Uscite discografiche Novembre 2011: recensioni (1° parte)

Recensioni nuovi album di Rihanna, Florence and The Machine, Laura Pausini, Atlas Sound, A Toys Orchestra, A Classic Education e tanti altri…


Florence and The Machine – Ceremonials : nei primissimi tempi e soprattutto fuori dall’Inghilterra, Florence Welch sembrava l’ennesima artista di talento destinata però ad un pubblico midstream (vedi Bat For Lashes). Poi però, settimana dopo settimana, il fenomeno Florence and The Machine ha raggiunto le masse internazionali (da noi, ahimè, grazie soprattutto ad una “You’ve Got the Love” buona anche per le discoteche) fino a vendere più di 2,5 milioni di copie. Il compito era quello di ripetere quanto fatto con l’esordio senza “sputtanarsi”. Se sul primo punto ci sono delle incognite, sul secondo possiamo tranquillamente affermare che il progetto è ancora ben saldo sui principi dell’onestà e credibilità. I singoli “What the Water Gave Me” e “Shake It Out” sono due esempi di ottimo pop, ma in tutto il disco si alternano con grande sapienza smussate influenze soul-pop (Adele?), tribal-goth (ma non così Siouxsie quanto una Zola Jesus) e art-pop anni ’80 (da Kate Bush fino a Annie Lennox). Probabilmente la loro proposta musicale ha caratteristiche intrinseche che alla lunga stancano e non ci sono potenziali hit in grado di far fare a Florence e compagni il botto definitivo, ma tutto il resto è lodevole. (z.) Voto: 6/7

Atlas Sound – Parallax : Bradford James Cox è un personaggio unico… e lo è sotto tutti i punti di vista. Affetto dalla Sindrome di Marfan, Bradford è uno degli artisti più importanti degli ultimi anni, come dimostrano i dischi pubblicati in compagnia dei Deerhunter (vedi “Halcyon Digest” dello scorso anno) e “Logos”, l’album di debutto a nome Atlas Sound, uscito due anni fa. Come quando vai a vedere un film che aspetti da mesi dopo aver visto un trailer epocale (ogni riferimento a Tree Of Life è puramente casuale), quella che ho riscontrato durante i ripetuti ascolti di “Parallax” è una sensazione di micro-delusione, non tanto per la qualità del lavoro (decisamente elevata) quanto le aspettative, evidentemente troppo alte, che mi ero fatto. Il talento cristallino di Bradford traspare da ogni singolo suono e da ogni singola scelta compositiva… c’è veramente poco da rimproverare… manca solo parte della componente melodica che caratterizza la band principale. (z.) Voto: 7+

Rihanna – Talk That Talk : Probabilmente per non stare troppo lontana dalle scene (e di evitare quanto già successo con “Rated R”, che uscì a due anni di distanza dal boom di “Good Girl Gone Bad”) a soli dodici mesi da “Loud” torna con un nuovo disco: “Talk That Talk”. Un disco che in undici tracce (nella deluxe ci sarà anche un campionamento dei Metallica in “Red Lipstick”…) cerca di fare il punto su quanto Rihanna, o meglio il team di Rihanna, ha proposto nella sua breve e intensa carriera. Si parte con la moscia e inconcludente “You da One”, per poi passare ai ritmi in cassa dritta nell’electro-house annacquata di “Where Have You Been” e alla Rihanna di cinque anni fa della title track. Nella parte centrale arrivano la mellifua “We All Want Love” e la successiva “Drunk On Love” (salvata dall’aiuto dei The XX), che con la disney-ballad finale “Farewell” completano il trittico delle pseudo-ballads. Se la coppia “Roc Me Out” e “Watch n’ Learn” ha il sapore di b-sides o di demo rielaborate all’ultimo, l’unico segnale leggeremente coraggioso arriva dalla M.I.A-iana “Cockiness (Love It)”. (z.) Voto: 4+

