Addio Brian Wilson, genio e anima fragile dei Beach Boys
Brian Wilson, fondatore dei Beach Boys, uno dei più grandi geni della musica pop contemporanea, si è spento ieri all’età di 82 anni. La notizia è arrivata dalle sue figlie che hanno affidato ai social un messaggio semplice ma carico di significato e di emozione. A salutarlo decine di superstar del rock
A lui si sono ispirati Elton John e i Beatles, ma anche i Rolling Stones, i Fleetwood Mac e decine e decine di artisti che citano l’album Pet Sounds e Good Vibrations tra le proprie ispirazioni più significative.
Dietro i Beach Boys c’era la mente straordinariamente creativa, ma anche tremendamente fragile, di Brian Wilson, scomparso ieri a 82 anni. A darne l’annuncio le figlie Carnie e Wendy, a loro volta interpreti di successo con il trio vocale al femminile americano Wilson Phillips che hanno confermato la morte del padre con un bel messaggio che si chiude con il commiato Love & Mercy, una delle sue canzoni di maggior successo. Ma anche uno dei suoi messaggi più veri.
Brian Wilson, Love and Mercy
Love and Mercy, amore e compassione, sono state parole che hanno sempre accompagnato l’artista americano e che oggi ne diventano il commiato simbolico più autentico. Fermamente convinto che il mondo, tremendamente diviso dalle tensioni della politica, dagli interessi economici e dal potere avesse solo bisogno di più amore e condivisione, Brian Wilson ha cercato di portare il suo messaggio universale a quante più persone possibili. Tra enormi difficoltà personali.
La musica popolare dice addio a uno dei suoi più grandi architetti. Brian Wilson non era solo il fondatore e leader creativo dei Beach Boys. Era un costruttore di suoni, un alchimista delle armonie vocali, un artigiano ossessionato dal dettaglio e dalla perfezione degli intrecci armonici di ogni singolo strumento. Il suo contributo va ben oltre i confini della band californiana: Wilson ha decisamente riscritto le regole della produzione musicale contemporanea.
L’inizio: California, surf e sogni armonici
Nato a Inglewood, in California, il 20 giugno del 1942, Brian Douglas Wilson cresce in una famiglia dove la musica è presente, ma spesso soffocata da dinamiche familiari complesse. Il padre Murry, figura controversa e autoritaria, è da una parte il promotore di Brian e dei suoi fratelli. Ma dall’altra un autoritario e despota che finisce per stritolarlo tra mille fragilità e abusi: Brian inizia a suonare il pianoforte piccolissimo e si diverte ad armonizzare tutto da solo, come nei dischi jazz di suo padre. Un bimbo prodigio che molto presto arriverà a un successo straordinario.
Insieme ai fratelli Carl e Dennis, al cugino Mike Love e all’amico Al Jardine, fonda i Beach Boys. La loro musica, inizialmente radicata nell’immaginario surfista della West Coast, scala le classifiche americane con canzoni leggere e spensierate come Surfin’ Safari e Fun, Fun, Fun.
L’esplosione creativa: dalla spiaggia allo studio
Ma il sogno balneare dura poco. Wilson smette presto di andare in tour con il gruppo per concentrarsi sull’attività in studio. È lì che comincia la sua rivoluzione. Nel 1966, l’album Pet Sounds diventa il manifesto di un nuovo modo di pensare il pop: un’opera orchestrale che mescola strumenti insoliti, mai sentiti prima per radio, sovraincisioni complesse, e testi profondamente emotivi. L’album è un flop commerciale in patria, ma trova l’entusiastica approvazione dei Beatles, che lo citano come ispirazione diretta per il loro capolavoro Sgt. Pepper.
Nello stesso periodo, Brian lavora a Smile, un progetto ancora più ambizioso, che finirà per naufragare tra crisi personali e pressioni discografiche. Solo decenni dopo, nel 2004, l’album vedrà finalmente la luce.

