Bob Dylan “Tempest”: la recensione e il video di “Duquesne Whistle”

Bob Dylan pubblica “Tempest: il trentacinquesimo album della sua carriera. La recensione e il video di “Duquesne Whistle”, il primo brano del disco.

Per un attimo la tentazione è forte: come sarebbe scrivere la recensione di “Tempest”, il nuovo disco di Bob Dylan ignorando completamente la sua storia (un pezzo di Storia, a dirla tutta)? Ignorando che questo è il trentacinquesimo album della sua miracolosa carriera? Ignorando che questo signore di Duluth ha 71 anni e ha profondamente, radicalmente cambiato il modo di scrivere e pensare (sì: pensare) di intere generazioni? La fantasia dura poco. Perché a far svanire la tentazione ci pensa direttamente il suo nuovo disco.

Chiariamoci, non è un disco ‘moderno’: folk, blues, rock vecchia scuola e suoni che sembrano uscire dalle pareti di una bettola del Minnesota che ha visto momenti migliori. “Tempest” suona ‘vecchio’: suona come la radio scassata con cui Dylan e i suoi coetanei hanno iniziato la loro educazione musicale. Se parliamo dei testi invece, il discorso prende un’altra piega.

Guardatevi il video di “Duquesne Whistle”, abilmente girato dal fido Nash Edgerton. E provate a sovrapporre il Bob Dylan che cammina spavaldo con la sua gang al ragazzo protagonista, tragico nei suoi infiniti tentativi di conquistare sempre la stessa donna. Provate a sovrapporli e vedrete che il gioco funziona: ostinato e ironico, Dylan ha fatto la stessa cosa con la ‘materia canzone’. L’ha presa di petto con un coraggio acerbo, l’ha piegata con una certa strafottenza alla sua voce nasale – ormai sempre più arrochita – ha deciso che gli accordi ripetitivi e le storie blues che amava, potevano raccontare qualcos’altro. Non solo il ‘male di vivere’ (“Ti dirò io che cos’è il blues: non ascoltarlo. Niente di quello che dirà sarà mai totalmente vero. Potrà aiutarti a capire, forse. Ma non potrà spiegartelo fino in fondo”. Parola di Hoowlin’ Wolf – voi fidatevi), ma poesia, letteratura, riferimenti altissimi, simboli e surrealismo, strada e politica.

“Tempest” è un disco oscuro. Morte, violenza, tragedia: argomenti che Dylan non ha mai avuto paura di affrontare e anche ‘stavolta racconta con frasi lapidarie e rime sicurissime. A partire dal lungo, epico fiume di parole della title-track (quattordici minuti di storia del Titanic – sì, viene citato Di Caprio) che diventa una sorta di romanzo corale sull’impotenza dell’uomo davanti alla volontà (?) divina. Curiosità – giustificata – per il finale di “Roll On John”, malinconica ballad dedicata alla morte di Lennon che Dylan risolve come una sorta di gospel celebrativo, con citazioni dei Beatles (“I read the news today, oh boy”) e la sua voce che diventa quasi dolce mentre si chiede “How can I roll when the wheels won’t roll?”. In mezzo, un piccolo film (o un racconto, se preferite). “Tin Angel” è una storia noir che conferma Bob Dylan come un grandissimo narratore, capace di nascondere la morale tanto nella caratterizzazione dei personaggi, quanto nel ritmo ipnotico della melodia. Prendete questo disco e superate la barriera della lingua ascoltandolo mentre leggete i testi. Ve ne innamorerete.

(8/10)

Bob Dylan
“Tempest”
01 :: Duquesne Whistle
02 :: Soon After Midnight
03 :: Narrow Way
04 :: Long and Wasted Years
05 :: Pay In Blood
06 :: Scarlet Town
07 :: Early Roman Kings
08 :: Tin Angel
09 :: Tempest
10 :: Roll On John

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