A Toys Orchestra – Midnight (R)evolution : Enzo Moretto e compagni devono essere in stato di grazia compositivo: abituati a far passare tre anni tra un disco e l’altro, questa volta hanno aspettato poco più di 12 mesi per pubblicare il successore del buon “Midnight Talks”. Stato di grazia compositivo dicevo, perchè riuscire a tirare fuori tante melodie e belle armonie in tempi così ristretti non è cosa da poco. Probabilmente i dischi “pre-Midnights” potevano vantare un apporto emotivo maggiore, ma qui a colpire è proprio l’elevata immediatezza e la capacità di proporre una propria versione dell’universo indie pop/rock internazionale. Si possono trovare gli Arcade Fire nel singolo “Midnight Revolution”, i Franz Ferdinand nella scanzonata “Noir Dance”, spruzzi di elettronica (“You Can’t Stop Me Now”) fino ad arrivare alla chiusura epica quasi post-rock di “Late September”. Pop-rock a 360°… made in Italy. (z.) Voto: 6,5

A Classic Education – Call It Blazing : parlare all’interno dello stesso articolo dei dischi degli A Classic Education e degli A Toys Orchestra fa un po’ strano: “A – parola1 – parola2”, indie pop/rock tricolore e grande respiro internazionale per entrambi. Contrariamente a quello degli A Toys Orchestra, quello realizzato da Jonathan Clancy (già Settlefish e His Clancyness) e compagni è l’album d’esordio, nonostante EP e svariati concerti (tra cui anche il Primavera Sound a Barcellona). Chi li segue dai primi tempi non può non notare una grande maturazione, soprattutto a livello di scrittura e di arrangiamenti. Un disco dal vago retrogusto vintage che lavora su due livelli, uno anni sessanta e uno anni zero… e se fosse uscito sette/otto anni fa probabilmente non avrebbe sfigurato a fianco dei pesi massimi dell’indie rock a stelle e strisce. (z.) Voto: 7-

Eva Can’t – Inabisso : è abbastanza impressionante la rapidità evolutiva degli Eva Can’t. Ad un solo anno di distanza dall’album di debutto “L’Enigma Delle Ombre” (ancora scaricabile gratuitamente), bel lavoro dall’impatto immediato, la band bolognese torna con “Inabisso”, un disco decisamente più ambizioso. A grandi linee siamo ancora in ambito metal cantato in italiano, ma nel nuovo album la band guidata da Simone Lanzoni ha aumentato ancora la componente strumentale, figlia di un approccio (sempre più slegato dalla forma-canzone) molto più articolato. All’interno del disco (che alla base ha un concept ben preciso che si sviluppa dalla prima all’ultima traccia) trovano posto un numero davvero enorme di diverse sfumature: heavy classico, arpeggi folk, pianoforte e tromba, riff al fulmicotone, “ritornelli che neanche i Nomadi”, stacchi metalcore e atmosfere vagamente medievali… tutto in madrelingua e con un grande senso melodico (sia vocale che strumentale). Scaricabile gratis. (z.) Voto: 6/7

New Look – New Look : diciamoci la verità, quando c’è la bellezza fisica, il più delle volte la musica ne risente. Se poi c’è di mezzo anche una modella, le speranze di ascoltare qualcosa di buono si riducono al lumicino. Invece no, Sarah Ruba (vedere le foto su Google, grazie) e Adam Pavao (decisamente meno baciato da madre natura) si sono messi di impegno e hanno realizzato un signor disco d’esordio. Loro lo chiamano future-pop e i piatti forti della casa sono softerie in cassa (“Numbers”), suadenza tecnologica (“So Real”), cadenze robotiche a due voci (“You & I”) e r&b/soul 2.0 (“Everything”, “Ballad”). Buona risposta americana a Emika. (z.) Voto: 6/7

