Ci ha lasciato Ornella Vanoni, addio alla signora della canzone italiana
Ornella Vanoni si è spenta nella sua casa di Milano a 91 anni dopo un improvviso malore: da Senza fine a L’appuntamento, la sua voce resta la colonna sonora di un intero Paese. Una carriera proseguita fino all’ultimo istante con esibizioni e frequentissime presenze sulle reti tv…
“Mi dicono che dovrei ritirarmi. Ma insomma. Che senso ha? Io mi diverto a fare le cose che faccio e da che cosa dovrei ritirarmi…? Da ciò che mi fa stare meglio e mi fa sentire pienamente attiva?”
Ornella Vanoni ha mantenuto fino all’ultimo un’attività lucidissima e intensa a dispetto dei suoi 91 anni. Tra tv, esibizioni, comparsate e molte interviste – in particolare negli ultimi anni con Fabio Fazio a Che tempo che fa dove aveva praticamente uno spazio da ospite fissa. Il tutto all’insegna di un’autoironia brillantissima e di quella originalità che le ha sempre consentito di raccontarsi senza filtri e reticenze: “Dico quello che voglio, l’ho sempre fatto. Ma una volta dicevano che ero originale e oggi che ormai sono fuori di testa”.
L’ultima notte di Ornella Vanoni
Ornella Vanoni è morta nella tarda serata di ieri, venerdì 21 novembre, nella sua casa di Milano, stroncata da un arresto cardiocircolatorio. L’allarme è scattato poco prima delle 23. La cantante aveva 91 anni festeggiati da poche settimane e, fino all’ultimo, era rimasta una presenza viva e riconoscibile nella cultura popolare italiana, fra tv, social e interviste in cui alternava ironia spietata a una lucidità disarmante. Solo pochi giorni fa scherzava in televisione sulla morte, fedele a quell’autoironia che l’ha accompagnata per tutta la vita dicendosi favorevole all’eutanasia: “So che è fuorilegge, come se non avessi mai fatto cose fuorilegge. Ci sono tanti modi per aggirare la questione morte… meglio decidere”.
La notizia della scomparsa di Ornella Vanoni ha fatto immediatamente il giro delle redazioni e dei social: non è solo “morta una cantante”, è venuta a mancare una delle voci che hanno attraversato, e in parte raccontato, settant’anni di storia del Paese. Una signora della musica, ma anche un’attrice, una donna di teatro, un personaggio pubblico capace di restare contemporaneo pur essendo profondamente radicato in un’altra epoca.
Dalle Canzoni della mala al mito di Senza fine
Nata a Milano il 22 settembre 1934, figlia di un industriale farmaceutico, Ornella Vanoni entra nel 1953 all’Accademia del Piccolo Teatro e diventa l’allieva prediletta – ma per un lungo periodo anche compagna di vita – del grande Giorgio Strehler. È lì che capisce che la voce può essere teatro: non solo bel canto, ma interpretazione, personaggio, racconto. Da quell’intuizione nascono le celebri “canzoni della mala”, ballate folk in dialetto e in italiano che parlano di malavita, carceri, donne di malaffare e periferia. Brani come Ma mi, Le mantellate, Hanno ammazzato il Mario sono piccoli atti di teatro civile, prima ancora che canzoni.
Poi all’inizio degli anni Sessanta l’incontro con Gino Paoli cambia tutto, sia sul piano artistico che sentimentale. Da quel sodalizio tormentato nasce Senza fine, una delle canzoni italiane più celebri di sempre, che diventa il suo marchio per tutta la vita. Vanoni porta nella canzone d’autore una femminilità diversa: sofisticata ma mai fredda, sensuale senza essere ruffiana, capace di tenere insieme malinconia e ironia. In pochi anni passa dalla nicchia colta del Piccolo Teatro alla popolarità di massa, senza perdere credibilità.

