Cosa rende oggi la musica indie tale?

pipettesOrmai è sempre più diffuso il vizio di definire tutta la musica indie. Perché indie è sinonimo di ricercata qualità , libertà stilistica, pochi soldi e tanta passione per quello che potrebbe diventare un lavoro, ma anche no. Eppure, secondo un bell'articolo del Guardian, si sentono un po' tutti (fin troppo) indie, anche quegli artisti che oltre ad essere più commerciali del dovuto sono prodotti pure dalle major multinazionali, come i Babyshambles (sotto la EMI). Quali sono i confini dell'indie? Cos'è indie e cosa non lo è? Lo sono le band come i Primal Scream e i Teenage Fanclub che sono partiti da case discografiche indipendenti e sono poi entrate sotto la Sony?

Louis Barfe, autore del libro "Where have all the good times gone?", un saggio molto interessante sul percorso storico dell'industria discografica, rintraccia la nascita della prima etichetta discografica indipendente tra il 1914 e il 1916, tutte comprate dalle major Victor, Columbia ed Edison-Bell o distrutte durante il periodo della Grande Depressione alla fine degli anni '20. Ciò che è rimasto delle etichette indipendenti è rimasto legato alla produzione di generi come il blues, jazz e tutti i generi legati ad artisti di colore. E' poi l'Inghilterra il paese che attraverso le etichette Folkways, Oriole e Melodisc che ha introdotto tra gli anni 40 e gli anni 50 la musica jamaicana pre-ska e la world music, più tutto il punk indipendente prodotto dalla fine degli anni '70. L'indie, nell'accezione più moderna del termine, è quella negli anni '80, il periodo del rock alternativo e del movimento C-68, nome di una celebre cassetta venduta in allegato con il magazine britannico NME. Negli anni '90 il significato di indie allarga il suo raggio d'azione e raccoglie tutto ciò che è alternativo rispetto alla musica in mainstream.

L'allargamento del significato fondante dell'indie, nonostante sia un genere oggi sempre più appetibile grazie a quei gruppi che si definiscono indipendenti ma in realtà non lo sono, è stato in parte svilito nel suo significato originale. I puristi e cultori hanno già da tempo le mani nei capelli. Spesso però, come ogni forma di distinzione settoriale, è spesso difficile capire se l'indipendenza artistica equivalga all'indipendenza produttiva o viceversa. Se le piccole case discografiche si comportano seguendo una libera linea artistica o se sottendano comunque sempre di più, fin dall'inizio, paletti commerciali mascherati da underground. Cosa ci aspetta il futuro? Le etichette indipendenti saranno sempre meno etiche? Sceglieranno di allinearsi alle major per "allargarsi" come ha recentemente fatto la V2 Music Italia acquistata da Universal? E, ultimo dubbio, i gruppi si formeranno per seguire un percorso musicale indipendente o sceglieranno fin da subito la strada della major per alzare i guadagni e accorciare i tempi a costo di un possibile appiattimento della loro unica identità musicale alla media del basso mainstream?

Foto: Pipettes live a Torino di Charlie Cravero

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