Lou Reed, il ricordo di Laurie Anderson

La traduzione italiana dello splendido ricordo del marito rocker scomparso due settimane da, raccontato dall’artista in persona su Rolling Stone Usa.

La morte di Lou Reed, avvenuta due settimane fa, è ancora argomento di conversazione sui media mondiali: sia per il vuoto lasciato nel mondo della musica dalla sua scomparsa, sia per la delicata compostezza della moglie Laurie Anderson, artista e polistrumentista di straordinaria raffinatezza, che ha affidato ad una toccante lettera dedicata ai vicini il riassunto degli ultimi giorni di vita del marito.

Laurie Anderson ha voluto comunque continuare ad omaggiare e ricordare Lou Reed attraverso un dettagliato racconto del loro incontro e di come le loro vite si siano incrociate negli ultimi vent’anni, complice in concerto a Monaco, in Germania, che li ha fatti conoscere e innamorare. L’articolo è stato pubblicato come editoriale su Rolling Stone Usa nel numero speciale dedicato a Lou Reed: noi di Soundsblog vi mettiamo la traduzione integrale del pezzo, da leggere assolutamente per la sua cristallina ed emozionante semplicità: prendetevi qualche minuto, ne vale davvero la pena.

Ho incontrato Lou a Monaco, non a New York. Era il 1992 e suonavamo entrambi al festival Kristallnacht di John Zorn, che commemorava la notte dei cristalli del 1938, quando iniziò l’Olocausto. Mi ricordo che guardavo le espressioni tremolanti sulle facce degli ufficiali di dogana mentre i musicisti di Zorn passavano i controlli indossando magliette rosse con su scritto “Rhythm & Jews”.

John voleva che ci incontrassimo e suonassimo tutti insieme, al contrario del solito “buttali-sl-palco-singolarmente-e-via” dei concerti dei festival. Per questo Lou mi chiese di leggere qualcosa con la sua band. Lo feci, e fu fortissimo e intenso, davvero divertente. Dopo lo show Lou mi disse “L’hai fatto proprio come lo faccio io!”. Perché avesse avuto bisogno di me per una cosa che avrrebbe potuto facilmente fare lui non era chiaro, ma in definitiva era un vero complimento.

Mi piacque subito, ma mi sorpresi perché non aveva un accento inglese. Per qualche motivo credevo che i Velvet Underground fossero inglesi e avevo una vaghissima idea di ciò che facevano. (lo so, lo so). Provenivo da un mondo diverso. E tutti i mondi di New York, all’epoca -la moda, l’arte, la letteratura, il rock, la finanza- erano provinciali, in qualche maniera sdegnosi l’uno dell’altro. Non erano ancora legati tra loro.

Venne fuori che io e Lou non vivevamo lontani l’uno dall’altra a New York, e dopo il festival Lou suggerì di vederci. Penso che gli piacque quandoo risposi “Certo, sì! Sono in tour, ma quando torno -vediamo, tra quattro mesi circa- possiamo davvero uscire insieme”.  E’ durata per un po’, e finalmente mi chiese se volevo andare alla Convention della Audio Engineering Society. Gli risposi che ci sarei andata comunque e che lo avrei incontrato alla zona Microfoni. La convention dell’AES è la più grande e fornita fiera dove cercare nuovi materiali tecnici e abbiamo passato un pomeriggio allegrissimo a guardare amplificatori e cavi e a parlare di roba elettronica. Non pensavo che fosse un appuntamento, ma quando siamo andati a prenderci un caffè, dopo tutto il giro, mi chiese “Vorresti andare al cinema?” Certo. “E poi a cena?” OK “E poi facciamo una passeggiata?” Ehm.. Da allora non ci siamo più separati.

Io e Lou suonavano insieme, siamo diventati migliori amici e poi anime gemelle, abbiamo viaggiato, ascoltato e criticato i rispettivi lavori, studiato cose insieme (caccia alle farfalle, meditazione, kayak). Ci siamo inventati battute stupide; abbiamo smesso di fumare 20 volte; litigato; imparato a trattenere il respiro sott’acqua; siamo stati in Africa; abbiamo cantato l’opera negli ascensori; avuto amici con persone improbabili; ci siamo seguiti in tour quando potevamo; ci siamo presi un cane che suonava il piano; abbia condiviso una casa che era diversa dai nostri luoghi abituali; ci siamo protetti e amati. Guardavamo sempre molti concerti di musica e arte, e vedevo come amasse e apprezzasse altri artisti e musicisti. Era sempre così generoso, sapeva quanto fosse difficile farcela. Amavamo la nostra vita nel West Village e i nostri amici; alla fine, facevamo del nostro meglio.