Negrita – Dannato Vivere : partiti con l’intenzione di portare alcune sonorità rock made in USA (RHCP su tutti) all’interno della canzone italiana, i Negrita, bisogna ammetterlo, hanno con il tempo trovato la loro strada. Una strada molto furba ma almeno ben contestualizzata. Gli album? Mai fatto grandi dischi, ma non sono neanche mai scesi negli abissi di alcuni colleghi scala-FIMI. Le grosse influenze latin/global degli ultimi lavori sono presenti anche in “Dannato Vivere” ma vengono tenute maggiormente a bada, regalando nuovamente alla band alcune vibrazioni tipicamente rock (oltre alle solite ballate). Un rock però ampliamente superato e che viene spesso tarpato da evidenti velleità da classifica, con tutto ciò che ne consegue. I fan lo metteranno in loop per settimane, gli ascoltatori passivi come sempre si accontenteranno di beccarli per radio e gli appassionati di musica probabilmente eviteranno a priori. Voi, da che parte state? (z.) Voto: 5/6

Puscifer – Conditions of My Parole : chi l’avrebbe mai detto?? Dopo un esordio deludente e pasticciato come “V Is for Vagina” (al quale fecero seguito un paio di inutili dischi di remix), i Puscifer sono tornati e sono riusciti a tirar fuori dal cilindro un disco piuttosto valido. In “Conditions of My Parole”, la band di Maynard James Keenan riesce ad unire ironia e concretezza con grande facilità. Meno violento del debutto, “Conditions of My Parole” si snoda tra ritmi downtempo (“Oceans”), indietronica (“Horizons”), sperimentazioni minimali (“Monsoons”) e alcune follie più vicine a quanto già proposto in precedenza (la titletrack e “Man Overboard”). Insomma Maynard, sei riuscito a dare un senso anche a questo progetto… ma tutti aspettiamo il ritorno di Tool e A Perfect Circle… lo sai… vero? (z.) Voto: 6/7

Civil Civic – Rules: il disco che non ti aspetti… lo scopri un po’ per caso e ne rimani affascinato dopo due note. Cosa fanno i Civil Civic? A grandi linee fondono elettronica e post-rock, ma se state già pensando ai 65DaysOfStatic siete fuori strada. “Rules” fa infatti leva su ritmi up-tempo delineati da un trascinante utilizzo del basso e riesce nell’impresa di essere uno degli album usciti di recente con la maggior concentrazione di belle melodie, pur essendo un disco completamente strumentale. (z.) Voto: 7-

Airship – Stuck In This Ocean : in mezzo a miriadi di gruppi indie, sono veramente pochi quelli in grado di avere connotazioni mainstream fin dall’esordio… gli Airship sono tra questi. Hanno tutto dalla loro parte per diventare le prossima stadium band di riferimento: arrivano dalla mecca della musica inglese (Manchester), sono bellocci quanto i Kings of Leon e non escono mai troppo allo scoperto, seguendo una linea stilistica abbastanza priva di rischi. Ci sono gli Arcade Fire in “Spirit Party”, i Placebo misti Mew nel chorus di “Kids”, alcuni falsetti alla Wild Beasts e soprattutto i fantasmi del post-brit pop di inizio anni zero (Starsailor, Coldplay, Doves). Nel complesso “Stuck In This Ocean” è decisamente godibile, ma fatica molto a decollare e a mostrare la vera personalità della band. Probabile futura high rotation su Virgin Radio… (z.) Voto: 6,5

Gianluca Grignani – Natura Umana: il precedente “Romantico Rock Show” è riuscito a rialzare le quotazioni di Gianluca Grignani, sia a livello qualitativo che di pubblico, dopo una lunga discesa iniziata con il nuovo millennio. Il compito di “Natura Umana” era quindi quello di convincere tutti che i tempi delle aiuole e di altre porcherie fossero definitivamente finiti. Se da un lato l’obiettivo è stato raggiunto (buona parte dell’album è composto da ballate elettro-acustiche sorrette da un intelligente utilizzo di archi), dall’altro lato non si può fare a meno che notare come in alcuni brani sia molto facile prevedere quello che sta per succedere, segno di una certa immobilità di una proposta musicale troppo confinata nei canoni del pop/rock e priva di quel pizzico di coraggio che quindici anni fa ha permise a Gianluca di realizzare , quel piccolo gioiello che era “La Fabbrica di Plastica”. (z.) Voto: 5,5

