Le dieci canzoni più tristi di sempre secondo Rolling Stone

I lettori del magazine americano votano le dieci canzoni che esaltano e accarezzano la tristezza: siete d’accordo?

Il magazine americano in queste cose ci sguazza, ma pure noi di Soundsblog, nel nostro piccolo, amiamo le liste disparate come le tredici canzoni per Venerdì 13 o gli undici brani per l’11 Settembre, dalle quali vengono fuori sempre delle perle notevoli di ascolto e chicche particolari nei gusti di chi redige le classifiche.

In tempi non sospetti, seguendo un hashtag su Twitter, vi avevamo anche rivelato le cinque canzoni che facevano piangere noi della redazione, con una selezione talmente variegata di brani da poter comporre una compilation schizofrenica: riprendiamo il concetto di allora e anche la classifica stilata dal magazine americano Rolling Stone per svelarvi quali sono state votate le dieci canzoni più tristi di sempre, scelte tramite un sondaggio tra i lettori del giornale.

Vi mettiamo i brani con un piccolo racconto e il video: tirate fuori i fazzoletti…

10. Hank Williams – I’m So Lonesome I Could Cry (1949)

Scritta dopo il fallimento del matrimonio con la moglie Audrey Sheppard, rappresenta l’essenza stessa del dolore per la fine di un amore, un capolavoro di tristezza assoluta. Negli anni anche Johnny Cash e Elvis Presley ne fecero cover, riportandola ogni volta al successo.

9. Alice In Chains – Nutshell (1994)

Una ballad inusuale per la band grunge, che acquistò un significato tragico e profondo dopo la morte del leader Layne Staley; non fu mai promossa come singolo, ma è a tutt’oggi uno dei loro brani più conosciuti: la versione qui sotto è quella contenuta nell’Unplugged del 1996.

8. John Prine – Sam Stone (1971)

La storia di un veterano di guerra eroinomane è decisamente una botta emotiva non da poco: poco conosciuto da noi, John Prine è considerato un importante precursore di molta scrittura americana dopo gli anni Settanta, soprattutto nell’ambito del folk di matrice country.

7. Pearl Jam – Black (1991)

La storia di un amore finito e tristissimo strappa il cuore ogni santa volta ormai da più di vent’anni. Esordio delle parole di Eddie Vedder in un brano dei Pearl Jam, allora ancora Mookie Blaylock, nei concerti non manca quasi mai ed è costume tra i fan urlare al cielo la frase finale: “so che un giorno avrai una vita bellissima/e sarai una stella nel cielo di qualcuno|ma perché non può essere il mio?”. Lacrime assicurate.

6. George Jones – He Stopped Loving Her Today (1980)

Tristissimo, cantato da quella che è stata definita la migliore voce della musica country americana di sempre: racconta la storia di un amore impossibile che porta alla morte. George Jones è scomparso quest’anno ad Aprile e questa è stata cantata al suo funerale.

5. Nirvana – Something In The Way (1991)

E poteva mancare Kurt Cobain? Eh no! Il racconto del periodo passato dal cantante dei Nirvana sotto i ponti di Aberdeen chiude il loro disco più famoso, Nevermind, con una voce cruda e tristissima, registrata in presa diretta e totalmente da solo prima dell’aggiunta dell’arrangiamento. Le frattaglie tremeranno all’ascolto della versione del celeberrimo Unplugged.

4. Harry Chapin – Cat’s In The Cradle (1974)

Una storia famigliare di relazione impossibile tra un padre e un figlio nel corso degli anni, ispirata dall’infanzia della moglie di Harry Chapin e resa ancora più triste dalla successiva realtà dei fatti: il cantautore americano morì in un incidente stradale senza riuscire a veder crescere il proprio figlio. Palate di tristezza in ogni dove.

3. R.E.M. – Everybody Hurts (1993)

Non c’è bisogno di spiegazioni. Lasciate giù i fazzoletti e riempite una bacinella di pianto.

2. Nine Inch Nails – Hurt (1994)

Lo strepitoso pezzo sulla storia di droga e solitudine di Trent Reznor ha raggiunto la fama successiva grazie alla cover per voce e chitarra di Johnny Cash, ma resta uno dei brani più dolorosi da ascoltare in qualunque versione (tranne quelle pop. Siamo integralisti, qui).

1. Eric Clapton – Tears in Heaven (1994)

La canzone dedicata al figlio Conor, morto dopo un volo dal 53esimo piano di un grattacielo di New York nel 1991, fu scritta come tributo e suonata dal vivo nell’immortale performance dell’Unplugged, a breve rieditato. Clapton la canta con un filo di voce e un dolore infinito.

Foto | Flickr

Via | Rolling Stone