Soundsblog chiacchiera con Enrico Silvestrin (Parte 2)

Pubblichiamo oggi la seconda e ultima parte della chiacchierata con Enrico Silvestrin. Per chi non avesse letto ancora la prima parte pubblicata ieri, ecco il link. Ecco ora il contributo conclusivo. Ringraziamo Enrico per la disponibilità e per gli innumerevoli spunti di riflessione proposti. Il punto è che la cosiddetta divulgazione, volontaria o meno, avendolo

di aleali

Pubblichiamo oggi la seconda e ultima parte della chiacchierata con Enrico Silvestrin. Per chi non avesse letto ancora la prima parte pubblicata ieri, ecco il link. Ecco ora il contributo conclusivo. Ringraziamo Enrico per la disponibilità e per gli innumerevoli spunti di riflessione proposti.

Il punto è che la cosiddetta divulgazione, volontaria o meno, avendolo fatto per esuberanza emotiva (scopri qualcosa e vorresti condividerlo, fino a qualche anno fa il mio carattere era questo, condivisione sempre, in ogni campo culturale), è stata la base del mio mestiere per 12 anni, e in questo lungo periodo molte cose mi sono diventate sempre più chiare, e proprio da qui è nato il mio impulso verso la “privatizzazione” della musica.

Il punto primario è l’assenza di un pubblico, di una scena, di una mentalità aperta che vada oltre a quella tendenza italica di osannare e distruggere, propria dell’onanismo culturale da cameretta, pc e forum. Tutto questo non creerà mai una scena, un pubblico un seguito reale. Lo spaccato dei club è questo, tale lo è quello dei mini-centri di aggregazione e/o condivisione a base musicale.

Facendo il dj mi sento di condividere quello che succede nel rapporto consolle-dance floor: quasi tutti lavorano come se fossero dei juke-box di hits, raramente come propositori di cose nuove. Si risponde alle esigenze della pista, del pubblico che balla solo le cose che conoscono, le stesse da 20 anni. Non si osa mai, non si propone mai. Io faccio i miei set all’Alien e mi forzo ad adottare una linea mia, rischiosa, ma efficace: un pezzo conosciuto ed uno o due consecutivi sconosciuti, senza dare il tempo alla gente di svuotare la pista.

Ma sono uno dei pochi, altrimenti è sempre la stessa banale sequenza di successi del medioevo. Questo è solo un esempio di quanto poco il pubblico italiano sia recettivo. Ero a Londra in settimana e sono andato a sentire la serata Durrr, ex Trash, patrocinata da Erol Alkan e Rory Philips, e i 4 dj che si sono alternati, al di là dei gusti personali, proponevano musica per lo più sconosciuta, ma che caratterizzava il sound individuale di ciascuno di loro, che erano l’uno diverso dall’altro.

La gente, il pubblico non mi sembrava nè affranta per questo nè in attesa di Blue Monday’s o Beautiful People’s di turno. Ascoltavano, ballavano, seguivano il percorso musicale proposto dai dj. Da noi tutto questo, senza un cambio di mentalità non accadrebbe mai. Qui regnano invidia, voglia di distruggere chi si è osannato fino a 5 minuti prima, ecc…nella musica come nello sport (vedi Vale Rossi), o in qualsiasi altro campo.

Qui manca il pubblico. Quindi a un certo punto mi sono chiesto: ma per chi sto parlando, a chi propongo, chi sta ascoltando? Nell’assenza di risposte, ho preferito ascoltare per me, per il mio unico piacere personale, non rinunciando alla proposizione ma facendolo in chiave velata e solo per chi viene “da me”, con la playlist sullo space o con l’elettronica che suono nei miei set, o il rock che metto all’Alien a Roma i Venerdì sera.

Mi soddisfa così, lo preferisco così, mi basta così.

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