Drake – Take Care : Drake vive sul bilico: da una parte c’è la certa volontà di portare un po’ di aria fresca all’interno del mainstream hip n’b (come dimostra l’amicizia con The Weeknd), dall’altra ci sono le facili tentazioni da classifica. Se nel debutto dello scorso anno (“Thank Me Later”), purtroppo queste ultime avevano preso il sopravvento, non si può dire lo stesso di questo “Take Care”. Ci sono alcuni brani infatti (come, manco a dirlo, il feat con The Weeknd “Crew Love”) difficilmente attaccabili, ma continua a persistere il dubbio su quale sia il vero obiettivo del giovane canadese: invadere le chart o contribuire all’evoluzione (in positivo) del genere? Per ora rimane su una discreta, ma pericolosa, via di mezzo. (z.) Voto: 6,5

Summer Camp – Welcome To Condale : ho ufficialmente perso il conto dei “gruppettini” indie pop con (almeno) la voce femminile innamorati un po’ della C86, un po’ del dream pop e un po’ di suoni elettronici. Ultimi in ordine di tempo questi Summer Camp. Ad essere pignoli i Summer Camp sono ufficialmente un duo (Elizabeth Sankey e Jeremy Warmsley), non provengono dagli USA (nonostante pezzi come “Brian Krakow”) ma dalla patria degli Arctic Monkeys (Sheffield, UK) e tutto sommato sono maggiormente propensi alle sonorità eighties rispetto a molti dei loro “colleghi”. Già ottima la capacità di azzeccare la giusta melodia e di impacchettare potenziali hit per locali hipster (e non solo), ma per il momento non si va tanto oltre a solari (era da fare uscire qualche mese fa…) e spensierati brani pop. Non ci sono vie di mezzo: o crescono ed esplodono su larga scala o entro qualche anno ci saremo dimenticati di loro. (z.) Voto: 6/7

Active Child – You Are All I See : “You Are All I See” rischia di replicare più o meno quello che ha rappresentato lo scorso anno l’album di How To Dress Well: sperimentazione r&b/soul su basi glo-sintetiche e atmosfe dreamy. Rispetto ad How to Dress Well (tra l’altro qui presente in “Playing House”), nel disco di Pat Grossi è meno forte il lato avanguardistico e viene messo in maggior risalto il ruolo della voce. Grande esercizio di stile electro-gospel, grandi intuizioni e alcuni passaggi piuttosto emozionanti ma manca ancora qualcosa a livello compositivo e melodico. (z.) Voto: 7

David Lynch – Crazy Clown Time : diciamoci la verità, il motivo per cui si è parlato per mesi di questo album è da ricecarsi principalmente nella figura carismatica di David Lynch e, soprattutto, nelle pagine della storia del cinema. Il Lynch musicale non è sicuramente il genio visionario e onirico del corrispettivo cinematografico, ma riesce comunque a inculcare, specialmente in alcuni brani (“So Glad” e “Noah’s Ark” ad esempio), nelle menti degli ascoltatori quelle atmosfere malate e oscure tipiche delle sue opere su pellicola (“The Night Bell With Lightning” non avrebbe sfigurato in un suo film… o anche uno di Tarantino). Interessante l’esperimento di spoken-word futuristico di “Strange And Unproductive Thinking”, per il resto “Crazy Clown Time” si muove tra elettronica (vagamente Moby in alcuni punti), trip hop e sperimentazioni blues rock. Abbastanza superflua la partecipazione di Karen O in “Pinky’s Dream”. (z.) Voto: 6,5

