Il biopic musicale è diventato un genere a sé: formula, limiti e le eccezioni che vale davvero la pena vedere
Da Bohemian Rhapsody a A Complete Unknown, da Elvis a Rocketman: il film sulla vita di un musicista è oggi uno dei format più redditizi e più ripetitivi di Hollywood. Come funziona la formula, dove fallisce e quali titoli riescono davvero a fare qualcosa di diverso.
C’è un momento preciso in ogni biopic musicale in cui sai esattamente cosa sta per succedere. Il protagonista è sul palco, la folla lo acclama, la musica sale, e tu già sai che tra dieci minuti arriverà la caduta — la droga, l’alcol, il tradimento, la crisi. Poi la redenzione. Quindi il ritorno. Poi i titoli di coda con le foto o il video del vero artista.
Il genere del biopic si è ormai cristallizzato in una formula così riconoscibile da essere quasi auto-parodica, eppure continua a funzionare al botteghino e a produrre nomination agli Oscar con una regolarità che dice molto su quanto il pubblico ami questo tipo di storie.
Biopic, i perché di una esplosione prevedibile
Non è un momento particolarmente brillante. Ormai il cinema manca di quella determinazione e di quel coraggio di rischiare che ha portato la gente via via sempre più lontano dalle sale per rifugiarsi nel salotto di casa davanti allo streaming. Il Covid con le sue conseguenze che hanno sicuramente spostato l’asse degli interessi e delle abitudini delle persone c’entra: ma solo fino a un certo punto. Proprio come sequel e prequel, ma anche con le riedizioni – ormai sempre più vicine per realizzazione agli originali – il biopic è una scommessa quasi sicura.
Negli ultimi anni la loro produzione si è intensificata fino a diventare quasi industriale. Bohemian Rhapsody nel 2018 ha stabilito il modello moderno — grandioso, spettacolare, emotivamente manipolativo, storicamente approssimativo — e ha incassato quasi un miliardo di dollari. Da lì è partita un’accelerazione: Rocketman su Elton John, Elvis, Back to Black su Amy Winehouse, Bob Marley con One Love, A Complete Unknown su Bob Dylan, Springsteen con Liberami dal nulla ma anche il bellissimo The Dirt sui Mötley Crue e il curioso Better Man con uno scimpanzé nei panni di Robbie Williams, anche questo andato benissimo al botteghino nonostante qualche riserva per la sua realizzazione.
In qualche caso sono addirittura le società editrici delle superstar musicali a caldeggiare, a volte anche a finanziare, la pubblicazione di pellicole storiche, biografiche e celebrative.
Il biopic su Michael Jackson ormai in prossimità con Jaafar Jackson nel ruolo dello zio, e il progetto di Sam Mendes sui Beatles — quattro film, uno per ogni componente — previsto per il 2028 mostra che il genere non subisce alcun segno di rallentamento.
La formula e i suoi inganni
Il biopic musicale standard funziona su tre atti che si ripetono con variazioni minime. Primo: l’origine — infanzia difficile, talento precoce, ambiente ostile o indifferente che non capisce il genio. Secondo: l’ascesa — il successo, l’eccesso, le relazioni tossiche, la dipendenza. Terzo: la caduta e la redenzione — il fondo, la crisi, il ritorno, spesso accompagnato da un concerto trionfale che rimette tutto a posto. La struttura funziona perché risponde a bisogni narrativi precisi: vogliamo vedere la grandezza, vogliamo vedere la fragilità, vogliamo credere nella possibilità di riscatto.
Il problema è che questa struttura tende a appiattire soggetti che erano tutto fuorché piatti. Amy Winehouse era una delle voci più originali della sua generazione e una personalità complessa, autodistruttiva e lucidissima allo stesso tempo. Back to Black la restituisce in modo rispettoso ma convenzionale, seguendo la parabola attesa senza mai davvero entrare nella sua testa. Riscattando in parte la figura del padre – che molti indicavano come una delle cause della sua parabola discendente – e che ovviamente è stato tra i promotori della sua realizzazione.
