Amon Amarth e Machine Head a Milano: foto-cronache di band affamate di live show, 4 Ottobre 2022

Amon Amarth e Machine Head, vichinghi e cuori di leone, accompagnati dai The Halo Effect: una serata di metal “mangiapalco”.

La pandemia di Covid-19 ha causato danni immani all’industria della musica dal vivo, ci sono molte band che si sono sciolte e altre che hanno vissuto momenti di crisi nera, ma ci sono band che hanno tenuto duro, sostenute dalla voglia di tornare a suonare davanti al loro pubblico e tornare più in forma che mai. Ci sono anche band che sono nate come reazione alla noia pandemica: i The Halo Effect sono proprio questo, oltre al “progetto che unisce Mikael Stanne ad ex-membri degli In Flames”.
Ma soprattutto, due pesi massimi come Amon Amarth e Machine Head hanno deciso di unire le forze per un “Vikings & Lionhearts Tour”, e mostrano fin da subito la voglia di suonare e spaccare tutto: se inizi i rispettivi concerti con “Guardians of Asgard” e “Become The Firestorm / Imperium” vuol dire che non ti vuoi trattenere, vuoi sparare altissimo con volumi e grinta fin da subito, vuoi testare se il pubblico si è mantenuto in forma per pogare senza tregua. Vuoi dimostrare ai fan, ma anche a te stesso, che questi anni ti hanno reso più forte, più concentrato sui tuoi obiettivi, nella speranza che il peggio sia passato.
Dopotutto, questo è lo scopo di un concerto, no?

La serata inizia con The Halo Effect, e come dicevamo sembra di vedere un vecchio gruppo di amici che suonano insieme per piacere. Sono al primo disco, ma ovviamente sono dei veterani del palcoscenico. Fa impressione vedere un Peter Iwers completamente trasformato nel fisico e nei capelli (bianchi e corti), accanto a Mikael Stanne che invece continua a mostrare 30 anni. Ma al netto dell’aspetto fisico (per gli appassionati, segnaliamo anche una toppa di Type 0 Negative e White Zombie sulla giacca di Niclas Engelin), quel che conta è la musica. E che mazzata, questa musica!
Come dice Francesco Ceccamea in un bell’articolo di approfondimento sugli Halo Effect: “è un lavoro ispirato e pieno di bei pezzi. Punto. Non me ne frega una ceppa del sound così fedele al periodo 1999-2003 o ai flash in area Colony-Clayman. Sticazzi. Quello che vale davvero è la musica.”
Quando ci si trova a urlare con disperazione “Where is the fire? Where is the spark In this final hour?”, o quando si viene investiti dalla potenza di Feel What I Believe, non si può ringraziare il dio del metal per aver messo insieme questo gruppo di amici e averli fatti andare in tour. Il sorriso di Stanne mentre si gode il pubblico che urla il nome della band, il sospiro che si fa ascoltando questo dolce rumore, vale tutta la serata.

I Machine Head, sono una band abituata a far muovere il culo negli stadi. Non disdegnano i club tour, però, ed è bello vedere che anche su un palco piccolo l’atteggiamento rimane grosso. Robb Flynn si presenta urlando se siamo pronti a “diventare una tempesta di fuoco”, richiama il circle-pit in continuazione, urla fra un assolo e l’altro, e tiene in palmo di mano tutto il pubblico, anche se più della metà delle persone indossa magliette degli Amon Amarth. I primi tre pezzi sono veramente infuocati, una furia che si calma solo quando viene annunciato il nome dei brani (“Imperium” seguita da “Ten Ton Hammer”, dio bono), una furia che in effetti si interrompe quando è il momento dei brani nuovi e di qualche discorso. Non voglio fare quello che vuole sentire solo le canzoni vecchie, e non posso dire che Robb abbia fatto male a dedicare un paio di minuti a parlare della salute mentale, però dell’intro semi-acuistica di Darkness Within, di un paio di minuti di bestemmie random, e di almeno un brano recente avrei fatto a meno, soprattutto se alla fine siamo rimasti orfani di Old, Davidian, Blood Sweat & Tears, e non abbiamo potuto “clenchare i pugni del dissenso” (cit.).
Ma non fraintendiamoci: è stato un concerto maiuscolo, con suoni pesantissimi e grassi, e un frontman che si mangia tutto e che dobbiamo ringraziare per aver accettato un tour da co-headliner.

Chi temeva che le scenografie degli Amon Amarth sarebbero state azzoppate dal ftto di suonare in un club, si sbagliava: l’enorme elmo porta-batteria è presente al centro della scena, con le sue enormi corna e gli occhi infuocati, ed è tutto quello che serve per traghettare tutti verso un’atmosfera vichinga. Se poi il gruppo svedese attacca con Guardians Of Asgard, servono solo pochi secondi per trasformare il pubblico in un raduno di Berserk – o, meglio, in una grande Heathen Army. Johan Hegg, al contrario di tutti noi, ha impiegato il tempo pandemico a perdere peso, e la sua pancia vichinga è svanita sotto la tshirt sempre nera e attillatissima. Però Johan rimane il leader vichingo capace di guidare la folla con un sorriso o con il segno che ha la pelle d’oca nel sentire urlare il nome della sua band. Gli Amon Amarth vanno dritti così, i pezzi nuovi si amalgamano perfettamente con quelli vecchi, e hanno abbastanza hit da riempire un concerto lasciando tutti soddisfatti. Volevamo poi vedere Hegg che combatte Loki in persona? C’è spazio anche per il dio cornuto dagli occhi lampeggianti.
Difficile immaginare una serata più soddisfacente.

The Halo Effect

Days of the Lost
The Needless End
Gateways
Feel What I Believe
Last of Our Kind
Conditional
Shadowminds

Machine Head


BECØME THE FIRESTØRM
Imperium
Ten Ton Hammer
I Am Hell (Sonata in C#)
CHØKE ØN THE ASHES ØF YØUR HATE
Darkness Within
Now We Die
From This Day
Davidian
—–
Halo

Amon Amarth

Guardians of Asgaard
Raven’s Flight
Deceiver of the Gods
The Pursuit of Vikings
The Great Heathen Army
Heidrun
Destroyer of the Universe
Put Your Back Into the Oar
Cry of the Black Birds
The Way of Vikings
Shield Wall
First Kill
Raise Your Horns
—–
Twilight of the Thunder God