No Doubt: Push and Shove, la recensione

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Ci sono voluti undici anni per poter avere tra le mani un nuovo album dei No Doubt, dopo Rock Steady del 2001

Nel frattempo, Gwen Stefani si è dedicata alla carriera solista, ottenendo successo di critica e di vendite. Poi l’annuncio del suo ritorno con la band. Un periodo breve, giusto il tempo di una fugace reunion? Nient’affatto. Il momento di pausa è stato proprio il suo album “Love Angel Music Baby”. La cantante ha infatti ammesso di non essere intenzionata a lasciare la band per ritornare a cantare da sola e non ha alcun rimpianto per la sua scelta.

E musicalmente, la decisione di riformare il celebre gruppo avrà portato buoni risultati? Scopriamolo insieme, dopo il salto:

Lo stile non si è perso, possiamo sicuramente ritrovare lo ska mixato con la dancehall e quell’elettro-pop che caratterizza il loro sound. L’album si apre con il primo singolo “Settle down” che ha deluso nelle classifiche e non ha riservato alla band l’eco mediatico che li anticipava da settimane. Doveva arrivare, si attendeva con curiosità ma poi il tutto si è sgonfiato prima del previsto. Del resto il brano è orecchiabile, sicuramente apprezzato dai fan ma con un riff che non rimane particolarmente impresso. Si passa subito al dance rock di “Looking hot” con una Gwen che sa ancora il fatto suo (“so look at me, cos thats what i want ( thats what i want), do you think im looking hot?”) e non lesina la carta della sensualità.

Si parla di amore nella terza traccia “One More Summer” ma non aspettatevi una melodia sdolcinata o particolarmente romantica. Il testo parla di rottura, tra amore e debolezza (I could be right and you could be wrong, I can’t believe it has it really been this long? One more summer one more weekend, You’re my lover I’m your my weakness). Ritmo reggae per l’unica collaborazione presente nell’album, col pezzo “Push and shove” (Feat. Major Lazer and Busy Signal), in grado di rialzare il ritmo e allontanare il senso di malinconia dato dalla traccia precedente. Ritmato, potente, efficace.

In Easy possiamo leggere richiami del percorso solista della Stefani mentre Gravity appare come la traccia più pop e il canto di una consapevolezza che la classifica, forse, non tarderà a confermare (“We’re so lucky, still holding on”). Undercover torna a parlare di relazioni senza mai abbassare il ritmo nonostante un testo intenso (“What happened to us? I can’t believe, give it up, so I can’t get to love I can’t believe this”) per poi riprendere in mano la situazione con un finale decisamente meno disperato (“I wanna leave you with the hope that I won’t ruin it & we’ll look down in your eyes I wanna take off your disguise”)

Arriviamo alla vera e proprio ballad con la B maiuscola, Undone , un toccante pezzo nel quale riversare il proprio grido di dolore (I’m broke, Let me show you where it hurts, I’m trying to be brave, This wasn’t in my plan, And nothing you can do or changed, Such a waste), la voce sicura di Gwen impedisce al brano di cadere nel lacrimevole o strappalacrime. La sofferenza c’è, tanta, ma misurata, dignitosa, come l’interpretazione racconta. Sparkle ci fa tornare nuovamente al centro del pop più immediato, grazie all’uso ben calibrato di chitarra, basso e batteria, in un sounds diverso e vario. Ci ritroviamo a “Heaven” con un ritornello di presa immediata: l’amore è al centro di questo pezzo ma, in questo caso, assistiamo ad una dichiarazione: bandite le lacrime (“I know that it’s true and I know that it’s you, You are my heaven, Why can’t I see that you’re so good for me”)

Ed eccoci all’ultimo pezzo, Dreaming the Same Dream. E qui preparatevi ad un tuffo negli anni ’80, una midtempo ballad, che sembra quasi arrivare da un vecchio album della band. Interessante la scelta di chiudere il nuovo Lp del gruppo, dopo tanti anni, con un richiamo al sound del passato, colpo di coda soddisfacente.

Un Lp con canzoni convincenti (Push and drove, Dreaming the Same Dream, Undone) che conquistano senza però stupire o risultare particolarmente innovative

Voto: 6 e 1/2

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