Pirateria musicale: gli Stati Uniti “bacchettano” l’Italia

Come ogni anno, l’Agenzia del Commercio degli Stati Uniti (USTR) analizza lo stato attuale della proprietà intellettuale nei vari paesi del mondo ed indica, attraverso un report denominato Special 301, quei Paesi che in materia legislativa e di strumenti messi in campo per contrastare il fenomeno della pirateria non hanno fatto abbastanza: indovinate un po’


Come ogni anno, l’Agenzia del Commercio degli Stati Uniti (USTR) analizza lo stato attuale della proprietà intellettuale nei vari paesi del mondo ed indica, attraverso un report denominato Special 301, quei Paesi che in materia legislativa e di strumenti messi in campo per contrastare il fenomeno della pirateria non hanno fatto abbastanza: indovinate un po’ in quale posizione può trovarsi l’Italia in questa specialissima classifica?

Mentre al livello massimo di “pericolosità” troviamo la Cina (che da sola produce il 79% dei prodotti contraffatti giunti negli States sia fisicamente che tramite la Rete), seguita da Russia, Algeria, Argentina, Cile, India, Indonesia, Pakistan, Thailandia, Venezuela e sorprendentemente dal Canada (che non ha ancora approvato una legge nazionale a tutela del copyright), il nostro Paese va a collocarsi sul gradino immediatamente inferiore di questa indecorosa classifica e va ad affiancare altri 28 Stati (dalla Spagna al Messico, dalla Norvegia alla Turchia) in quella che possiamo candidamente definire come una “lista d’osservazione”.

Il motivo principale che spinge a cadenza annuale la USTR a redigere questa “watch list” è semplice e tira direttamente in causa le grandi major ma anche, e soprattutto, i 18 milioni di americani che lavorano nella titanica “industria del copyright” (che va dai film alla musica, dai libri alle trasmissioni televisive) e che risultano poi essere i primi a subire la complicatissima logica che muove la pirateria in ogni sua forma e dimensione.