Una carriera sterminata tra Sanremo, Brasile e jazz
In attività discografica fin dal 1956, Ornella Vanoni ha pubblicato oltre cento tra album, EP e raccolte, vendendo decine di milioni di copie e attraversando vari generi musicali e decenni con una naturalezza che pochi colleghi possono permettersi. Ha partecipato a otto edizioni del Festival di Sanremo, sfiorando più volte la vittoria e portando sul palco brani diventati classici come Casa bianca o Una ragione di più.
Negli anni Settanta apre un altro capitolo fondamentale dedicato alla musica brasiliana: l’album La voglia, la pazzia, l’incoscienza, l’allegria, realizzato nel 1976 insieme a Vinícius de Moraes e Toquinho, resta uno dei dischi più raffinati della canzone italiana, un ponte naturale tra Milano e Rio, tra bossa nova e canzone d’autore. In parallelo coltiva anche il suo lato jazz, più lavorando con giganti come Gerry Mulligan, George Benson, Herbie Hancock, Gil Evans, in progetti che la impongono come interprete internazionale nel senso più ampio e pieno del termine.
Il suo repertorio di hit è impressionante: da La musica è finita a Domani è un altro giorno, da Tristezza a L’appuntamento, tornata in auge anche grazie a numerose colonne sonore per cinema e tv, fino alle canzoni più intime degli anni Ottanta e Novanta, dove ha scelto brani più personali, arricchendo le sue interpretazioni si carica di fragilità consapevole e sempre con una straordinaria femminilità.
Premi, collaborazioni e un’eterna modernità
Ornella Vanoni è l’unica donna –la prima in assoluto – ad aver vinto per due volte il Premio Tenco, riconoscimento raro che certifica la stima del mondo della canzone d’autore. Nel corso della carriera ha incrociato praticamente qualsiasi grande autore: da Paolo Conte a Fabrizio De André, da Ivano Fossati a Lucio Dalla, da Renato Zero a Riccardo Cocciante, fino a una lunga stagione di collaborazioni con autori e produttori più giovani come Pacifico.
Negli ultimi anni Ornella si è divertita a dialogare con le nuove generazioni del pop: ha cantato con Francesco Gabbani, ha prestato la sua voce e il suo immaginario a Elodie e Ditonellapiaga in una nuova versione di Ti voglio, si è lasciata contaminare dal linguaggio urban senza mai snaturarsi. Nel 2018 è tornata in gara a Sanremo con Imparare ad amarsi insieme a Bungaro e Pacifico, conquistando il Premio della Critica per l’interpretazione e dimostrando che, a 83 anni, poteva ancora emozionare come poche.

La depressione e la cura
In televisione, era spesso ospite di Che tempo che fa ma anche altre ospitate sono diventate oggetto di studio: schietta, imprevedibile, capace di cambiare registro in un attimo, da una battuta tagliente a una confessione intima. Raccontava di sé, dei suoi amori – da Strehler a Paoli – ma anche di rimpianti e paure, senza mai trasformarsi in monumento imbalsamato di se stessa e di una malattia come la depressione che si è decisa a curare solo negli ultimi anni: “Quando non dormi mai, e rischi di fare delle stupidaggini puoi dire che non è un problema di sensibilità o di emotività. È un problema e va curato. Ora sono molto più equilibrata e serena…” aveva dichiarano non molto tempo fa.
L’eredità di una voce senza fine
Più volte, nelle sue interviste, Ornella Vanoni aveva detto di non avere paura della morte, ma della sofferenza. Parlava del tempo che passa con una sincerità quasi spiazzante, rivendicando il diritto a decidere della propria fine, quando “la vita diventa inutile a me e io alla vita”. Anche per questo la sua scomparsa colpisce così tanto: perché arriva da una donna che la vecchiaia non l’ha mai subita, ma affrontata di petto, con ironia e lucidità.
Resta il suo patrimonio di canzoni che hanno accompagnato generazioni diverse, dai genitori ai figli fino ai nipoti. Resta l’immagine di una signora elegante e brillantissima che ha saputo attraversare la musica italiana senza farsi ingabbiare da etichette, mantenendo intatta la propria identità. E resta, soprattutto, quella voce calda, un po’ roca, capace di trasformare ogni brano in una piccola scena di teatro dell’anima.