Eurovision 2026, il boicottaggio prende forma: ritiri ufficiali e prese di posizione degli artisti
La partecipazione di Israele all’Eurovision 2026 spacca l’Europa musicale: cinque Paesi hanno già annunciato il ritiro, mentre artisti come Marco Mengoni e Nemo, vincitore dello scorso anno, prendono posizione pubblicamente.
L’Eurovision Song Contest 2026, in programma a Vienna dal 12 al 16 maggio, rischia di arrivare sul palco già profondamente segnato dalle polemiche. Al centro della frattura c’è la decisione dell’European Broadcasting Union di confermare la partecipazione di Israele nonostante il conflitto in corso a Gaza. Una scelta che ha innescato una reazione a catena tra le emittenti pubbliche europee, mettendo in discussione uno dei pilastri storici del concorso: la sua presunta neutralità politica.
Eurovision, boicottaggio in corso
Negli ultimi giorni Spagna, Irlanda, Islanda, Slovenia e Paesi Bassi hanno annunciato ufficialmente il ritiro dalla competizione. E di fronte alla minaccia dell’EBU di ritorsione anche per i prossimi anni, con possibili squalifiche, i bureau dei paesi che hanno deciso per il boicottaggio hanno confermato la loro scelta e non faranno passi indietro. Anzi…
Le tv pubbliche dei cinque paesi hanno motivato la decisione parlando di incompatibilità tra i valori dichiarati dall’Eurovision – unità, inclusione e dialogo – e la realtà geopolitica attuale. RTVE, l’emittente spagnola, è stata la prima a esporsi apertamente, aprendo la strada a una posizione condivisa anche da altri Paesi del Nord e dell’Est Europa.
Le parole di Marco Mengoni e il peso degli artisti
In questo clima si inserisce la presa di posizione di Marco Mengoni, in questi giorni in tour in Europa con un concerto che ha avuto enorme successo anche in Spagna, che ha appoggiato pubblicamente la scelta della tv iberica durante un’intervista rilasciata in occasione della tappa madrilena del suo tour.
L’artista italiano, che all’Eurovision ha partecipato nel 2013 e nel 2023, ha parlato di “messaggio forte e necessario”, sottolineando come anche la musica abbia inevitabilmente una dimensione politica. Un concetto che negli ultimi anni torna ciclicamente quando il concorso si confronta con i grandi conflitti internazionali.
Le parole di Marco Mengoni sull’Eurovision
Marco Mengoni non è la prima volta a esporsi in questo senso. Già nel 2023, in occasione dell’edizione di Liverpool, il cantante aveva ricordato come la mancata assegnazione dell’evento a Kiev – l’Ucraina aveva vinto l’edizione 2022 e avrebbe dovuto ospitare la rassegna – fosse una ferita simbolica legata alla guerra in Ucraina. Ma oggi il messaggio di Marco Mengoni si ripropone, con toni ancora più accesi e su temi ancora più attuali.

Il gesto simbolico di Nemo e la risposta dell’Ebu
Decisamente radicale anche la scelta di Nemo, vincitore dell’Eurovision 2024, che ha annunciato la restituzione del trofeo alla sede dell’Ebu di Ginevra. In un lungo messaggio sui social, l’artista svizzero ha parlato apertamente di una contraddizione tra i valori celebrati sul palco e le decisioni dell’organizzazione, citando anche le conclusioni delle commissioni d’inchiesta delle Nazioni Unite.
L’Ebu, dal canto suo, continua a ribadire che l’Eurovision resta una competizione tra emittenti e non tra governi, richiamando il principio di neutralità già invocato in passato. Una linea che però appare sempre più fragile, mentre il numero dei Paesi assenti cresce e il dibattito coinvolge non solo la politica, ma anche il mondo della musica e dell’opinione pubblica.
L’Italia dal canto suo almeno per ora ha confermato la sua presenza al festival che tradizionalmente verrà proposto al vincitore del prossimo festival di Sanremo 2026. Lo scorso anno a esibirsi in Svizzera fu Lucio Corsi, promosso grazie alla scelta di Olly che rinunciò, quinto assoluto alle spalle di Austria, Israele, Estonia (l’ormai famoso Tommy Cash di Espresso Macchiato) e Svezia
Un Eurovision diverso da quello che conoscevamo
Con cinque ritiri ufficiali e artisti di primo piano pronti a esporsi, l’Eurovision 2026 rischia di diventare uno spartiacque nella storia del concorso. Non solo per un numero di partecipanti mai così basso dopo l’annessione alla manifestazione di molti paesi, ma per il significato stesso dell’evento. Da vetrina pop europea a terreno di scontro simbolico, dove canzoni e messaggi finiscono inevitabilmente per intrecciarsi. E Vienna, più che una festa, potrebbe ospitare l’edizione più discussa degli ultimi decenni.