Simone Tomassini a Blogo: “Non mi interessa apparire, voglio solo fare musica”

Intervista a Simone Tomassini – Il nuovo album, la lontananza da radio e tv, gli esordi, Sanremo, Vasco Rossi e Music Farm.

Oggi è Felice, Simone Tomassini, cantante classe 1974 con un Sanremo ed un disco con Vasco Rossi alle spalle. “Tanta gente mi chiede: ‘Come fai ad essere così positivo?’. Non c’è un segreto. Ho trovato un equilibrio solo dopo le bastonate della vita. Io, di bastonate, ne ho ricevute parecchie. Nel 2008 ho perso mio padre e mio nonno nel giro di un mese. Ho deciso in quel momento di non andare più in televisione ma di accendere le luci della mia famiglia e stare vicino a loro. Un anno dopo, ho deciso di andare a New York da solo, non sapendo cosa mi aspettasse: ho iniziato a suonare in mezzo alla strada. Molti ragazzi, italiani, mi riconoscevano: ‘Ma tu non sei Simone?’. ‘Ero, ora sono Simone Tomassini’, rispondevo”.

Oggi sei Simone o Simone Tomassini?

“Oggi son Simone Tomassini. Artisticamente, per la gente, sono ancora Simone. Però dentro di me sono Simone Tomassini. Non vesto i panni dell’artista, però solo se conosci la persona puoi capire anche il mio percorso artistico”.

Qualche mese fa è uscito il nuovo album, Felice, appunto. Non ti sentivamo da cinque anni.

“Ci impiego un po’ a fare i dischi. Mi piace l’idea di lavorare tanto e fare scelte accurate. Ci sono varie sfaccettature nel nostro lavoro. C’è chi continua imperterrito a far dischi e la gente finisce per affezionarsi al cantante, meno ai brani. Io ragiono in maniera differente. Vorrei che le persone si affezionassero di più alle mie canzoni. L’artista dovrebbe dar più peso a quello che fa rispetto a quello che è. Preferisco non farmi più vedere in televisione ma emozionare con le canzoni che scrivo. In un momento in cui si dà troppa importanza all’apparenza, io vado controcorrente”.

Ragionamento a tratti corretto e condivisibile. Ma così cala l’attenzione nei confronti del cantante. Tanti si son chiesti che fine avessi fatto.

“Non me ne frega niente. Ho avuto la grande fortuna di nascere in un periodo storico diverso da quello attuale. E continuo a portare avanti quella concezione. Io vado avanti per la mia strada e non me ne frega niente di quel che pensa la gente. Non mi interessa se le radio non mi passano. Non mi interessa se le televisioni non mi cercano. E’ proprio una concezione di vita diversa da quella dei miei colleghi che scalpitano e non vedono l’ora di farsi vedere. La gente si chiede dove sono ma non sono andato da nessuna parte. Faccio i miei numeri, i miei concerti sono sempre pieni. Dove sono? Sono a fare il mio mestiere, senza essere il servo di nessuno. Ti vorrei pure dire dove mi vedo proiettato fra vent’anni”.

Dove ti vedi fra vent’anni?

“Vorrei avere la carriera di Fabio Concato, Eugenio Finardi, Angelo Branduardi. Son nomi pazzeschi, le loro canzoni fanno venire la palle d’oca. Eppure non compaiono quasi mai in televisione, non sono mai presenti nelle radio. Ecco dove sta il mio segreto. Vorrei far capire a chi crede che io sia morto che son più vivo di prima. Faccio la musica che mi piace”.

Torniamo all’album. Perché Felice?

“Perché viviamo in un momento particolare. Accendiamo la televisione e sentiamo solo brutte notizie. Io cerco e voglio positività. Il primo singolo di questo nuovo lavoro si intitola Solo cose belle. Il singolo estratto, Sapere che ci sei. Io sono felice, come il titolo del nuovo album, perché sono davvero sereno in questo periodo della mia vita. E poi Felice era mio nonno, Felice di nome e di fatto, non l’ho mai visto piangere. Una canzone del disco, 1928 (forse la canzone più bella che ho scritto negli ultimi anni), è dedicata proprio a lui”.

Facciamo un salto all’indietro. Com’era il Simone del 2004, quello del primo Festival di Sanremo?

“All’epoca ero molto spericolato. Quasi fuori di testa”.

“Quando sei ragazzo, non te ne frega un cazzo”.

