Home Notizie Francesco De Gregori compie 75 anni: il cantautore che ha scritto la storia della musica italiana senza mai cercare di farlo

Francesco De Gregori compie 75 anni: il cantautore che ha scritto la storia della musica italiana senza mai cercare di farlo

Festeggia oggi 75 anni Francesco De Gregori. Oltre cinquanta anni di carriera, un catalogo che contiene alcune delle canzoni più importanti della musica italiana del Novecento. E una coerenza rara: non ha mai inseguito il mercato, non ha mai spiegato i suoi testi, non ha mai smesso di fare esattamente quello che voleva.

4 Aprile 2026 17:06

Roma, fine anni Sessanta. Il Folkstudio di Trastevere è il posto dove si incontrano tutti i giovani musicisti che non vogliono provare a imporre qualcosa che potrebbe passare per radio. La TV è qualcosa di lontanissimi. Le radio private non ci sono ancora.

Francesco De Gregori arriva al Folkstudio a soli sedici anni, accompagnato dalla sua chitarrasenza ancora sapere bene cosa fare di quella voce leggermente storta e di quei testi che sembravano nascere dalla parte opposta rispetto alla musica italiana che in quel periodo andava per la maggiore. Comincia a suonare e a esibirsi come riempitivo e negli opening act. Quasi senza nemmeno dire chi sia e che le canzoni sono in effetti le sue…

Agli inizi, Francesco De Gregori

Nel 1972 pubblica il primo disco insieme ad Antonello Venditti — Theorius Campus — che non vende quasi nulla e che oggi viene studiato come un documento fondamentale di quello che stava per succedere alla musica italiana. Nel 1973 esce Alice non lo sa, il suo primo vero album solista: Alice partecipa a Un disco per l’estate, , la manifestazione estiva che avrebbe dovuto consacrarlo, ma arriva ultima. De Gregori non se ne preoccupa, o almeno non lo dà a vedere.

Nel 1974 collabora con Fabrizio De André, firmando testi per Volume VIII — tra cui La cattiva strada — in un sodalizio che avrebbe influenzato profondamente entrambi. È già, a ventitré anni, un punto di riferimento per i cantautori romani. Non lo sa ancora nessuno, ma sta per cambiare la musica italiana.

Rimmel e la consacrazione

Il 1975 è l’anno di Rimmel. È uno di quei dischi che si riconosce immediatamente come spartiacque. C’è un prima e un dopo la sua pubblicazione: Rimmel, Pablo, Buonanotte fiorellino, Pezzi di vetro. Canzoni che avevano una struttura narrativa diversa da tutto quello che esisteva in quel periodo, testi che non spiegavano ma mostravano, immagini che si aprivano invece di chiudersi. De Gregori non era il primo cantautore italiano — c’era già Fabrizio De André, c’era già Lucio Battisti su un versante diverso — ma trovava un modo di fare canzoni che era inequivocabilmente suo.

L’accusa di ermetismo lo seguirà per tutta la carriera. Lui non si è mai difeso più di tanto. In un’intervista ha detto che le canzoni non hanno bisogno di spiegazioni: chi le capisce le capisce, chi non le capisce le sente lo stesso. È una posizione che richiede una sicurezza non comune e un’incapacità totale di preoccuparsi del consenso.

Nel 1976 esce Bufalo Bill, che De Gregori ha definito il disco che preferisce tra quelli che ha fatto. Atlantide, Santa Lucia, L’uccisione di Babbo Natale: un lavoro più scuro e ancora più complesso di Rimmel, meno immediato, più difficile da passare per radio, che nel frattempo ci sono.

Generale, Banana Republic e gli anni della politica

Nel 1978 esce Generale, forse la canzone italiana più nota mai scritta sulla guerra e sulla perdita. Bastano i primi due versi per capire che si è di fronte a qualcosa di diverso: la contadina curva sul tramonto che sembra una bambina di cinquant’anni, i figli partiti come soldati e non ancora tornati. Non è un brano politico nel senso militante del termine — non prende posizione, non schiera, non agita — ma è politico nella maniera più profonda: racconta un’umanità che la storia ha consumato. Molti lo considerano il sequel della Guerra di Piero, uno che si fa ammazzare mentre torna a casa da uno che aveva il suo stesso identico umore e la casacca di un altro colore.

Nel 1979 arriva Banana Republic, e dunque anche il tour con Lucio Dalla che diventerà leggenda. Il featuring prima che esistesse il featuring. Due pesi massimi della canzone italiana che decidono di condividere il palco e il repertorio in un momento in cui il rock stava prendendo il posto della canzone d’autore nell’immaginario dei giovani. Banana Republic non era una resa ma una risposta: era possibile riempire gli stadi con la musica italiana senza tradire niente di quello che si era stati.

