Punk In Drublic 2022: foto e commenti dal Carroponte

Il Punk In Drublic 2022 ha offerto quasi 8 ore di musica punk, ma soprattutto un attesissimo momento di aggregazione dopo anni chiusi in casa…

Dopo una lunghissima attesa (ormai è anche inutile sottolineare il perché), il Punk In Drublic torna in Italia, ed è sostanzialmente il primo festival vero e proprio che si svolge post-pandemia. L’affluenza è stata veramente ottima, fin dalle prime ore del pomeriggio, e anche nel 2022 il Carroponte è sempre una garanzia per ottima visibilità del palco e ampie zone d’erba per rilassarsi.
Chi ha passato l’intero pomeriggio al Punk In Drublic ha goduto di 8 ore di musica quasi consecutiva, con volumi e partecipazione così avvolgenti che non si è sentito nemmeno un clacson suonare in lontananza, per la vittoria dello scudetto per il Milan (o per la non-eliminazione del Monza Calcio dai playoff).
E’ stato un festival catartico, tornando non solo a bere ed ascoltare musica con amici, ma anche per gridare a squarciagola qualche pezzo che, ascoltato sullo stereo, non fa lo stesso effetto – vedasi ‘O Sole Mio o Bro Hymn…
Ecco un riassunto della giornata, con i complimenti alla Hub Music Factory per aver dato il via alle danze estive con questo festival!

Pinc Louds

Non deve essere semplice il compito di Claudi: viene in Europa come solista, non accompagnato dagli altri membri dei Pinc Louds, e deve aprire le danze per il festival, ad un orario in cui ancora fa caldissimo. Il risultato sono una cinquantina di persone sotto al palco, ma Claudi suona i suoi molteplici strumenti come se fosse il concerto più importante della vita, e conquista gli applausi di tutti i presenti. Punk è, sicuramente, anche la voglia di indossare un vestito lungo femminile e suonare musica ipnotica e, sicuramente, terapeutica. A dargli una mano, arriva Matt dei Days N’Daze con il contrabbasso, per riempire un po’ la scena…

Days N’Daze

Il chitarrista/cantante si presenta con un dito rotto, la trombettista arriva in ritardo e chiedendo al pubblico se qualcuno ha uno spray per la gola perché la sente infiammatissima, e la sezione ritmica deve scaldarsi per metà set prima di fare un sorriso. Eppure tengono in pugno tutti, hanno più successo del previsto, in molti cantano a squarciagola le loro canzoni. E quel che la trombettista non ha in voce, ce lo mette in energia!

The Bombpops

La chitarrista e cantante Jen parla italiano, perché per un certo periodo ha suonato con i veneti Rumatera, infatti esordisce con un “Bea figa! No, meglio cazzo”, che rimarranno nel cuore dei presenti. La parola “pop” presente nel nome della band è appropriata, rimangono forse la band più leggera nel bill, ma hanno i loro fan e sanno come tirare i toni quando serve.

Pulley

Scott Radinsky ha, ad oggi, 54 anni, ed è in una forma smagliante. Lecito aspettarlo da un ex atleta della Major League Baseball, ma sembra che sia il punk, e la folla, a tenerlo vivo come un ragazzino. Ha la faccia più da “preso bene” di tutto il festival, si gode ogni coro che riesce a scatenare, e guarda con soddisfazione chi canta le sue canzoni. Il pubblico reagisce alla grande.

Talco

Fa piacere che una band italiana sia in giro per tutta Europa con il Punk In Drublic, e oggi finalmente suona “a casa”, davanti ad un pubblico che capisce tutte le loro canzoni in Italiano. Canzoni di protesta, canzoni aggressive ma sulle quali si può ballare – la lezione dei Mano Negra è ampiamente digerita, con uno stile di ska-punk che prevede trombonista e sassofonista sempre sugli scudi, impegnati a esaltare il pubblico quando non stanno soffiando nei loro strumenti.

