Gianni Nocenzi a Blogo: “Miniature è stata una vera e propria esigenza emotiva. Un altro album in futuro? Lo voglio!”

Gianni Nocenzi ha da poco pubblicato un nuovo disco, Miniature. Leggi l’intervista su Blogo.it

E’ uscito da pochi giorni Miniature, l’ultimo progetto di Gianni Nocenzi, dopo vent’anni di silenzio. Lui, nel 1972, insieme fratello Vittorio, fonda il “Banco del Mutuo Soccorso”, band leader del Progressive Rock. E’ rimasto nel gruppo fino al 1985, dopo tredici album, centinaia di concerti. A quel punto della sua vita, Gianni decide di lasciare il Banco per seguire una sua personale ricerca musicale ed esplorare le tecnologie più avanzate. Il suo primo disco da solista “Empusa” esce nel 1998, si allontana dalla discografia e incide, per la gioia del suo pubblico, “Soft Songs” nel 1993. L’album vede la partecipazione di Sarah Jane Morris e di Andrea Parodi dei Tazenda per la parte cantata, e chiude con una lunga suite in cui si avvale della straordinaria collaborazione di Ryuichi Sakamoto. Negli anni successivi, Gianni Nocenzi si dedica allo studio e alla ricerca delle nuove tecnologie applicate al fare musica, che lo portano a girare il mondo collaborando con l’azienda nipponica Akai Professional.

Abbiamo sentito Gianni per parlare del suo ultimo progetto dopo una lunghissima assenza dalle scene, Miniature, descritto così dall’artista:

“Contrariamente alle mie abitudini, lo studio era pieno di amici e collaboratori creando un’atmosfera di happening affettuoso, solidale, per me di grande conforto. Allora ho pensato di restituire a livello audio la situazione registrando ad alta risoluzione (24 bit, 96 kHz) e disponendo l’array microfonico (un sistema 5.1) proprio sopra la mia testa in modo che l’ascoltatore potesse condividere in seguito la mia stessa prospettiva audio mentre stavo suonando. In pratica chi ascolterà il disco (soprattutto in cuffia) è come se fosse seduto con me sulla panca del pianoforte percependo nei dettagli le risonanze, i piccoli rumori della meccanica, dei pedali, degli smorzi, tutto quanto di miracoloso dal punto di vista di ingegneria meccanica crea il magnifico suono di un Gran Coda…. inclusi i miei errori di esecuzione che ho volutamente lasciato”.

Abbiamo intervistato Gianni a pochi giorni dall’evento svoltosi al Mondadori Megastore, a Milano, Piazza Duomo. E’ stato un evento unico dove il pubblico ha modo di incontrare l’artista e di assistere ad un live unico. E proprio da lì, Nocenzi si racconta ed esprime, immediatamente, l’amore assoluto e totale per la musica. Ringrazia la disponibilità delle persone che hanno collaborato con lui, per lui, dimostrando quanto un artista senta di dover essere riconoscente nel vedere il suo amore, la sua passione -la musica, appunto- ben curata, rispettata e considerata. Nelle parole di Nocenzi traspare questo, il genuino e onesto approccio verso un’arte che è, da sempre, sua compagna di vita.

Gianni, come stati. Pochi giorni fa c’è stato l’evento a Milano, al Mondadori Megastore. Com’è andata?

Voglio trovare le parole migliori per esprimere pubblicamente il mio apprezzamento per come questi ragazzi di Mondadori hanno avuto un grandissimo rispetto. Hanno trasformato il terzo piano della libreria, nella sala eventi, in un piccolo Auditorium per 80/90 persone, hanno fatto portare un pianoforte con la finestra che affacciava sul Duomo. Una cosa che mi ha scaldato il cuore, ho dato tutto quello che potevo dare, sono stanchissimo, è stata una cosa molto emozionante. E’ parecchio che non tornavo a Milano, è vent’anni che sono sparito, sono venute persone per me importanti, a vedermi. Credo sia stato molto bello così, non sono più abituato alle esibizioni in pubblico ma ho sentito l’energia, sentivo tutti molto entusiasti.

Come è stato tornare dopo così tanto tempo? E’ stato un progetto improvviso, non era qualcosa di programmato…

Sto cercando un approccio a questa intervista in cui non posso fare altro che dire tutta la verità e nient’altro che la verità. Io non avevo nessuna idea di fare un nuovo disco, poi negli ultimi tre anni sono successe una serie di vere e proprie catastrofi che mi hanno annichilito: la scomparsa di Francesco, la malattia di Vittorio… Luigi Mantovani, un carissimo amico e una persona molta intelligente, mi aveva convinto a fare i miei primi due dischi, nonostante non volessi avere più nulla a che fare con la discografia. Mi dice “Cerchiamo di uscire da questo periodo di negatività”, cerchiamo di fare una sorta di esorcismo laico. L’unico rito di cui posso essere a conoscenza è quello di aprire il pianoforte. Non è l’idea di tornare con un nuovo disco, un ritorno discografico o una serie di concerti. Vediamo quello che succede ma era una vera e propria esigenza emotiva, provare a creare un corto circuito in questa serie di batoste.