In un periodo estremamente florido e prolifico pubblica nel 1982 Titanic e nel 1983 La donna cannone: la title track diventa una delle canzoni più amate degli anni Ottanta italiani, un circo malinconico e tenerissimo costruito intorno a una storia d’amore impossibile. È il singolo più venduto della sua carriera e De Gregori lo ha sempre guardato con quella leggerissima ironia con cui guarda i suoi successi più popolari: come se non ci credesse del tutto, come se sapesse che il pubblico a volte si affeziona anche alle cose sbagliate.

Francesco De Gregori
Francesco De Gregori, 75 anni, 50 dei quali di carriera – Credits De Gregori Official (Soundsblog.it)

La storia siamo noi e gli anni Novanta

Nel 1985 esce Scacchi e tarocchi, prodotto da Ivano Fossati, che contiene La storia — scritta originariamente per Gianni Morandi — e A Pa’, dedicata a Pier Paolo Pasolini. Poi Terra di nessuno, poi Miramare, quindi un lungo silenzio durante il quale De Gregori scrive per l’Unità di Walter Veltroni. Nel 1992 torna con Canzoni d’amore, uno dei suoi album più maturi e compatti. Nel 2001 Amore nel pomeriggio, con Franco Battiato come arrangiatore e Nicola Piovani come collaboratore. A seguire Il fischio del vapore, un disco di folk italiano costruito con Giovanna Marini: un De Gregori che torna alle radici e dunque al Folkstudio, alla musica popolare che aveva ascoltato da ragazzo.

La coerenza di questo percorso è quasi irritante nella sua compostezza. De Gregori non ha attraversato crisi pubbliche di identità, non ha cambiato stile per inseguire le mode, non ha litigato con mezzo mondo in modo spettacolare. Ha fatto dischi quando aveva qualcosa da dire, ha smesso quando non l’aveva, ha ricominciato quando era pronto.

Il Dylan, il silenzio e il lascito

Nel 2015 pubblica De Gregori canta Bob DylanAmore e furto, un disco di traduzioni dell’autore che ha amato di più nella vita. Non è un omaggio reverenziale ma un atto emozionale di riconoscenza con qualcosa di appropriativo, come dice il titolo: De Gregori prende le canzoni di Dylan e le fa diventare canzoni sue, non copie. È l’ultimo album in studio pubblicato fino ad oggi.

Il suo soprannome è “il Principe”. Non è chiaro chi lo abbia coniato per primo, ma è rimasto perché calza: c’è qualcosa di aristocratico nel modo in cui De Gregori ha attraversato la musica italiana, una dignità che non è distacco ma consapevolezza del proprio valore. Non ha mai avuto bisogno di spiegarsi, di giustificarsi, di ingraziarsi la critica o il pubblico. Ha fatto il suo lavoro con la precisione di chi sa esattamente cosa sta facendo anche quando finge di non saperlo.

A settantacinque anni, Francesco De Gregori è uno di quei pochi artisti italiani di cui si può dire con sicurezza che la musica sopravviverà a qualsiasi contesto in cui è stata prodotta. Rimmel funziona nel 2026 esattamente come funzionava nel 1975. Generale funziona oggi come funzionava quarantotto anni fa. Buonanotte fiorellino sarà amata anche per altri cinquant’anni.

Il fratello Luigi e Noi non ci Sanremo

C’è un’altra storia De Gregori che vale la pena raccontare il giorno del suo compleanno. Luigi Grechi De Gregori — che porta anche il cognome della madre, insegnante di lettere, e che è il fratello maggiore di Francesco di sette anni — organizza ogni febbraio, in contemporanea con il Festival di Sanremo, una rassegna di cantautori che si intitola Noi non ci Sanremo.

Non un contro-festival militante ma, come lui stesso la definisce, una “garbata contestazione”: un modo per dire che esiste una canzone italiana che non passa dall’Ariston e che merita di essere ascoltata.

Luigi Grechi non è un nome secondario: è lui ad aver scritto Il bandito e il campione, il brano che Francesco ha portato al successo nel 1993, vincendo la Targa Tenco come miglior canzone dell’anno. Nel 2026 Noi non ci Sanremo ha raddoppiato le date per la prima volta, portando la rassegna anche a Milano — all’Auditorium Demetrio Stratos di Radio Popolare — dopo anni di sole date romane al Teatro della Garbatella.

Sul palco giovani cantautori scoperti nell’orbita dei Giovani del Folkstudio, l’associazione che Luigi ha fondato per tenere vivo lo spirito del locale dove Francesco ha mosso i primi passi a sedici anni. È un cerchio che si chiude: la storia dei De Gregori comincia e continua al Folkstudio, con un fratello che porta il nome di un’altra famiglia e l’altro che porta avanti quella storia ogni volta che apre bocca e canta.

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