Ignite

Ammetto che gli Ignite li avevo un po’ persi di vista, ero ancora rimasto con Zoltan alla voce e non avevo mai sentito Eli Santana. Però che dire, il gruppo ha lasciato la mazzata più hardcore della giornata, senza troppi compromessi o melodie. Sono anche stati i primi della giornata (e praticamente gli unici) a menzionare non solo la pandemia ma anche la guerra in Ucraina, dedicando Sunday Bloody Sunday a chi avrebbe voluto e potuto vedere un concerto come questo, ma ha avuto la vita stravolta dall’invasione russa.

Me First & The Gimme Gimmes

Spike Slawson è un tesoro musicale non solo americano, non solo del punk rock, ma anche della musica italiana e napoletana. Si presenta da solo sul palco, con la sua camicia hawaiana, chiede in italiano di non sfotterlo per la sua pessima pronuncia, e si lancia in una versione solista di Meraviglioso di Domenico Modugno, una canzone esclusiva per il pubblico italiano (che si commuove). Finito il pezzo, arriva il resto della band, e si parte con i grandi classici americani e mondiali, da Ghost Riders In The Sky a I Will Survive, facendo ballare e cantare tutti (incredibile la partecipazione e il crowdsurf durante Who Put The Bomp), fino al super-finale, che torna in Italiano con un ulteriore tocco di genio. Spike dice che sta per cantare un’altra canzone in napoletano famosa in tutto il mondo… e dopo una lunga concentrazione si lancia nella prima strofa di Nuje Vulimme ‘na Speranza, la sigla di Gomorra. Poi ok, parta con ‘O Sole Mio ed è il delirio.
Per i curiosi, come si deduce dalle foto: no, Fat Mike non ha suonato il basso. Al suo posto, un signore chiamato CJ Ramone.
Avreste mai immaginato uno dei Ramones a suonare ‘O Sole Mio?
Ecco perchè i Gimme Gimmes sono un tesoro della musica.


Pennywise

Difficile seguire la prestazione dei Gimmes, ma l’affetto che tutti provano per i Pennywise travolge il palco fin da subito, per un’ora di spettacolo hardcore-punk. Con il poco tempo a disposizione e le tante canzoni in repertorio, ci si può chiedere perché proporre due cover (di ACDC e Bad Religion), ma se l’obiettivo del Punk In Drublic è far divertire la gente, la missione è pienamente compiuta. Terza cover (ma alcuni pensano addirittura sia un pezzo della band californiana!), Stand By Me cantata con Jen dei Bombpops, seguita immediatamente da Bro Hymn, cantanta da tutti – membri delle band sul palco (compresa una bambina di un anno), e tutto il pubblico. Il momento più catartico del festival, quell’ Ohhh-Ohhh-WOWOWOOOOO.


NOFX

Come sempre, l’impressione che si ha dopo un concerto dei NOFX è che la band abbia cazzeggiato più che suonato – arrivano sulle note del Time Warp, che ballano con nonchalance, poi Mike attacca con un lungo discorso iniziale, mentre Eric Melvin accorda la chitarra. Ad un certo punto, la band fra una canzone de l’altra dice testualmente “adesso non parliamo e andiamo direttamente da un pezzo all’altro. Non parliamo adesso, inizia il pezzo. Non ci sono pause fra il pezzo prima e il prossimo. Non parliamo, no”, con un effetto decisamente comico.
Però onestamente, non va sottovalutato il fatto che il gruppo abbia anche inanellato oltre 20 pezzi in 70 minuti, pescando da un po’ tutta la discografia e facendo pogare tutti, sia che si preferisca ascoltare una cover dei Rancid, oppure urlare inni dedicati agli Champs Elysèes, o proporre di ammazzare tutti gli uomini bianchi.
La band è compatta, lucida e i suoni sono buoni. Cosa chiedere di più?