Rewiring Genesis, molto più di un tributo al mitico album The Lamb Lies Down On Broadway

Ci vuole molto coraggio per prendere uno degli album più importanti della storia del rock e riproporlo in una nuova veste. Se il disco poi è “The Lamb Lies Down On Broadway” dei Genesis, l’impresa è ancora più difficile e rischiosa trattandosi di un album davvero complesso e amato a livelli quasi maniacali. Se ve

di dodo

Ci vuole molto coraggio per prendere uno degli album più importanti della storia del rock e riproporlo in una nuova veste. Se il disco poi è “The Lamb Lies Down On Broadway” dei Genesis, l’impresa è ancora più difficile e rischiosa trattandosi di un album davvero complesso e amato a livelli quasi maniacali.

Se ve ne parlo è perché qui non siamo di fronte al prodotto di una cover band o a un semplice tributo. Pensato e realizzato dal produttore Mark Hornsby e dal bravissimo batterista e cantante Nick D’Virgilio, con un gruppo di tutto rispetto, questo “Rewiring Genesis” è un vero capolavoro!

Premetto che l’originale concept The Lamb è uno dei dischi che amo e ho ascoltato di più e ho affrontato l’ascolto di questo nuovo disco abbastanza prevenuto: i classici non si toccano! Ma fin dal primo ascolto (e ancor di più nei successivi) ho dovuto ricredermi e ha prevalso l’esaltazione.

Questa nuova versione riesce nell’impresa ardua di restituire l’opera con rispetto e la dovuta filologia sapendo al tempo stesso svecchiarne i suoni rendendola senza tempo.

Dove l’originale suona – ascoltato oggi – figlio di quegli anni ’70 che l’hanno visto nascere, qui l’atmosfera e la resa portano il disco su un piano diverso che spiazzerebbe qualsiasi nuovo ascoltatore ignaro, rendendogli impossibile stabilirne l’epoca di appartenenza.

Certo manca la voce di Peter Gabriel, certo qui non si scorge il talento geniale dei musicisti e autori originali alle prese con la loro creatura. Però D’Virgilio è un mago della batteria (non a caso fu scelto a sostituire Phil Collins, in tandem con Nir Zidkyahu, nei Genesis di “Calling All Station”) e anche come vocalist se la cava egregiamente (sua la voce e la batteria degli Spock’s Beard).

Quello che colpisce e conquista di questo Rewiring è la presenza degli archi, degli strumenti a fiato (e dei cori) che spesso si sostituiscono ai synth di Tony Banks. E proprio l’uso di questi, insieme all’ottima partitura su cui si muovono e sorreggono alcuni passaggi, caratterizzano l’opera e ne rappresentano la particolarità e la riuscita.

Molti quindi i musicisti coinvolti nel progetto, non sto qui ad elencarli. Il consiglio spassionato è quello di ascoltare con attenzione questo doppio disco, cercando di farlo senza troppi pregiudizi. Forse ve ne innamorerete anche voi.

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