Eurovision 2026 a rischio boicottaggio. I tre Paesi che hanno già dato forfait: “O noi o Israele”. Cresce la tensione
Arrivano le prime minacce di ritiro: l’Eurovision 2026 rischia di trasformarsi in un caso politico prima ancora di iniziare.
Mancano ancora tantissimi mesi all’ Eurovision Song Contest ma la macchina dell’ organizzazione è già in moto, non senza intoppi. Il celebre festival canoro, che ogni anno incolla al piccolo schermo milioni di spettatori in tutta Europa si trova già in un forte clima di tensione. Se per le iscrizioni ufficiali per l’edizione 2026, ci vuole ancora tempo, alcune emittenti pubbliche stanno facendo sentire la propria voce con decisioni che potrebbero stravolgere l’intera manifestazione.
La possibile partecipazione di Israele continua a suscitare controversie tra diversi Paesi europei e c’è chi ha deciso di anticipare le proprie opinioni ed eventuali scelte con largo anticipo, senza aspettare l’inizio della kermesse. Questa mossa ha generato un’atmosfera d’ incertezza che urge sicuramente una soluzione.
I dettagli sulle posizioni dei singoli Paesi non sono ancora stati svelati completamente, ma l’eco delle proteste precedenti e le prime prese di posizione ufficiali stanno facendo crescere la pressione sulle istituzioni dell’Eurovision. A complicare ulteriormente la situazione, le emittenti nazionali coinvolte hanno messo in chiaro che la loro presenza alla kermesse dipenderà strettamente dalle decisioni sull’ammissione di Israele.
Non si può fare finta di niente
Forse era prevedibile, forse no, ma già l’edizione precedente dell’Eurovision Song Contest aveva suscitato dibattito e polemiche a causa della partecipazione di Israele, arrivato peraltro al secondo posto. Da allora la situazione non è migliorata: l’opinione pubblica internazionale è profondamente turbata — per usare un eufemismo — da quanto accade nella Striscia di Gaza. La decisione di non escludere lo Stato dalla kermesse rischia quindi di attirare nuove critiche e non può passare inosservata, contrariamente a quanto probabilmente auspicavano gli organizzatori.

Nel frattempo l’European Broadcasting Union (EBU) mantiene una linea prudente: il direttore Martin Green ha ribadito il rispetto della libertà di ciascun membro di decidere se partecipare o meno, senza entrare nei dettagli delle singole posizioni. L’EBU, consapevole della delicatezza del momento, ha già spostato la scadenza per l’adesione al concorso, in modo da lasciare più tempo per negoziazioni e consultazioni tra le televisioni pubbliche coinvolte.
Il primo Paese a rendere pubblica la propria opposizione è stata la Spagna. Il governo spagnolo ha chiarito che la partecipazione di Israele al festival sarebbe inaccettabile, puntando il dito sulle tensioni in corso a Gaza e sugli episodi di violenza che continuano a scuotere la regione. Le autorità spagnole hanno fatto sapere che, in mancanza di una soluzione che porti all’esclusione del Paese mediorientale, il ritiro dalla competizione diventerà inevitabile.
Subito dopo la Spagna, anche la Slovenia ha confermato la propria posizione attraverso la televisione di Stato. La decisione di ritirarsi, se Israele dovesse essere ammesso, evidenzia quanto la questione sia diventata centrale nel dibattito politico e mediatico europeo. L’EBU ha quindi nominato un consulente esterno incaricato di dialogare con le emittenti per trovare un compromesso e valutare la possibilità di un voto formale sulla partecipazione di Israele, un passaggio che potrebbe determinare l’assetto finale della manifestazione.
Qualche giorno fa anche l’Irlanda ha espresso una posizione simile, sottolineando le gravi preoccupazioni legate alla sicurezza dei giornalisti e alla situazione degli ostaggi nella regione. La decisione finale della RTÉ dipenderà dal dialogo in corso con l’EBU, ma il messaggio è chiaro: l’Eurovision 2026 potrebbe dover affrontare un’autentica crisi diplomatica prima ancora di aprire il sipario.
L’edizione del prossimo maggio a Vienna, che dovrebbe vedere la partecipazione di circa 37 Paesi e l’attenzione di oltre 160 milioni di spettatori, rischia quindi di essere travolta dalle tensioni politiche che potrebbero oscurare la musica e lo spettacolo: perché in questo caso no, lo spettacolo non deve continuare.