Bud Spencer Blues Explosion – Do It : i Bud Spencer Blues Explosion ci sanno davvero fare. Rimasi impressionato fin dalla prima volta che li vidi (in tv, al concerto del 1° Maggio) dall’energia trascinante che riuscivano a sprigionare due soli strumenti: chitarra e batteria. Adriano Viterbini e Cesare Petulicchio spingono parecchio anche all’interno di questo “Do It”, terzo lavoro a nome Bud Spencer Blues Explosion. Si parte con “Più del Minimo”, perfetto riassunto della visione musicale del duo (blues-rock, lunghe jam, riff su riff e passaggi vocali di contorno), ma ci pensano poi la early-Negrita “Cerco il tuo Soffio”, il pop-blues di “Come un Mare” e un paio di intermezzi (hip-rock in “Scratch Explosion”) a donare varietà al lavoro. Non sempre originale, ma in un paese come l’Italia un progetto come questo è da tenere stretto. (z.) Voto: 6,5

Sick Tamburo – A.I.U.T.O. : ecco che il progetto Sick Tamburo inizia a prendere quota: l’omonimo debutto di due anni fa mi aveva convinto a metà con i suoi riff secchi e filastrocche un po didattiche, A.I.U.T.O. (che esce ancora per La Tempesta) mostra diversi aspetti degni di attenzione e una generale (seconda) maturazione per gli ex Prozac +. Rimane forte il mix di rock e elettronica ma si fanno largo pezzi maggiormente introspettivi (Gian Maria Accusani più presente che mai) che regalano alla band di Pordenone una varietà stilistica assolutamente positiva e necessaria. (z.) Voto: 6,5

Joker – The Vision : se fino all’anno scorso il termine dubstep era sinonimo quasi sempre di qualità, nel 2011 abbiamo visto purtroppo tante, troppe, cadute di stile e furberie per ragazzini, che hanno fatto calare drasticamente la credibilità del pseudo-genere (si ripete quindi quello che abbiamo già visto accadere con l’emo). Joker arriva da Bristol (patria della musica elettronica inglese), ha qualche anno di convincente gavetta alle spalle ed esce per la prestigiosa 4AD… però con “The Vision” si va ad inserire direttamente tra quelli che in qualche modo stanno uccidendo la dubstep. Purple sound e grime per allargare gli orizzonti e pop-r&b di casa Timbaland per accontentare i palati meno fini, si alternano in egual misura, sotto una pesante cappa di plastica. (z.) Voto: 5,5

Scott Weiland – The Most Wonderful Time of the Year : sembra quasi che Chris Cornell e Scott Weiland tanti anni fa si siano messi d’accordo e abbiano firmato un patto con il sangue che comprendeva tre passaggi ben precisi: calcare con successo l’ondata del grunge con le rispettive main band (Soundgarden e Stone Temple Pilots), tentare successivamente la fortuna con risultati meno interessanti con superband (Audioslave e Velvet Revolver) e infine rendersi completamente ridicoli con un disco solista che sa di presa in giro… “Scream” per Chris Cornell e questo “The Most Wonderful Time of the Year” per Scott Weiland (che, nel caso non si fosse capito, è un album natalizio). (z.) Voto:3/4

Joe Jonas – Fastlife: no, eh! Il giochino di uscire da una terribile teen band e tentare di risultare credibili (magari con sonorità ammiccanti all’r&b) con la carriara solista è già riuscito a Justin Timberlake… mai tentare la sorte due volte. Com’è questo “Fastlife”? Vi dico solo che l’aspetto più stimolante del disco è capire quale sia il motivo che spinge un chitarrista quotato come Nuno Bettencourt a collaboarare con Joe Jonas (e Rihanna lo scorso anno)… e la risposta è abbastanza scontata. (z.) Voto: 4-

News For Lulu – They Know : non conoscevo gli italiani News For Lulu. Per questo sono andato ad ascoltarmi prima il loro debutto “Ten Little White Monsters” risalente a cinque anni fa e subito dopo questo “They Know”, da poco uscito per la Urtovox. Sembrano due band diverse: il post-rock dell’esordio si è trasformato in una proposta decisamente più retrò. Classic rock/pop americano ad ampio spettro, ospiti di spessore, e utilizzo di diversi strumenti inusuali, come gli ottimi fiati presenti in più passaggi. Il paragone più immediato è quello dei Wilco… e scusate se è poco. (z.) Voto: 7-

