Eurovision 2026, l’Irlanda alza la voce: “Se c’è Israele, noi non ci saremo”
RTÉ, la rete nazionale televisiva irlandese, esce dall’ambiguità: niente Eurovision l’anno prossimo a Vienna se Israele sarà in gara. Un avvertimento che pesa perché arriva dal Paese più vincente nella storia del contest e che costringe l’EBU a una decisione trasparente.
Un avvertimento che suona come una minaccia e che potrebbe non essere l’ultimo: se Israele sarà nel cast dei Paesi in gara a Vienna, l’Irlanda resterà a casa ritirandosi dalla competizione.
A pronunciarla non è stato un politico, ma RTÉ, l’emittente pubblica di Dublino, che ha legato la propria scelta alla “continua e spaventosa perdita di vite umane a Gaza e alle uccisioni mirate di giornalisti” ma anche ai limiti imposti all’accesso dei media internazionali.
Eurovision, la minaccia dell’Irlanda
Non un capriccio d’immagine, dunque, ma un vero e proprio atto politico-culturale che entra nel cuore pulsante dell’Eurovision, agitando il principio — spesso rivendicato, sempre controverso — dell’apoliticità dello show. E che a parlare sia il Paese con il palmarès più ricco del contest (sette vittorie) rende la minaccia di ritiro più di un semplice titolo: diventa un banco di prova per la credibilità dell’Unione europea di radiodiffusione, chiamata a fissare un perimetro chiaro.
L’Irlanda scuote l’Eurovision
Il messaggio irlandese non risuona in solitudine. Anche la tv pubblica slovena aveva già preannunciato uno stop nel caso in cui Israele venga ammessa. In Spagna il ministro della Cultura ha ventilato un ritiro, pur rimettendo la scelta formale alla RTVE. L’emittente islandese ha ripetuto perplessità note chiedendo alla EBU, la rete televisiva europea proprietaria del marchio Eurovision, una decisione netta in questo senso.
È la fotografia di una frattura che attraversa il sistema Eurovision da mesi e che la finale 2025 di Basilea ha messo a fuoco: dentro l’arena il televoto spingeva Israele fino al secondo posto, fuori si moltiplicavano proteste e appelli. L’Eurovision, laboratorio di diplomazia pop, torna così a misurarsi con il mondo reale e con un pubblico che chiede intrattenimento ma pretende coerenza.

Le scadenze dell’EBU e il nodo delle regole
Vienna prepara la macchina organizzativa – estremamente complicata – di un programma importante e seguitissimo. Ma la partita si decide a Ginevra, sede dell’EBU. Entro l’autunno andrà pubblicata la lista dei Paesi partecipanti; fino alla metà di dicembre i broadcaster possono ritirarsi senza penali.
RTÉ ha scolpito una condizione sul calendario per evitare ambiguità: se Israele sarà confermata, Dublino vuole conoscerne i criteri. Ma se Israele verrà esclusa, chiede che la decisione non appaia cucita su misura.
È qui che il dossier scivola dal piano etico a quello regolamentare: il contest ha conosciuto nel tempo sospensioni, riammissioni e forzature; ciò che oggi viene stabilito rischia di fare giurisprudenza per le edizioni a venire.
Senza l’Irlanda, cosa rischia l’Eurovision 2026
Un’edizione con assenze illustri non sarebbe solo un problema di biglietti venduti o di share televisivo inferiore. Toccherebbe il cuore identitario del marchio. Verrebbe a mancare l’essenza stessa della trasmissione che molti anni fa era nata con l’idea di un palco inclusivo dove le differenze trovano un linguaggio comune.
La polarizzazione, invece, rischia di ridurre il festival a un’arena di veti incrociati, dove ogni scelta — ammettere o escludere — suona inevitabilmente come un gesto politico.
Ma quel che è peggio il pubblico potrebbe anche decidere di penalizzare con il voto; un po’ com’era accaduto due anni fa quando vinse l’Ucraina, schiacciata dalle aggressioni militari russe.
L’Irlanda ha messo un punto. La frase successiva spetta all’EBU: e da quella risposta dipenderà il tono — e forse il senso — dell’Eurovision 2026.