Ti è servito? Ti ha portato ad avere una reazione, accettazione o rinascita? Come l’hai vissuto?

Non potevo fare altrimenti, senza pensarci, quando stai con le spalle al muro non sai più scegliere. Mi sono lanciato avanti di corsa. Luigi mi ha fato trovare il pianoforte, uno studio bellissimo, due giorni, due session di 1 ora e mezza. Senza pensarci, poi ci ho pensato un paio di mesi. A febbraio, mi sono detto che era anche mio dovere far conoscere queste cose a chi vorrà. Tutto non nell’ottica del ritorno discografico di Gianni Nocenzi. Magari qualcosa come ho fatto a Milano, questa volta a Roma, poi qualche evento. Anche perché non sono mai riuscito a fare il musicista per mestiere, con le tattiche tipo “Usciamo per Natale” eccetera. Sono state cose che mi sono risultate sempre strette.

Si sente -come si conosceva già- che la passione per la musica è tutto, per te. Non voler tornare a decidere il periodo adatto o collaborazioni e pubblicare un disco che è voglia di comunicare e condividere è il senso vero della musica, no?

Per me è molto importante. E aggiungo anche una cosa che per me è sempre stata fondamentale negli ultimi trent’anni, quaranta partendo dal Banco: per me la musica è talmente importante che ne attribuisco oltre a un valore egoistico -terapia, strumento di crescita e di evoluzione- una grande importanza a livello sociale. Vedere come la musica sia diventato ormai solo entertainment, è una cosa che mi amareggia tantissimo. Questo è quello che mi ha portato a cancellare un po’ le mie tracce in Italia. Credo sia proprio un tessuto connettivo di una società che si può riconoscere con esperienze tramite la musica. Mi viene in mente, nei miei viaggi, ad esempio a Cuba, le case dei musicisti hanno la porta aperta. Nessuno avrebbe ma in mente, nemmeno in momenti di miseria, di andare a rubare a casa di un musicista. Per loro la musica è proprio un’esigenza sociale. E’ un presupposto della comunità, della convivenza sociale. Da noi, purtroppo, è diventata senza rispetto per le arti in generale, per la musica. In Giappone sembra un altro pianeta. Per rispetto intendo anche luoghi dove si possa suonare, non dove è rimbombante, il Palasport, ad esempio, è un ossimoro rispetto all’audio, no?

Più spettacolo rispetto a quello che dovrebbe essere la vera essenza della musica.

Certo, certo. Ci sta che tocchi una proposta più ampia e globale con scenografie, luci, però il presupposto è che la musica la devi sentire bene, che l’audio sia giusto e che tu non debba stare seduto su un campo di calcio. Serve un minimo sindacabile del rispetto della musica.

E proprio rispetto si trova pienamente nel tuo disco dove la persona che ascolta è come se fosse seduto con te sulla panca del pianoforte percependo nei dettagli le risonanze, i piccoli rumori della meccanica, dei pedali, degli smorzi. E ha volutamente lasciato anche i suoi “errori di esecuzione”. E’ come se fosse un modo per rendere ancora più genuino, vivo l’emozione di ascoltarla?

Ho registrato il disco in presa diretta, avevo 39 di febbre in quei giorni, c’era un virus che mi aveva distrutto. Un po’ l’emozione di tornare in studio, i preparativi… Mi sono lanciato in avanti perché ero con le spalle al muro, mi sono portato dietro tutti gli studi di ricerca dell’audio, ho voluto registrare con un sistema 5.1 e ho messo il microfono proprio sopra la mia testa, come se l’ascoltatore fosse seduto sulla panca del pianoforte, lo stesso panorama audio.

Questo quando avevi 39 di febbre? Io non riuscivo ad alzarmi dal letto a bere e tu hai fatto un album.

Era terribile quel virus, il giorno prima stavi bene, poi la febbre, 38, 38,5. L’ho fatto così, ad occhi chiusi e via, mi sono lanciato. Poi quando l’ho sentito, ho corretto solo una battuta, un paio di battute. Quando ho cominciato a riascoltarlo piano piano, ho detto “Sì, va bene, è venuto così” e ho deciso di lasciare tutti i peccati veniali di performance.

Hai fatto bene, lo rende più sincero, no?

Sì, questo è così, spero che, al di là dell’ammirare a performance, spero sia riuscito a toccare delle corde importanti. Spero ci sia gente che possa risuonarlo, sono consapevole che non sia un disco facile, di moda, però, sono abituato ad andare controcorrente anche se non sono un salmone! (sorride)

L’affetto da parte del pubblico, c’è, non Ti chiedo progetti o programmi imminenti, ma se ci fosse l’ispirazione giusta, potrebbe esserci qualcos’altro. Un tuo nuovo disco lo esclusi?

No no assolutamente, anzi lo voglio pure, mi piacerebbe fare una cosa con Vittorio. A volte vengo frainteso come presuntuoso, orso, ma non è così, amo talmente la musica, la gente ma ho bisogno di avere il minimo sindacabile per il rispetto della musica e del pubblico, non per me, eh. Non ti sto parlando di camerini, aria condizionata e simili ma strumenti accordati e posti dove la musica si sente bene. In altri Paesi sono le condizioni base, un rispetto per la musica incredibile.