John Grant a Soundsblog: “L’Islanda? Il posto perfetto per la solitudine. Ma vorrei passare un po’ di tempo in Italia”

La nostra intervista al cantautore americano, che si è da qualche tempo trasferito in Islanda.

“Pale Green Ghosts” è il nuovo disco del cantautore americano John Grant, che arriva a tre anni di distanza dall’osannato “Queen of Denmark”. L’ex frontman dei The Czars, che si è da poco trasferito in Islanda, a Reykjavík, ha dovuto in questi lunghi mesi affrontare alcuni grossi problemi personali (ha scoperto infatti di essere sieropositivo). Ma nonostante tutto ha trovato la forza e l’energia per continuare a fare musica.

Abbiamo incontrato John (disponibilissimo e davvero molto alla mano) poco prima del suo showcase a Milano, che si è tenuto lunedì scorso a Santeria, e tornerà nel nostro Paese dall’11 al 13 aprile – 11 Milano/Magazzini Generali, 12 Roma/Parco Della Musica e 13 Bologna/Antoniano -.

In coda al post trovate il video della nostra chiacchierata, che abbiamo tradotto per voi qui sotto.

Come ti trovi a vivere in Islanda?

Mi piace davvero molto: sento che è il posto giusto dove posso rilassarmi, stare da solo e in tranquillità. Ma allo stesso tempo nella scena musicale succedono un sacco di cose, c’è come una grande famiglia di musicisti. E’ un posto che mi ispira molto, a partire dal paesaggio. Sto anche imparando la lingua locale, l’islandese, è una sfida. E’ molto divertente per me.

C’è qualche genere in particolare a cui fai riferimento quando parli della scena musicale islandese, o c’è un po’ di tutto? Mi sembra che negli ultimi tempi stiano emergendo band ‘folk’ (come gli Of Monsters and Men ndr)

Ci sono molti generi diversi: c’è molta musica elettronica. C’è la musica tradizionale, penso tu faccia riferimento a questa quando parli di ‘folk’. C’è anche una scena rock, pop. C’è un po’ di tutto. E’ sempre divertente, dopo che sei stato in città come Milano o Berlino, tornare in una città dove ci sono solo 300mila persone.

Ci racconti di come sono nate le canzoni del nuovo disco? Hai anche collaborato con un artista islandese, Biggi Vera.

E’ stato diverso lavorare con lui. Questo perchè ognuno ha il suo modo di lavorare. Lui è stato sempre rimasto focalizzato sulla musica. Le canzoni elettroniche non le ho scritte al piano: quando mi veniva un’idea creavo la traccia di basso o di batteria al computer. Mentre le altre canzoni sono nate direttamente al piano, come è stato per “Queen of Denmark”. Diciamo che il nuovo disco è un mix delle due cose: computer e piano.

In questi mesi hai dovuto affrontare alcuni grossi problemi personali, hanno influenzato il tuo lavoro su “Pale Green Ghosts”?

Dopo “Queen of Denmark” ero pronto per rimettermi a lavorare: quel disco l’ho portato in tour per un anno e mezzo, ero stanco, ed ero eccitato all’idea di fare qualcosa di nuovo – anche se mi piace cantare le canzoni di quel disco -. Parlare di quello che stava succedendo nella mia vita, portare le mie vicende personali in musica, era un modo per affrontarle e attraversarle. A volte ho pensato che fosse una cosa buona per me. Ma alla fine dell’anno scorso ho iniziato a sentirmi come un peso addosso. Non è facile parlare di queste cose, bisogna stare attenti perchè se ci stai troppo dentro i tuoi problemi rischiano di sbatterti giù. E hai anche bisogno di fare un passo indietro, uscirne, per riuscire ad andare oltre. Quando faccio musica qualche volta penso che dovrei parlare d’altro, non dei miei problemi.

E per quanto riguarda il sound?

Gran parte del disco è ispirato dalle band che ho sempre amato (New Order, Depeche Mode, Cabaret Voltaire soprattutto, Ministry, Skinny Puppy, Eurythmics, Nina Hagen – i primi tre/quattro album -, Kraftwerk, Abba). Tanti anni fa però ho preso lezioni di piano, per cui sono molto influenzato anche dalla musica classica – e si può sentire molto in questo disco -. Gli arrangiamenti degli archi di arrivano da Rachmaninov, “Preludio in Do diesis minore”. Ci sono molte influenze insomma.

Tra poco tornerai in Italia in concerto. Ma cosa c’è tra i tuoi progetti futuri?

Cercheremo di fare un po’ di concerti negli States: ho appena firmato un contratto con un’etichetta di Brooklyn, la Partisan Records. Magari suonerò in qualche festival, sarà un anno molto intenso. Ma non vedo l’ora di tornare in Italia.

Come vedi il pubblico italiano, cosa ti piace di noi?

Mi piace lo spirito degli italiani, in Italia c’è una visione del mondo diversa e un diverso modo di vivere. E per me è un bene, perchè ho passato molto tempo in posti oscuri. Penso che l’Italia mi sia di aiuto, perchè mi dà energia positiva. La gente poi è più rilassata: gli italiani pensano più al momento, non pensano al passato o al futuro…al momento che stanno vivendo. E poi, ovviamente mi piace il cibo, le bellezze, la lingua…l’Italia è davvero molto bella. Imparerò un po’ più di italiano…

Stavo per chiedertelo: stai imparando l’islandese vuoi non riuscire a imparare l’italiano?

L’islandese è molto difficile, è una lingua complessa, mi sta impegnando molto. Voglio imparare di più l’italiano perchè penso sia una lingua molto bella. E vorrei passare un po’ di tempo qui: lasciare che il sole e l’energia facciano rinascere dentro di me un po’ di ottimismo.

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