Valerio Urti, FASE: “In tempi troppo veloci, vale sempre di più la pena fermarsi a riflettere” | Intervista esclusiva
Chiacchierata con Valerio Urti che con lo pseudonimo di FASE guarda con nostalgia al cantautorato d’autore del passato ma con grande curiosità alle nuove sonorità: ci parla dei suoi nuovi singoli e di un percorso di ricerca con il quale, con insistenza, mette al centro del suo progetto la forma canzone
“Le parole sono importanti, il contenuto è importante, in un’epoca che si muove in fretta e che ragiona poco e molto velocemente io rivendico il diritto di pensare alle cose che canto. E mi piace che la gente ripensi per un attimo alle cose che scrivo”.
Valerio Urti, FASE: Buonavita “Un augurio o magari un addio…”
Partiamo da questo concetto che è uno dei più interessanti tra i molti espressi da Valerio Urti, voce e penna alle spalle del progetto FASE che ha già pubblicato diverse cose interessanti. In estate è uscito Buonavita, che detto così sembra un augurio, un saluto pieno di ottimismo… E invece… “E invece – spiega Valerio – come tutte le cose ha un suo contrario, un rovescio della medaglia. Per cui diciamo Buonavita alle cose che cominciano, ma anche in modo un po’ scontroso a quelle che finiscono. Litighiamo con una persona e quel Nuonavita significa che magari non ci sentiremo più”.
Illusione e disillusione: “Entrambe le cose, che sono spesso strettamente collegate. La parola mi piaceva perché almeno inizialmente mi sembrava che fosse una conclusione senza troppi pensieri, un po’ come da ragazzo fai errori che inizialmente sembrano pesanti. E poi scopri che ti hanno maturato e fatto crescere come persona”.
Tempi duri
Valerio parla con estremo disincanto e lucidità dei tempi che stiamo vivendo: “Non belli, litigiosi, aggressivi, ma soprattutto frettolosi. Ogni generazione ha le sue caratteristiche e ogni volta la generazione che segue sostiene con forza le proprie idee a dispetto di chi ha preceduto. Ma alla fine tutto si consuma in recriminazioni che rimangono lettera vuota. Mi piacerebbe, anche se so che è difficile, che lo sforzo fosse sempre quello del lasciare qualcosa di buono, un tentativo per fare in modo di cambiare davvero le cose. Se si resta alle parole e ai rimpianti o si distribuiscono colpe a chi è passato prima, tutto resta su un piano inutile e poco concreto”.
Vale anche per la musica e gli artisti? “Eccome – condivide Valerio – pensiamo a che cosa hanno lasciato i cantautori di trenta, quaramt’anni fa. Puoi non condividere le loro idee, può non piacerti la loro proposta artistica, ma è indubbio che hanno costruito qualcosa e creato un lascito di valore assolutamente straordinario. Si può fare un confronto tra quello che ascoltiamo oggi e quello che si ascoltava allora? Meglio di no. Ma vedo che sono pochi gli artisti che accettano la sfida di lasciare una traccia con qualcosa che resti e che duri. Mi sembra che l’unica preoccupazione sia il qui e l’ora”.
La musica che gira intorno
Ma è la stessa preoccupazione che ha anche chi ascolta. Basta dare un’occhiata ai social e a come tutto diventa un presenzialismo diffuso… “Manca il contenuto – dice Valerio Urtis esprimendo un punto di vista davvero condivisibile – sembra quasi che gli artisti si siano adattati a un pubblico che trova sempre più faticoso ragionare e pensare, e preferisce il divertimento e la distrazione. Di conseguenza tutto quello che prima era contenuto ha cominciato a perdere senso e consistenza. E tutto si è un po’ dissipato e un po’ alleggerito. Pochi gli artisti che vogliono lasciare un messaggio che non sia superficiale, forse perché c’è anche poca disponibilità ad ascoltarlo. Come tutte le aziende anche quella dei dischi deve vendere. E si vende un prodotto che il pubblico vuole…”
Ragionare e pensare è dunque diventato un lusso? “In parte sì, o forse è una fatica. Siamo sempre meno portati a fermarci un attimo e a riflettere. Tutto scorre molto, troppo velocemente e a volte ci troviamo a correre: fermarsi e pensare ogni tanto dovrebbe essere necessario”.
La Band
L’era digitale sotto un certo aspetto ha esasperato questo gap. Come vive Valerio Urti la necessità di adattare attitudini che sono completamente cambiate? “Rispetto a un passato che non ho vissuto ma ho cercato di capire è cambiato tanto, se non tutto. I numeri e le visualizzazioni sono la chiave di tutto, ma l’idea di essere ridotto a un numero non mi piace: è davvero troppo riduttiva. Continuo a pensare che un musicista non si formi con un social media manager e un buon addetto stampa, non solo per lo meno: ma con delle idee che si sviluppano con altri musicisti in sala prove. Io ho sempre cercato di mantenere questo approccio: amo girare sui palchi, ovunque mi chiedano di suonare e lo faccio con i musicisti che mi affiancano che sono i miei amici, i miei fratelli. Questo è l’unico approccio che continua ad appassionarmi e che ritengo necessario se vuoi fare musica”.
Per come sei tu
A Buonavita, uscito in estate, ha fatto seguito Stare bene stare male, anche questo sembra affacciarsi all’indie-rock internazionale che denota una certa curiosità e la voglia di esplorare territori anche inconsueti per quello che in definitiva è un cantautore.
Vale la pena tornare ai suoi esordi e a Per come sei tu, brano nel quale Valerio parlava apertamente delle crisi di panico e degli stati d’ansia di cui soffriva da anni: “Non sto a dirti che la musica mi abbia curato perché in realtà le cose non funzionano così, non per me per lo meno. Ormai ho accettato il fatto che da determinate patologie, e io ne soffro da quando avevo solo 12 anni, non si guarisce. Puoi adattarti, conviverci e in qualche modo sopportare e resistere. Ci sono ancora cose che preferisco non fare, altre che ho imparato a fare, altre che a poco a poco sono riuscito a gestire in modo accettabile. La cosa che vivo in modo positivo è che tante ma proprio tante persone dopo quel brano si sono aperte con me raccontandomi del loro disagio e dei loro problemi”.