Emanuele Dabbono a Blogo: "La mia gavetta è stata terrificante, devo tutto a Tiziano Ferro"

Intervista a Emanuele Dabbono - La "gavetta terrificante", X Factor, una parentesi americana e le canzoni scritte con Tiziano Ferro.

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Qualcuno lo ricorderà per la partecipazione al Cornetto Free Music Festival con Scritto sulla Pelle. Qualcun altro per il terzo posto alla prima edizione di X Factor. Qualcun altro ancora per i suoi libri o il successo in America. Emanuele Dabbono, cantautore genovese classe 1977, ha vissuto una "gavetta terrificante" ricca di soddisfazioni e tanti bocconi amari. Da da tre anni si è riscattato. Merito di Tiziano Ferro, che l'ha messo sotto contratto (l'unico autore sotto contratto con TZN): insieme hanno scritto Incanto e tre brani del nuovo album Il mestiere della vita. "E' una soddisfazione incredibile. Ora il mio mestiere principale è quello di autore, ma è capitato tutto per caso. Non pensavo neppure potesse essere così bello dare le proprie canzoni ad altri".

Entriamo nel merito. Valore Assoluto (contenuto nell'ultimo album del cantautore di Latina) è il brano al quale sei più legato, come mai?

"Lo vedo come una naturale prosecuzione di Incanto, che però aveva una struttura più folk-irlandese. Il tema, una dichiarazione d'amore, è lo stesso ma suonato in chiave più moderna ed elettronica. Appena l'ho sentita cantata da Tiziano, a giugno scorso, mi sono commosso. Solitamente, quando si arriva al ritornello, i cantanti tendono a pompare qualsiasi strumento. Invece lui ha svuotato tutto, lasciando solo la voce e gli archi: una cosa rara. Senza presunzione, penso che potrebbe fare scuola".

Il Conforto ha stupito.

"Il Conforto è una ballata elettronica. Il testo è introspettivo e profondo. Sono sbalordito dall'accoglienza che ha ricevuto perché non è proprio un brano orecchiabile. Anzi, richiede di fermarsi un attimo per fare attenzione".

E' vero che non era nata per una doppia voce (quella di Carmen Consoli)?

"Proprio così. Tiziano mi ha fatto anche quest'altra sorpresa. Le due voci, la sua e quella di Carmen, si sposano in una maniera eccezionale. Credo che Carmen abbia cercato di dare enfasi alle parole come non mai. Non ci sono tecnicismi vocali, c'è solo l'elogio del testo".

E Lento/Veloce?

"E' stata concepita a quattro mani. Ci siamo molto divertiti. Se inizi ad ascoltare la prima strofa, è difficile immaginarsi l'apertura del ritornello. La strofa è molto hip-hop, forse pure fin troppo spinta per l'Italia. Non so se si erano mai sentite cose così in Italia. Invece il ritornello ha una melodia solare, pop, estiva. Sarebbe un sogno se diventasse il singolo estivo".

Tiziano ha parlato molto bene di te. "Lo conosco dal 1998, facemmo l'Accademia di Sanremo, ci conoscemmo lì. Lui arrivò in semifinale e io arrivai in finale, entrambi fummo presi in consegna da Alberto Salerno e Mara Maionchi", ha detto a Rockol.

"La nostra storia è allucinante. Effettivamente, ci conosciamo da prima che lui diventasse il Tiziano Ferro che è oggi. Ci si incontrava all'Accademia di Sanremo, non andò bene ma entrambi fummo messi sotto contratto da Alberto Salerno: lui poi è diventato la superstar, io mi sono fatto una gavetta terrificante - non che lui non l'abbia fatta - ed una strada più underground. Poi l'ho rincontrato alla finale del mio X Factor, lui aveva scritto Non ti scordar mai di me per Giusy Ferreri: mi fece i complimenti e mi disse che mi avrebbe tenuto d'occhio. Dai complimenti al lavorare insieme, pensavo, ne passa di acqua sotto i ponti. E invece è successo. Da tre anni lavoriamo insieme, lui è il mio editore, e sarò felice di essere al suo fianco finché lo vorrà. Mi piacerebbe diventare il suo autore di riferimento, come succedeva una volta".

Facciamo un passo indietro. Hai iniziato da giovanissimo, la prima grande esperienza è stata a vent'anni con Castrocaro.