Brian Wilson, le ombre della mente
Il genio musicale di Wilson convive sin da giovane con un tormento interiore profondo. Alla fine degli anni Sessanta, inizia a soffrire di episodi di depressione, ansia e allucinazioni uditive. La diagnosi più accreditata parlerà di schizofrenia schizoaffettiva, ma le sue condizioni rimarranno a lungo circondate da confusione e speculazioni.
Complice anche l’uso di droghe psichedeliche, Wilson si isola. Passa interi mesi chiuso in casa, ingrassa fino a diventare irriconoscibile, smette quasi di parlare. Il suo declino è lento e pubblico. A complicare le cose, l’influenza dello psicologo Eugene Landy, figura dai contorni inquietanti, che negli anni Ottanta gestirà la sua vita in modo invasivo isolandolo in modo quasi criminale. A ridare un po’ di libertà e tranquillità a Wilson sarà un tribunale, invocato dalla moglie e dalle figlie. A complicare il tutto dipendenza e ricadute e il peso di una fama con la quale Wilson sembra non essere mai riuscito a fare completamente i conti.
Gli anni del ritorno e la lenta resurrezione
Nonostante un’attività creativa impressionante che lo porta nei suoi momenti migliori a registrare anche una canzone al giorno, Brian Wilson è spesso vittima di momenti di lancinante sofferenza e isolamento che lo portano più volte a un passo dal suicidio.
Eppure, tra le macerie, Brian riesce a riemergere. Riporta in scena i Beach Boys al Live Aid ottenendo uno straordinario successo, e nel 1988 pubblica il suo primo album da solista. Negli anni Duemila, dopo una lunga terapia e grazie anche al sostegno della seconda moglie Melinda Ledbetter, la sua ex manager, torna a esibirsi. Il suo nome torna nei cartelloni dei festival, riceve premi e riconoscimenti. Nel 2015 porta Pet Sounds in tour per un’ultima volta. Il pubblico lo accoglie sempre con affetto, come un sopravvissuto di lusso, come un reduce del rock ancora capace di incantare con uno sguardo, una nota, un gesto fragile.

Lutti e tragedie personali
Nel frattempo però perde il fratello Dennis, a sua volta vittima dei deliri di Charles Manson, scomparso tragicamente nel 1988 quando si getta in acqua completamente ubriaco per recuperare una penna che diceva di aver perso in quello stesso punto tre anni prima… Dieci anni dopo, nel giro di due mesi, perde prima sua madre Audre e quindi suo fratello Carl – che lo aveva affiancato nel leggendario tour del 1997 – stroncato da un tumore.
Nel 2024, dopo la morte della moglie Melinda, la sua salute mentale peggiora. Viene affidato a una tutela legale condivisa tra la famiglia e alcuni collaboratori di lunga data. E da allora non ci sono più notizie di sue apparizioni pubbliche.
Brian Wilson, un’eredità senza eguali
Brian Wilson lascia un patrimonio artistico che ha plasmato almeno tre generazioni di artisti e di fan. Un’influenza non si misura solo in dischi venduti – più di 100 milioni solo con i Beach Boys – ma nel modo in cui ha riscritto il concetto stesso di “canzone pop”.
Paul McCartney ha scritto: “Brian era un gigante buono, un’anima sensibile che ha cambiato il nostro modo di pensare alla musica. Pet Sounds resta il punto più alto della musica pop di tutti i tempi”.
Anche Sean Ono Lennon, Questlove, Nancy Sinatra e John Cusack – che lo interpretò nel film biografico Love & Mercy – hanno ricordato l’uomo e l’artista, sottolineando come la sua musica parlasse di malinconia, di speranza, di perdono.
L’ex compagno Mike Love, l’ultimo ad averlo affiancato fino all’ultimo sul palco, ha diffuso una dichiarazione di grande affetto: “Una vita insieme… Abbiamo avuto momenti splendidi e altri molto difficili, ma non dimenticherò mai il ragazzo con l’orecchio assoluto che ha dato una voce a un’intera generazione. Grazie della tua voce, grazie di tutti i tuoi ricordi”.