Altre di B – There’s a Million Better Bands : Per capire quale sia la cifra stilistica dei Altre di B bisogna aspettare un minuto e mezzo, prima che l’opener “Haruki Murakami” sveli tutto il loro amore per gli Arctic Monkeys. Se con “Haruki Murakami” non fosse già abbastanza chiaro, la successiva “Milky Moustache” toglie ogni dubbio. Riff di chitarra, timbro vocale e melodie… tutto ricorda i primi due album della (main)band di Alex Turner. Se si mette da parte questa pesante somiglianza, bisogna riconoscere che i giovani bolognesi abbiano un “tiro” notevole e in generale che ci sappiano decisamente fare. Sicuramente esistono 1000000 band migliori di loro, ma se amate certe sonorità il numero si abbassa drasticamente. Ascoltare per credere. (z.) Voto: 6+

Kelly Clarkson – Stronger: a momenti anche piacevole, ma è tutto così lontano dal mio concetto di musica… (z.) Voto: 4,5

Laura Pausini – Inedito : massimo rispetto per la professionalità di Laura Pausini, ma è veramente incredibile come ogni volta riesca ad alzare l’asticella della banalità del mainstream pop italiano. Stavo per dare quattro, ma poi ho pensato “è veramente meglio di Lulu?” (z.) Voto: 3,5

Justin Bieber – Under the Mistletoe : ci può essere qualcosa di più inutile che un disco di Justin Bieber che canta canzoni natalizie?? (z.) Voto: 3

Cass McCombs – Humor Risk Voto: 6/7 (z.)
Other Lives – Tamer Animals Voto: 7 (z.)
Los Campesinos! – Hello Sadness Voto: 6,5 (z.)
Umberto Palazzo – Canzoni Della Notte e Della Controra Voto: 7- (z.)
Professor Green – At Your Inconvenience Voto: 5 (z.)
Kuedo – Severant Voto: 7- (z.)
Blouse – Blouse Voto: 6,5 (z.)
The Caretaker – An Empty Bliss Beyond This World Voto: 7- (z.)
Atari – Can Eating Hot Stars Make Me Sick? Voto: 6,5 (z.)
Five Finger Death Punch – American Capitalist Voto: 5,5 (z.)
33ore – Ultimi Errori del Novecento Voto: 6,5 (z.)
Megadeth – Th1rt3en Voto: 6+ (z.)
Russian Circles – Empros Voto: 6/7 (z.)
Angels and Airwaves – Love: Part II Voto: 5 (z.)
Gauntlet Hair – Gauntlet Hair Voto: 6,5 (z.)

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LEGENDA
10: la perfezione… non esiste
9: capolavoro, fra i migliori di sempre
8: grandissimo disco, probabilmente destinato a rimanere nella storia 5 stars1
7: album di ottimo livello, manca solo quel qualcosa che lo renda veramente memorabile 4 stars
6: discreto, passa abbastanza inosservato… innocuo 3 stelle
5: disco trascurabile, banale e poco degno di nota 2 stelle
4: album completamente inutile 1 stella
3: disco dannoso, difficile trovare di peggio.
2: neanche Justin Bieber
1: …

—— Precedenti ——
Ottobre 2011 – 3° Parte
Ottobre 2011 – 2° Parte
Ottobre 2011 – 1° Parte
Settembre 2011
Agosto 2011
Luglio 2011 – 2° Parte
Luglio 2011 – 1° Parte
I Migliori Album del 2011 (Primo Semestre)
Giugno 2011 – 2° Parte
Giugno 2011 – 1° Parte
Maggio 2011 – 2° Parte
Maggio 2011 – 1° Parte
Aprile 2011 – 3° Parte
Aprile 2011 – 2° Parte
Aprile 2011 – 1° Parte
PRIMO TRIMESTRE 2011
Dicembre 2010
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