“Esatto. Ero proprio così. Non me ne fregava niente. Il Festival di Sanremo, nel 2004, l’ho vissuto come se andassi a suonare al pianobar degli amici. Non cambiava il mio approccio. Poi ho capito che Sanremo era il mio punto di partenza. Molti artisti pensano che quel palco sia un punto di arrivo. Non è così. Nonostante avessi fatto quindici anni di gavetta, era davvero una partenza”.

Il grande trampolino di lancio è arrivato a 27 anni. Tardi.

“Per scelta. A 18 anni stavo per firmare un contratto con una casa discografica molto importante ma ho avuto il coraggio di dire di no. Mi sentivo piccolo, immaturo. Adolescente anche nei testi e nel modo di concepire la musica. Ho fatto la gavetta vera, quella nei locali dove mi dicevano di abbassare la musica perché rompevo le scatole. Poi a 26 anni ho avuto la fortuna di incrociare Rovelli, il manager storico di Vasco. Lì è nata la mia carriera”.

Il primo incontro con Vasco? Lo ricordi?

“Certo. Sono andato a trovarlo a Bologna nel suo studio. ‘Piacere, sono Simone’, gli avevo detto. ‘Lo so’. Capisci che per un fan ‘da transenna’ come me è stato troppo bello sentire quella risposta e poi lavorare a stretto contatto con lui. Vasco ha creduto in me, ha dato la parola inizio alla mia carriera. Insieme abbiamo anche scritto un brano, Giorni“.

Lo senti ancora?

“Sono una persona che ama non disturbare gli altri. L’ho sempre visto talmente grande che cerco di disturbarlo il meno possibile. Anche quando sono andato a vederlo negli stadi ho sempre cercato di passare inosservato. Devo solo constatare che la sua gente mi vuole ancora un gran bene, molti suoi fan rimpiangono le mie aperture”.

Com’è la musica oggi?

“I ragazzi che si affacciano alla musica fanno difficoltà, io cerco di consigliare loro di fare un altro mestiere. Già è dura per chi è in trincea dalla mattina alla sera – e parlo anche dei veri Big, non solo dei cantanti ‘medi’ come posso essere io. Il mio primo disco, Giorni, ha venduto 400mila copie. Oggi quelle cifre sono impensabili per chiunque”.

E dei Big cosa ne pensi?

“E’ sbagliato mitizzare delle persone che hanno fatto semplicemente delle canzoni. Nessuno di loro ha scoperto il vaccino dell’Aids. Nessuno ha scoperto come salvare i bambini dell’Africa. Alcuni si sentono dei divi? Poi dovranno fare i conti con la loro coscienza. Io no. La gente non capisce che i cantanti sono delle persone normali, anche Lucio Dalla – fra i più grandi – si metteva le dita nel naso”.

Oggi insegni canto.

“Sono più un consigliere che un insegnante. Ho una scuola in Svizzera con il mio compare fraterno, Paolo Meneguzzi. E’ una scuola di musica, arte, teatro. Io sono l’addetto agli autori, passo giorni a parlare di scrittura. Paolo si concentra sull’interpretazione. E poi a casa mia ho messo in piedi una piccola realtà, seguo una quindicina di ragazzi. Vengono settimanalmente a scrivere con me, cerco di far capire loro come tirare fuori la propria esistenza artistica. Ci sono ragazzi che scrivono cose devastanti, non è vero che i giovani sono senza valori. Ci fanno un culo così a tutti”.

Consigli loro di partecipare ai talent?

“(tentenna, ndr) Sì, ma preparati e consapevoli. Può iniziare e finire tutto nel giro di pochi giorni. E arrivarci, appunto, con una gavetta alle spalle, come ho fatto io prima di arrivare a Sanremo. Non fare la prima esibizione della vita davanti a Maria de Filippi”.

Tu hai fatto Music Farm.

“Ho fatto Music Farm quando ancora non c’era X Factor. E’ stata una bella esperienza, la rifarei subito. E’ una di quelle esperienze che mi hanno arricchito umanamente. E’ stato duro stare 70 giorni fuori, lontano dalla mia famiglia. Ma dai periodi peggiori nascono sempre le cose più belle. Ho scritto canzoni della madonna dopo Music Farm“.

Non ambisci a tornare in televisione. Sanremo è un capitolo chiuso?

“Mi piacerebbe rifarlo. E’ il Festival della Canzone italiana. Non ho proposto nulla nell’ultimo periodo, avevo bisogno di fare un percorso diverso. Ma, da oggi in poi, se avrò qualcosa di interessante e fresco mi piacerebbe tornarci”.

Quest’estate sei in tour.

“Sono in giro ma non tantissimo. Mi sono imposto di fare poche date ma buone. Una quindicina al massimo, voglio stare accanto alla mia famiglia e a mia figlia”.