Home Interviste Pete Townshend, dalla dipendenza alla rinascita: “Ho rischiato grosso, la riabilitazione mi ha salvato”

Pete Townshend, dalla dipendenza alla rinascita: “Ho rischiato grosso, la riabilitazione mi ha salvato”

Confessione del grande chitarrista dei The Who Pete Townshend che racconta della sua dipendenza da antidolorifici, analizzata in un percorso difficile che intreccia musica, spiritualità e rinascita personale.

25 Agosto 2025 18:30

Pete Townshend, leggendario chitarrista, autore e mente visionaria di alcuni dei capolavori più celebrati dei The Who, ha recentemente rivelato di essere riuscito a liberarsi solo da poco tempo, in modo definitivo, da una dipendenza da antidolorifici che rischiava di comprometterne salute e creatività.

Un cammino sofferto, fatto di ricadute e conquiste, che oggi lo porta a riflettere apertamente sulle fragilità umane e sul coraggio di affrontarle senza filtri.

Pete Townshend, un percorso tortuoso

La lotta di Pete Townshend con le sostanze e il loro abuso non è purtroppo una novità. Già negli anni ’80 il leggendario chitarrista aveva ammesso di aver abusato di alcol e farmaci come l’Ativan, finendo per cercare aiuto in un centro di riabilitazione.

Un’esperienza, dolorosa e traumatica che lo costrinse a confrontarsi con i fantasmi suscitati dalla morte di Keith Moon, batterista della band morto tragicamente di overdose, e, anni dopo, quella del bassista di John Entwistle, stroncato da un attacco cardiaco il giorno prima di un tour americano della band. Un malore purtroppo legato all’abuso di cocaina.

“Inutile cercare scuse…”

Forse sono stati proprio anche questi eventi drammatici che hanno spinto Townshend a rifugiarsi nelle dipendenze: “È stato un lungo viaggio nell’oscurità – ha detto il chitarrista in un’intervista a Mojo – ma quando sei vittima di una dipendenza è facile dare la colpa ad altri, a ciò che ti circonda, cercando di sfuggire le tue responsabilità. La verità è che farmaci, alcol e droga sono una strada sostanzialmente comoda e anche un po’ vigliacca di fronte alle difficoltà”.

Pete Townshend e il ruolo della spiritualità

Un elemento chiave nella rinascita di Townshend è stato il legame con la spiritualità. Da sempre vicino al maestro indiano Meher Baba, Townshend ha trovato nella meditazione e nell’introspezione la forza per ricostruirsi. Questa dimensione ha influenzato profondamente non solo la sua vita privata, ma anche molte delle sue opere, dai concept album come Tommy e Quadrophenia fino ai progetti solisti come Empty Glass.

La disciplina quotidiana

Oggi Pete affronta la sua quotidianità con una routine che riflette la necessità di equilibrio. In una recente intervista al Times, Pete Townshend ha confessato di affrontare la depressione con un rituale fatto di tè, biscotti e scrittura. Un modo semplice, ma efficace, per non lasciarsi travolgere dall’oscurità.

La scrittura, in particolare, è diventata una terapia, una valvola di sfogo che lo accompagna fin dai tempi della sua autobiografia Who I Am (2012), libro in cui aveva già raccontato senza filtri i suoi eccessi e le sue fragilità.

Pete Townshend, la musica come ancora di salvezza

Nonostante le difficoltà, Pete Townshend non ha mai smesso di comporre. Negli ultimi anni ha lavorato a progetti paralleli, tra cui l’album Who del 2019 con Roger Daltrey, accolto come una sorprendente prova di vitalità per una band che ha attraversato sei decenni di storia. Anche i suoi lavori solisti, come White City o Psychoderelict, testimoniano una continua ricerca interiore, spesso intrecciata ai temi della fragilità e della resilienza.

Una voce per la salute mentale

Il coraggio di condividere la propria esperienza rende Pete Townshend oggi una figura di riferimento non solo per la musica, ma anche per chi affronta percorsi simili. Parlare apertamente di dipendenze e depressione, soprattutto in un ambiente come quello del rock, significa abbattere tabù che per decenni hanno nascosto fragilità dietro l’immagine di eccessi glamourizzati.

La sua testimonianza è un invito alla consapevolezza e alla cura di sé. Nel frattempo il chitarista ha ancora molto lavoro da fare: “Non ho alcuna intenzione di dare l’addio alle scene – ha detto il chitarrista due giorni fa – completerò il mio album Age of Anxiety al quale lavoro da almeno sei anni, andrò in tour da solo e se ci sarà la possibilità non escludo di suonare ancora con Roger Daltrey. È vero, a volte sembriamo una tribute band dei The Who. Ma due dei The Who siamo pur sempre noi, e se c’è qualcuno che ha ancora diritto di cantare e suonare le nostre canzoni, siamo proprio noi….” 

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