Laura Pausini: “I miei discografici volevano che diventassi la nuova Cher, ma io non potevo e non volevo”

“Wonder Laura” Pausini si racconta a Vanity Fair: dagli esordi al successo all’estero.

Laura Pausini non sa trattenersi, “a volte è impossibile”, “a volte, mi va il sangue alla testa”. La cantante venuta da Solarolo tende a “essere sincera, mi aspetto lo stesso dagli altri e, se vengo tradita o mi sento delusa, chiudo per sempre”. Ha carattere: “Iniziare a cantare nei piano bar a 12 anni mi diede una disciplina e mi fece capire che dovevo organizzarmi. Il resto l’hanno fatto i miei”, racconta a Macolm Pagani sulle pagine di Vanity Fair (in edicola da mercoledì 22 giugno).

Tutto è iniziato, appunto, con i piano bar in Emilia: “Mentre mio padre preparava le serate di piano bar, io correggevo i compiti di matematica con il cuoco”. I suoi cavalli di battaglia erano Romagna Mia (“I miei compagni si mettevano in fila per prendermi per il culo”), il “cavallissimo di battaglia” Non voglio mica la luca, quindi Anna Oxa e “la mia preferita” Ornella Vanoni.

Una sera al Caffè Italia di Cervia arriva Tino Silvestri e “dopo l’esibizione, si era avvicinato per dirmi: ‘Credo tu non debba fare la cantante’. Pensai: ma cosa vuole questo, io canto quanto mi pare […] Il mio primo contratto con la Warner lo firmai con Tino Silvestri […] Quando ritrovammo davanti al presidente della Warner, non mi trattenni: ‘Sa chi è lui? E’ quello che mi disse che non andrei mai dovuto cantare”.

Lei, che sognava di “restare dov’ero nata, vicino a Faenza”, sbarca al Festival di Sanremo con La Solitudine. Era giovanissima e suo padre, il suo ‘mentore’, non c’era: “Aveva trovato un buon ingaggio, suonava a una festa privata. A un certo punto il proprietario fermò la musica e chiese un momento di attenzione. E il babbo mi vide nello schermo a cantare La solitudine. Alla fine di quella festa, mi raggiunse in Liguria”. Vinse la categoria Nuove Proposte, ma non il Festival: “Pensavo: ma che mi frega? Tanto ho chiesto l’autografo a tutti”.

Quindi il secondo Sanremo con Strani amori: “Forse il mio singolo più venduto. Lottai per cantarla, perché il brano non convinceva nessuno. Arrivai terza e, da quelli che avrebbero dovuto proteggermi e sostenermi, mi sentii dire: ‘Se avessi portato un altro pezzo forse avresti vinto’ […] Da lì a poco da quel manager mi separai. Mi aveva scoperto e gli devo tanto. Ma dopo aver passato un anno a sentirmi dire che ero brutta e grassa, mi arrabbiai. Come ti permetti? Ero una ragazzina di diciotto anni. Non ce la facevo più […] Gli dissi: ‘Non ti voglio più vedere’. Quando telefonai a mio padre per dirglielo, la reazione fu dura. Io tenni il punto: ‘Se devo stare con gente così preferisco fare tutta la vita il piano bar“.

Quindi arriva l’estero. Treviri, la città di Marx in Germania: “C’era una festa della birra, dormimmo in albergo per una settimana. Soffrii ogni singolo giorno che passammo lì […] Quando vinsi a Sanremo, andai dal mio babbo molto preoccupata: ‘Adesso che succede? Mica mi toccherà andare a dormire negli hotel?’. Di 365, 300 li spendo passando da un posto all’altro”.

Poi gli Stati Uniti per Surrender, “consapevole di dover dedicare almeno un anno al lancio del disco americano”: “Non mi aspettavo che i miei discografici senza consultarsi con me remixassero in chiave dance i miei pezzi per lanciarli in classifica. Ero stata ovunque, anche nelle radio più sperdute del Wyoming, a presentarmi al pubblico per com’ero, e quelli mi snaturavano per mostrarmi come volevano loro. Lo fecero una prima volta e protestai. Alla seconda chiamai l’aeroporto, presi il primo volo e me ne tornai a casa. I discografici un po’ si incazzarono. Volevano che diventassi la nuova Cher, ma io la nuova Chee non potevo e non volevo essere”.

E qui torna il “non sa trattenersi”: “A volte, mi va il sangue alla testa. Mi è successo anche in concerto. In prima fila c’era un puttanone che si dimenava e si mangiava con gli occhi il mio Paolo. Mi son fermata e le ho detto: ‘Bella, ma pensi che non me ne accorga?'”. Senza dimenticare il recente dito medio di San Siro.

L’intervista completa, lunghissima, è in edicola.

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