Frank Ocean “Channel Orange”: la recensione e lo streaming

La recensione e lo streaming di “Channel Orange”: l’incredibile album di debutto di Frank Ocean.


Come si fa a realizzare un album d’esordio come questo (il precedente “Nostalgia, Ultra” era un mixtape ed è comunque stato pubblicato lo scorso anno) a soli 25 anni? Il talento conta, ma un disco come “Channel Orange” di Frank Ocean tradisce un’abilità e una padronanza che non si improvvisano, nonostante le eccellenti doti artistiche.

La spiegazione c’è e va ricercata nel – recente – passato. Christopher Breaux (nome poi cambiato legalmente su un sito web in Christopher Francis Ocean – per tutti, Frank Ocean), nasce a New Orleans nel 1987. Diciotto anni dopo, l’uragano Katrina colpisce la sua città. È il 2005 e Frank si trasferisce a Los Angeles per cercare la sua strada come musicista: inizia, subito.

Incontra e lavora con il duo di produttori The MIDI Mafia. Entra a far parte del collettivo hip hop OFWGKTA. Grazie all’aiuto di Tricky Stewart, firma un contratto con la Def Jam Recordings. Lavora, Frank. Tanto e con alcuni dei più grandi produttori hip hop in circolazione (Nas, Pharrell Williams), ma scrive anche per nomi che difficilmente immagineremmo come Justin Bieber, John Legend, Brandy e Beyoncé.

Il risultato è il ‘segreto’ di tanta padronanza. Perché – diciamolo subito – “Channel Orange” è un disco incredibile da qualunque punto lo si ‘osservi’. La vocalità di Ocean è sorprendente (avete visto di cosa è stato capace ai VMA di Mtv?), la scrittura dei brani è ai livelli del miglior Prince (con un’onestà che toglie il fiato in più di un’occasione – “Bad religion”, su tutte), la produzione è così calibrata nelle singole canzoni (pochissime tracce audio, strumenti suonati live e campionamenti di suoni quotidiani) da restarne sopraffatti.

Il vero ‘miracolo’, il ‘segreto’ di Frank Ocean però, non sta in questo. Certo il disco è prodotto benissimo, ma la lista dei collaboratori è notevole (e – non è un caso – include anche Pharrell Williams). Certo, Frank Ocean scrive grandi pezzi, ma non firma tutto da solo. Il talento di Frank Ocean invece è l’estrema naturalezza con cui comunica. Con cui unisce jazz, RnB e hip hop (la magnifica “Super Rich Kids”), soul (“Crack Rock”), momenti più ‘sperimentali’ (i quasi dieci minuti di “Pyramids”) e restituisce tutto in un disco pop(ular). Popolare, nel senso migliore del termine. Un disco di black music scura con una copertina eccessiva e arancione, un disco finito immediatamente in rete (pochissime copie fisiche, un delirio di download su iTunes) con i singoli diffusi su Tumblr e Soundcloud. Un disco per nulla ‘facile’, ma irresistibile (anche grazie a singoli come “Thinkin Bout You” o “Sweet Life”). Un disco che dimostra ancora una volta come, unendo il lavoro accurato in studio a un talento lasciato libero di trovare la sua strada, si ottengono album che sono poco meno di un capolavoro. Noi ce lo ascoltiamo in streaming e intanto scommettiamo sul prossimo.

(8/10)

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