito ufficiale e ripresa da tutti i principali media internazionali.

Nel comunicato i The Cure parlano di lui come di un amico prima ancora che di un collega: “Perdiamo un compagno quieto, intenso, intuitivo, costante e enormemente creativo, una presenza calda e fondamentale nella storia del gruppo”.

Il polistrumentista, per quasi 35 anni nella band viene salutato con il suo nome per esteso. Perry Archangelo Bamonte.

Le cause del decesso

Bamonte si è spento nella sua abitazione di Londra al termine di quella che viene definita una “short illness”, una malattia breve e rapida che ha interrotto una carriera vissuta spesso lontano dai riflettori, ma sempre al centro del suono della band di Robert Smith che lo considerava un pilastro del gruppo.

Nato a Londra nel 1960, Perry Bamonte entra nell’universo The Cure a metà anni ’80, non ancora sul palco ma dietro le quinte. Lavora come tecnico: prepara il set up per i live, in particolare tastiere e chitarre. È uno degli uomini che crea il set-up degli strumenti. Un passaggio favorito da suo fratello Daryl, primo tour manager del gruppo con cui lavora prima come tecnico di palco e poi assistente personale di Robert Smith e guitar tech di fiducia.

Ma quando nel 1990, il tastierista Roger O’Donnell lascia la formazione, Smith sceglie proprio Bamonte per riempire quel vuoto, trasformando l’uomo di fiducia della strada in un membro ufficiale della line up. Da lì in avanti, Perry diventa una figura ibrida e preziosa: chitarrista, bassista a sei corde, tastierista, pronto a occupare qualunque spazio serva al suono della band.

Perry Bamonte, polistrumentista raffinato e completo

Bamonte non è un frontman, non è un volto da copertina, ma chi ha seguito i tour dei Cure negli anni ’90 lo identifica subito: la sua presenza discreta, sempre concentrata sullo strumento, è una delle cifre estetiche di quell’epoca, in cui il gruppo attraversa la fase di massimo successo commerciale senza perdere le proprie ombre.

Il primo album in cui il nome di Bamonte compare tra i crediti è Wish, pubblicato nel 1992. È il disco di Friday I’m in Love, High, A Letter to Elise: brani che segnano il punto di incontro tra la malinconia storica dei Cure e una scrittura più immediata, quasi pop, adatta a una generazione che sta cambiando. Su queste tracce Perry suona il six-string bass e le tastiere, contribuendo a dare corpo a arrangiamenti che ancora oggi definiscono l’immaginario sonoro della band.

Negli anni successivi Bamonte rimane al centro del laboratorio creativo di Smith: lavora su Wild Mood Swings (1996), sull’introspettivo Bloodflowers (2000), sul progetto Acoustic Hits e sull’album omonimo The Cure del 2004, oltre a partecipare a una serie di tour incessanti che lo porta a calcare più di 400 palchi in circa quattordici anni.

Perry Bamonte, The Cure
Perry Bamonte, tastierista e chitrarrista dei The Cure per oltre trent’anni – Credits The Cure Official (Soundsblog.it)

The Cure e Bamonte, il musicista silenzioso

Il suo stile non è quello del virtuoso in primo piano, ma quello del musicista che “incastra” gli strati: arpeggi di chitarra che disegnano tappeti, linee di tastiera che sporcano o rischiarano le atmosfere gotiche tipiche dei Cure. È anche per questo che, quando nel 2019 il gruppo viene inserito nella Rock and Roll Hall of Fame, Bamonte viene considerato uno dei membri essenziali del percorso della band.

Nel 2005, quando Robert Smith decide di ridurre il gruppo a un trio, il suo nome esce dalla formazione ufficiale. E Bamonte si sposta su altri progetti – tra cui i Love Amongst Ruin, con ex membri dei Placebo – ma il legame con i Cure non si spezza mai compoletamente

Il ritorno sul palco e l’eredità artistica

La seconda vita con i The Cure ricomincia per lui nel 2022, quando Perry torna ufficialmente in line up per il tour mondiale Shows of a Lost World. La band riparte a pieno ritmo da Riga, in Lettonia, e macina decine di date in Europa e nel resto del mondo fino al 2023, riportando sul palco una versione ancora più stratificata e atmosferica del proprio repertorio storico in concerti lunghissimi, anche di tre ore.

In questi concerti Bamonte è di nuovo al suo posto: chitarre, sei corde, tastiere, l’arte di riempire senza mai invadere. Le cronache dei tour raccontano di show monstre in cui brani come Pictures of You, Just Like Heaven e Friday I’m in Love ritrovano nuove sfumature proprio grazie al lavoro di cesello delle seconde chitarre e delle parti di synth.

L’ultima volta sul palco con i The Cure

La sua ultima apparizione live con il gruppo risale all’1 novembre 2024, al Troxy di Londra, in quello che la stessa band ha definito “The Show of a Lost World”: un concerto che, alla luce della notizia di oggi, assume i contorni di un ideale commiato dal pubblico di casa.

Il tour è stato documentato in un film-concerto, attualmente in distribuzione, che cristallizza anche visivamente il contributo di Bamonte alla fase più recente della storia dei Cure.

Un “Teddy” discreto al centro del mondo The Cure

Per i fan della band, Perry Bamonte era soprattutto “Teddy”, così come era soprannominato: un uomo discreto, poco incline alle interviste e alle dichiarazioni pubbliche, ma determinante nel definire quello che molti considerano il “secondo classicismo” dei Cure, quello degli anni ’90 e 2000. La sua morte, arrivata mentre era ancora parte attiva del progetto e persino in calendario per i tour internazionali previsti fino al 2026, lascia un vuoto non solo affettivo ma anche creativo all’interno del gruppo.

 

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