Bob Marley: One Love è agiografia pura, un film che celebra senza interrogare. Bohemian Rhapsody sacrifica la complessità di Freddie Mercury — la sua identità sessuale, le sue contraddizioni — sull’altare dello spettacolo e della commozione facile lasciando la band sullo sfondo, un po’ co-protagonista ma più spesso spettatrice.
Il rischio maggiore del biopic musicale è trasformare un artista in una leggenda nel senso più banale del termine: qualcosa di grande ma inerte, lucidato fino a perdere qualsiasi asperità.

Dove il genere ha fatto qualcosa di diverso
Le eccezioni esistono, e sono quelle che vale davvero la pena recuperare o tenere d’occhio.
I’m Not There di Todd Haynes (2007) rimane il tentativo più radicale e riuscito di raccontare un musicista inafferrabile come Bob Dylan. Invece di seguire la cronologia della sua vita artistica, Haynes frammenta l’identità del soggetto in sei personaggi interpretati da sei attori diversi — tra cui Cate Blanchett in una delle performance più sorprendenti del decennio — e costruisce un film che è più vicino a un saggio visivo che a una biografia. Non spiega Dylan: lo moltiplica.
Rocketman di Dexter Fletcher (2019) sceglie apertamente il registro del musical fantastico. Le canzoni di Elton John non vengono usate come colonna sonora ma come accesso all’inconscio del personaggio, numeri teatrali che esprimono stati emotivi che il racconto realistico non potrebbe raggiungere. È una scelta coraggiosa e funziona, perché non pretende di essere un documento ma una confessione amplificata.
A Complete Unknown di James Mangold (2025) è forse il biopic musicale più riuscito degli ultimi anni proprio perché si concentra su un periodo limitato — i primi anni di Dylan a New York — e non cerca di spiegare tutto. Timothée Chalamet costruisce un personaggio sfuggente e contraddittorio, e il film ha l’onestà di non offrire una chiave di lettura definitiva. È un ritratto, non una tesi.
Proprio Better Man di Michael Gracey (2024) — il biopic su Robbie Williams — è il caso più estremo e discusso: una scelta esteticamente rischiosa che può respingere o affascinare, ma che almeno prova a trovare un equivalente visivo per l’alienazione e il disprezzo di sé del soggetto. Non è per tutti, ma è un film che pensa e fa pensare. Costato 110 milioni di dollari al botteghino non ha raccolto code né l’entusiasmo che si sarebbe meritato. Ma l’onda lunga della TV e dello streaming sta coprendo i costi.
Springsteen: Liberami dal nulla di Scott Cooper (2025), con Jeremy Allen White, è il caso più recente e interessante: invece di raccontare la carriera di Springsteen nella sua interezza, si concentra sul periodo di registrazione di Nebraska — l’album più oscuro e solitario di The Boss — trasformando il biopic in un film quasi da camera, intimo e senza trionfi.

Cosa aspettarsi da qui in poi
Il biopic su Michael Jackson è probabilmente il test più interessante dei prossimi mesi. Jackson è un soggetto che pone domande scomode — sull’arte, sul personaggio pubblico, sulle accuse — che un film costruito con la collaborazione della famiglia avrà difficoltà a porre senza filtri. Il rischio dell’agiografia è altissimo.
Il progetto Beatles di Sam Mendes è invece quello con il potenziale più alto: quattro film, quattro punti di vista, un catalogo musicale straordinario e una storia che può sopportare interpretazioni diverse. Se Mendes avrà il coraggio di non fare pace tra i quattro soggetti, potrebbe essere qualcosa di mai visto nel genere. Già si parla di nuovi biopic musicali in arrivo: Guns and Roses, Rolling Stones (anche se Mick Jagger ha scansato la cosa dicendo “magari quando saremo tutti morti e non saremo noi a decidere”).
Il biopic musicale è un genere che si conosce ormai a memoria e che si potrebbe confezionare con un comodo copia e incolla narrativo. Ma il pubblico lo ama lo stesso, forse proprio per questo. Anche se le cose più interessanti continuano ad arrivare da chi decide di rompere la formula e non di perfezionarla.