Come molte coppie, entrambi avevamo costruito un modo di essere -strategie e spesso compromessi che ci permettevano di essere parte di un duo. Qualche volta abbiamo perso un po’ di più di ciò avremmo voluto donare, o abbiamo rinunciato a troppo, o ci siamo sentiti abbandonati. A volte ci siamo proprio arrabbiati. Ma anche quando ero incavolata, non mi sono mai annoiata. Abbiamo imparato a perdonarci a vicenda. In qualche modo, per 21 anni, abbiamo incastrato le nostre menti e i nostri cuori.

E’ stato nella primavera del 2008, mentre camminavo per strada in California sentendomi a pezzi e parlando al cellulare con Lou, che gli ho detto “Ci sono tante cose che non ho fatto e che vorrei fare”
“Tipo?”
“Chessò, non ho mai studiato tedesco, mai studiato fisica, non mi sono mai sposata..”
“Perché non ci sposiamo?” mi ha chiesto. “Ci vediamo a metà strada. Vengo in Colorado. Che ne dici di domani?”
“Ehm.. non pensi che domani sia un po’ troppo presto?”
“Non, non credo”.

E così il giorno dopo ci siamo visti a Boulder, in Colorado, e ci siamo sposati nel giardino sul retro di casa di un amico, di sabato, coi vecchi vestiti del sabato, e anche se dovevo suonare dopo la cerimonia, Lou non ha avuto niente da ridire. (Essere sposati tra musicisti è come essere sposati tra avvocati: quando dici “Uff, devo lavorare in studio fino alle 3 di notte” o devi cancellare tutti i piani previsti pur di finire il caso – sai cosa vuol dire e non stai a fare troppe storie).

Penso che ci siano molti modi di sposarsi. Alcuni sposano persone che conoscono poco – che può funzionare. Quando sposi il tuo migliore amico da anni, dovrebbe esserci un altro nome per definirlo, ma quello che mi ha sorpreso del matrimonio è stato come abbia cambiato il tempo e come abbia aggiunto della tenerezza che, per certi versi, era completamente nuova. Per parafrasare Willie Nelson: “il novanta per cento delle persone nel mondo finisce con la persona sbagliata. E’ questo che fa girare il disco”. Il disco di Lou girava per amore e anche altre cose – bellezza, dolore, storia, coraggio, mistero.

Lou è stato malato nell’ultimo paio di anni, prima a causa dei trattamenti con l’interferone, una ripugnante ma efficace serie di iniezioni che curano l’epatite C e si portano dietro un sacco di pessimi effetti collaterali. Poi si è sviluppato il cancro al fegato, assieme al diabete galoppante. Siamo stati bene in ospedale, ha imparato tutto su malattie e cure. Ha continuato a fare tai chi ogni giorno per due ore, in più foto, libri, registrazioni, lo show in radio con Hal Willner e altri progetti. Amava i suoi amici, li chiamava e gli scriveva messaggi e email quando non poteva essere con loro. Cercavamo di capire e applicare le cose che ci diceva il nostro maestro Mingyur Rinpoche, soprattutto le più difficili come “Devi cercare di dominare l’abilità di essere triste senza davvero essere triste”.

La scorsa primavera, all’ultimo minuto, si è sottoposto ad un trapianto di fegato che sembrava essere andato perfettamente, e infatti ha riacquistato quasi immediatamente la salute e l’energia. Poi ha cominciato a cedere nuovamente e non c’è stato nulla da fare. Quando il dottore ha detto “E’ così, non ci sono altre opzioni”, Lou ha sentito solo “opzioni” -e non ha riunificato a lottare fino all’ultima mezz’ora di vita, quando lo ha accettato l’inevitabile. Eravamo a casa -lo avevo riportato dall’ospedale qualche giorno prima- e anche se era molto debole, ha insistito per uscire nella luce splendente della mattina.

Facendo meditazione, eravamo preparati a questo – come muovere l’energia dalla pancia verso il cuore e il cervello. Non ho mai visto un’espressione così piena di meraviglia come quella di Lou quando è morto. Le sue mani stavano eseguendo la posizione 21 del tai.chi, l’acqua che scorre. Gli occhi erano spalancati. Stavo stringendo tra le mie braccia la persona che amavo di più al mondo e parlavo con lui mentre moriva. Il suo cuore si è fermato, lui non aveva paura. Avevo avuto l’occasione di accompagnarlo verso la fine del mondo. La vita -così meravigliosa, dolorosa e luminosa- non può essere meglio di questo. E la morte? Credo che lo scopo della morte sia la liberazione dell’amore.

In quel momento, ho provato la felicità più grande e sono così orgogliosa del modo in cui ha vissuto ed è morto, la sua grazia e il suo potere incredibile.
Sono sicura che verrà a trovarmi nei miei sogni e sembrerà ancora vivo. E sarò lì da sola, stupita e grata. Quanto è strano, eccitante e miracoloso che possiamo cambiare le vite degli altri così tanto, amarci tanto attraverso le nostre parole, la musica e le nostre vite.

Via | Rolling Stone Usa

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