"Mi tremavano le gambe. Non mi ero iscritto neppure io, ci aveva pensato un amico a mia insaputa. Già scrivevo tanto, avevo tipo seicento canzoni da parte: lui ne prese una e la mandò, addirittura in cassetta, a mio nome a Castrocaro. Poi mi chiamarono, neppure sapevo di essermi iscritto che ero già in semifinale: mi ritrovai sul palco di Rai 1. Fu il primo contatto con il mondo della musica e fu abbastanza shockante. Lì per lì non ci fu un seguito, tornai nella mia provincia. Poi, però, di cose ne sono successe".

Tipo?

"Tipo l'apertura dei concerti dei Nomadi. O la vittoria del Cornetto Free Music Festival, una manifestazione che all'epoca, nel 2005, mi permise l'accesso a Top of The Pops e mi diede tante altre soddisfazioni come suonare su un palco davanti a 200mila persone e prima dei The Black Eyed Peas. Ho cominciato a capire che la musica si poteva fare sul serio".

L'incontro con Alberto Salerno e Mara Maionchi è stato prolifico?

"Assolutamente sì. Grazie ad Alberto ho iniziato a vivere il backstage della musica: ho iniziato a frequentare i migliori studi di registrazione e tutti i migliori produttori del panorama musicale, compreso Michele Canova che è diventato un mio mentore e punto di riferimento. Quel periodo mi è servito tanto, mi ha formato dal punto di vista tecnico, anche se non sono usciti dei grandi risultati. Io continuavo a proporre pezzi ma erano troppo poco pop. Forse non ero ancora pronto".

Poi è arrivato Scritto sulla Pelle.

"E ho sentito per la prima volta un mio pezzo sui grandi network radiofonici. Subito dopo, è arrivata la partecipazione a X Factor. Ci sono arrivato con un singolo importante ma completamente abbandonato dalle etichette".

Era un rimettersi in gioco?

"Sì, sono andato da incosciente. Era la prima edizione, non sapevo che ci saremmo dovuti cimentare con delle cover. Avevo l'illusione di poter cantare brani miei. Quando Morgan si è alzato in piedi alla mia audizoni, è stata una soddisfazione enorme. Poi ho saputo di dover cantare canzoni di altri e volevo scappare. Invece andò bene: finale e terzo posto".

Te ne sei pentito?

"Sputare nel piatto dove si è mangiato, è da stupidi. Grazie a X Factor ho ottenuto popolarità nazionale e ho potuto lavorare con la musica. Adesso, vedendolo da telespettatore, non credo che quello sia il posto giusto per me".

Rifiutasti anche il contratto con la Sony.

"Non credevo fosse giusto accettare la proposta di fare un ep di cover. Questa scelta, alla lunga, credo mi abbia premiato. Se sono successe le cose che sono successe, è perché sono mai sceso a compromessi. C'ho messo il triplo degli anni, ma sono fiero del mio percorso. L'unico grazie lo devo dire a Tiziano".

Poi hai continuato a suonare con i TerraRossa, la tua band.

"Sono il mio punto di riferimento dal 2008, abbiamo pubblicato tre album insieme. Hanno uno studio alle porte di Siena, quella è la nostra isola felice dove nascono le canzoni. Ne abbiamo viste di ogni colori insieme. Tra un annetto torneremo a farci sentire con qualcosa di nuovo, l'avventura prosegue".

Mi racconti, invece, cosa hai combinato in America con lo pseudonimo CLARK KENT PHONE BOOTH?

"E' una delle cosi delle quali sono più orgoglioso. Avevo registrato in casa due dischi, uno elettronico ed uno acustico. Sono stati dati ad alcune radio, soprattutto web, americane e la follia è che alcune emittenti di New York hanno iniziato a trasmettere dei miei pezzi. Così ho ricevuto tante richieste per andare a suonare là. Era gennaio e si gelava: ho piazzato dieci date di fila fra Boston, New York e Manhattan. Non mi sembrava vero".

Alla fine, questa gavetta non è stata così "terrificante". Oppure sì?

"Ci sono stati parecchi bocconi amari. Se ci pensi, ho cominciato nel 1997. Ed il successo l'ho ottenuto soltanto due anni fa, dopo diciotto anni. X Factor, le date in America o il Cornetto sono stati momenti di notorietà. Però il successo vero è arrivato da quando collaboro con Tiziano. Devo tutto a lui".

Hai detto che è il tuo mestiere principale è quello di autore: hai intenzione di dare i tuoi brani anche ad altri?

"Dipenderà da Tiziano, ora è il mio editore. Insieme abbiamo scritto davvero parecchi brani, penso che ne sentirete delle belle. Ci sono dei progetti per il 2017, qualcosa di bello finirà nel disco di qualcun altro. Non pensavo fosse così appagante fare l'autore, chissenefrega se non sono io quello in copertina".

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